L’EDUCAZIONE DELLE BAMBINE

di Barbara Mapelli
17 maggio 2011

In principio vi fu il libro Dalla parte delle bambine (1973), di Elena Gianini Bellotti, in cui veniva per la prima volta discusso il tema di un’educazione fortemente stereotipata e rivolta, in particolare alle bambine, come ammaestramento ai ruoli tradizionali femminili.
Da allora sono passati quasi quarant’anni, nel frattempo vi è stata una ripresa esplicita del tema, con il testo Ancora dalla parte delle bambine di Loredana Lipperini, e di nuovo sentiamo la necessità di ragionare ancora su questo tema e la domanda di fondo che ci muove è sempre la stessa: che significa ora pensare all’educazione delle bambine?
Per questo abbiamo organizzato recentemente un Convegno presso l’Università di Milano Bicocca*, partendo dalla prima, immediata risposta alla domanda che precede.
Pensare, anche oggi, all’educazione delle bambine crediamo significhi soprattutto pensare a ciò che è ancora largamente impensato, a un’assenza, a un vuoto.

E allora accade che l’educazione e la cultura sociale diffusa creino a questo proposito una serie infinita e inquietante di paradossi: da una parte, come dicevo, un non detto, un’apparente neutralità per cui non si nomina né si prende in considerazione il sesso di chi viene educato o educata (in realtà neanche quello di chi educa), esso resta come un’evidenza invisibile, ovvia ma non messa a tema, non oggetto di discorso e attenzione educativa. L’educazione è uguale per tutti, è l’affermazione che dovrebbe tacitare, ma è ingannevole perché tutte e tutti non siamo uguali, siamo – fortunatamente – differenti, e la differenza di genere è la principale, l’originaria differenza, che segna profondamente le vite, le scelte.

Da una parte dunque un’ingannevole neutralità e dall’altra un fiorire e rifiorire di nuovi e vecchi stereotipi sessuali che inchiodano femmine e maschi a immagini perentorie di come/quel che deve essere (e fare) un soggetto femminile e maschile. Immagini che sono proposte nella cultura diffusa e creano nei soggetti, fin da piccole e piccoli, rappresentazioni cogenti di sé e della propria appartenenza di genere.

Se anche i luoghi dell’educare non trasmettono tali immagini – ma sappiamo che non è vero, pensiamo ai libri per l’infanzia, ai libri di testo – nel momento in cui non le pongono a critica attraverso una pedagogia sessuata o di genere, di fatto le legittimano.
Il mercato delle immagini e dei modelli offre rappresentazioni plurime e contrastanti, forti e polarizzate di quel che significa oggi essere bambina, ragazza, donna.

Dalle bambole, streghette e maghette, tutte seduttive e accessoriate in rosa, ai mini elettrodomestici, lavatricine e scopette, ai famosi corpi esposti, carni floride esibite e, all’opposto, i corpi delle anoressiche che cercano l’invisibilità, l’annullamento e, infine, una nuova retorica della maternità, che facilmente si tramuta in una sostanziale e non troppo velata ostilità al lavoro delle donne e altro ancora.

Difficile senza guida muoversi in questi contrasti, accecate anche le bambine da un rosa, che mai come oggi domina nei messaggi rivolti a loro, mentre hanno madri che probabilmente lavorano, o cercano di farlo, indaffarate nelle loro multiple presenze e che si muovono per la città e nelle loro vite con una libertà sconosciuta fino a qualche decennio fa.  
Col nostro incontro abbiamo dunque proposto una serie di interrogativi certamente non nuovi, ma che conoscono ora nuove forme e l’acuirsi, il radicalizzarsi e polarizzarsi di contraddizioni, e ne abbiamo discusso. invitando a parlarne con noi persone con esperienze e competenze molto differenti, proprio perché desideriamo accumulare sapere, opinioni e proposte su questo tema da diversi punti di vista, nella convinzione, credo indiscutibile, che, al di là di scuola e famiglia, ogni forma di socialità, comunicazione, relazione sia educativa.

Nella convinzione, anche, che tutte e tutti abbiamo bisogno di essere educati e educate a educare nel tempo della contemporaneità, in cui per le piccole, le giovani e ogni donna si offrono possibilità plurali di essere sé stessa, fortunatamente rispetto al passato, ma consapevoli anche che all’interno di queste nuove libertà è difficile scegliere, è difficile riconoscersi e progettarsi.

Lo è per le bambine e le ragazze, ma lo è, naturalmente, anche per i bambini maschi e la specificazione maschi  è necessaria, poiché il nostro linguaggio – sempre a proposito di ingannevole neutralità – ha nell’uso comune il maschile come universale.

Abbiamo però scelto di avviare le nostre riflessioni e confronti dalle bambine e di tenere divisi i due momenti dei discorsi e dei confronti, poiché per i due sessi esistono difficoltà analoghe, ma problematiche anche profondamente diverse da affrontare.
Ci ripromettiamo quindi un incontro tra qualche mese per discutere insieme di educazione dei bambini, maschi, appunto. Ma anche di un problema, che parla anch’esso di un’assenza, di un vuoto e che è senz’altro centrale nelle difficoltà a pensare e progettare un’educazione di genere: gli uomini non ci sono, sono distanti e manchevoli nel compito e lavoro educativo, soprattutto per la prima infanzia. Questo crea problemi, in particolare per la crescita dei piccoli maschi, contribuisce a consolidare e confermare stereotipi sessisti, a mantenere separatezze, discriminanti, recinti in luoghi in cui le diverse competenze, capacità e saperi femminili e maschili potrebbero agire insieme per l’educazione dei nuovi e delle nuove al mondo.
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