Il ruolo dell'operatrice antiviolenza

di Oria Gargano, Be Free

Nel ribadire la fondamentale importanza dei Centri antiviolenza, indispensabili nodi strategici di ogni seria politica volta non solo a tutelare le vittime ma a contrastare e prevenire il fenomeno, chiediamo che venga riconosciuto e valorizzato il ruolo delle donne che mettono la loro professionalità al servizio di un generale e complesso progetto di empowerment per le donne tutte.

Attualmente, non esiste infatti neanche il termine “operatrice antiviolenza” negli elenchi dei vari Enti che regolamentano il lavoro dipendente, né è possibile costruire  un “mansionario” esaustivo di quelli che sono i loro compiti. Non esiste un modello formativo omogeneo per preparare le aspiranti operatrici al complesso compito che le attende, non è pratica seguita da tutte le associazioni l’erogare allo staff continui aggiornamenti, soprattutto per l’impossibilità di accedere a fondi dedicati.

Per le operatrici e per gli operatori dei servizi per persone vittime di traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo sono stati messi a sistema parametri certi, stabiliti dal Rapporto del Gruppo di esperti sulla Tratta di esseri umani nominato dalla Commissione Europea, che stabilisce i criteri dell’approccio (non pregiudizievole, basato sul rispetto dei diritti umani, sensibile alle questioni di genere, rispettoso della cultura di appartenenza) e ritiene ineludibile una metodologia dell’accoglienza e del sostegno di tipo olistico e integrato, fornita da un gruppo di lavoro stabile, coeso, adeguatamente formato, aggiornato e supervisionato.

Chiediamo che analoghi criteri vengano stabiliti per le operatrici antiviolenza, che la loro figura professionale venga normata dagli Enti preposti (ministero del Lavoro e Assessorati alla formazione di Regioni e Province) e che vengano erogati finanziamenti ad hoc.

Questa necessità è connessa con l’obbligo di fornire alle donne vittime di violenza servizi adeguati.

Possiamo infatti notare che molte associazioni nascono sui territori per occuparsi di questo fenomeno, e che molte accedono a finanziamenti per gestire servizi antiviolenza, al di là dell’effettiva rispondenza ai criteri individuati dalle dichiarazioni e raccomandazioni EU e ONU e dalle prescrizioni delle leggi regionali istitutive dei centri antiviolenza.  
La pratica delle relazioni politiche tra donne e l’ottica di genere debbono essere considerate requisiti indispensabili in ogni sevizio, e gli Enti finanziatori debbono chiaramente indicarlo in ogni bando.

Nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne, adottata nel 1993 si riconosce che : “l movimento delle donne ha giocato un ruolo decisivo nella crescente attenzione alla natura, gravità e dimensione del problema.”
Le Raccomandazioni del Foro delle Esperte della conferenza dell’ UE sulla Violenza Contro le Donna (Colonia, marzo 1999), affermano: I Centri antiviolenza debbono essere gestiti da associazioni di donne dalla prospettiva femminista, e improntati al criterio “donne che aiutano donne”.

La Legge Istitutiva dei Centri antiviolenza della Regione Friuli Venezia “Giulia LR 17 del 16-8-2000” dichiara: “La Regione, per le finalita' di cui al comma 1, riconosce e valorizza i percorsi di elaborazione culturale e le pratiche di accoglienza autonome e autogestite delle donne basate sulle relazioni tra donne”.
Tutte queste indicazioni vengono spesso disconosciute nelle pratiche di affidamento di servizi antiviolenza finanziati da danaro pubblico, con gravissimo rischio di nocumento per le utenti che vi si rivolgono, e che rischiano di subire un’accoglienza irrispettosa e niente affatto utile ai loro processi di affrancamento dalla situazione deprivante che vivono.

Dunque a livello di settore possiamo affermare che le donne impegnate in queste attività  sono fortemente motivate e legate ad una spinta volontaristica, ma tutto il settore necessità di una maggiore stabilità e di una regolamentazione più tutelante per le donne che decidono di lavorare come operatrici antiviolenza.

Partire da un’analisi del ruolo dell’operatrice antiviolenza conduce inevitabilmente a prendere in esame il tema della violenza contro le donne, indagandone genesi, storia, esito, conseguenze, sia sul piano storico sociale e politico sia sul piano della vicende individuali.
Arriviamo dunque ad un altro nodo significativo: quello della metodologia d’accoglienza a donne vittime di violenza.

Benché il tema della violenza contro le donne sia negli ultimi tempi molto “nominato”, anche in ragione dei tanti casi di aggressioni intrafamiliari – anche fatali – riportati dalle cronache, e benché in Italia esistano circa 100 Centri, Case e Sportelli dedicati, non si è ancora costituito un esaustivo “corpus” bibliografico di elaborazione, riflessione, orientamento, che possa essere reso disponibile alle operatrici del privato sociale che approcciano il problema in ottica di genere – nonché, ovviamente, agli operatori sociosanitari e delle forze dell'ordine, in modo tale da rendere organico ed efficace il sistema degli interventi a sostegno delle vittime.

Differentemente da altre criticità/ problematiche, infatti, il ragionamento sul problema della violenza nelle relazioni di coppia coinvolge sfere profonde dell'identità e del vissuto personali, perché avviene nell'ambito delle relazioni affettive, e suscita sovente giudizi e pareri che non prescindono da sistemi valoriali e gerarchici (uomo/donna, supremazia/sottomissione, diritto/dovere) profondamente e spesso inconsapevolmente introiettati dal sistema sociale, politico, culturale contemporaneo. In buona sostanza, la collocazione domestica-intima della violenza agita dagli uomini nei confronti delle partner ( e anche dei figli) ne “stempera” la connotazioni di reato, che, invece, viene riconosciuta dalla giurisprudenza nazionale e da tutte le dichiarazioni, direttive e raccomandazioni sovranazionali/ internazionali (UE, NU, ecc...).
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