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LE DONNE VIOLENTE DEL CENTRO ANTIVIOLENZA

29 settembre 2011

Sono arrivata al centro antiviolenza per donne maltrattate di Torre Spaccata (Roma) il 1 settembre 2010. All’epoca era gestito dalla cooperativa Virtus per conto del Comune.
L’assistente sociale mi aveva assicurato che le operatrici mi avrebbero dato un aiuto per ripartire con la mia vita. Nei primi giorni pensavo che davvero sarebbe successo. Mi diedero un dépliant fotocopiato, che ancora conservo, dove erano elencati i servizi del centro: sostegno legale, orientamento nei servizi socio-sanitari, sostegno psico-sociale, guida all’inserimento lavorativo. Non è successo nulla di tutto questo.

Ho capito dove fossi capitata quando ad una delle operatrici chiesi della pasta senza glutine, perché in passato avevo sofferto di allergia al frumento e stavo facendo degli accertamenti per capire se fossi celiaca. Mi rispose che era un mio capriccio, e che soffrivo di disturbi alimentari dovuti alla mia esperienza traumatica. Io avevo fame, ma avevo paura di stare male se avessi mangiato pane e pasta.

Così mi sono nutrita di pomodori e patate per giorni e giorni. La mia amica Carmen (anche questo è un nome di fantasia, e un giorno vi racconterò anche la sua storia) conserva ancora le foto dei miei pasti. Spesso la sera prima di dormire ero presa dai morsi della fame, ma la cucina era chiusa a chiave e le operatrici non aprivano per nessun motivo. Sono dimagrita moltissimo.

Il 6 settembre mi sono sentita male. Ho ancora il referto del Policlinico Casilino. Anzi, ne ho due. Perché il 23 settembre ho cominciato a vomitare, stavo davvero uno schifo, e così il centro ha chiamato un’ambulanza. Mi accompagnò una operatrice, credo di origine albanese, che riferì ai medici del pronto soccorso che mangiavo poco perché avevo subìto violenza. E così mi spedirono a fare una visita psichiatrica. Raccontai alla psichiatra che io volevo mangiare ma che nella struttura di Torre Spaccata il cibo era scarso e scadente. Una volta delle signore si erano accorte che la carne era scaduta. E spesso mancava il latte per fare colazione la mattina perché le operatrici, le ho viste con i miei occhi e non sono l’unica, dopo avere fatto la spesa per il centro prendevano una grossa sporta e si portavano a casa latte, biscotti, detersivi, shampoo. A noi rimaneva poco. Un giorno chiesi se era possibile avere lo shampoo, ma mi dissero che me lo dovevo comperare. E così per gli assorbenti e i tampax: non c’erano mai. Il fatto è che ci trattavano come delle matte. A Carmen la psichiatra prescrisse un sacco di psicofarmaci perché piangeva molto: ma lei piangeva perché si trovava male nel centro, e perché le sembrava di vivere in un incubo.

Se non ci credete, chiedete a Carmen e a Irina: Carmen accompagnava le operatrici a fare la spesa al Lidl di via di Torre Spaccata, e vedeva che spesso facevano la spesa personale mettendo tutto nello stesso conto. Poi il giorno dopo le donne con figli dovevano uscire per comperare il latte per i loro bambini, perché nella notte erano sparite le confezioni. Ma noi sapevamo dove erano andate a finire.

Questo succedeva anche con le tessere dell’Atac. Ci chiedevano i nominativi per fare gli abbonamenti dell’autobus, e poi se li tenevano per loro. Una corsa in autobus costa un euro, e la maggior parte di noi non poteva spendere così tanto, nonostante dovessimo uscire quasi quotidianamente dal centro per andare a cercare un lavoro. Vi racconto l’ultima perché ora sono stanca e ricordare tutto mi fa ancora soffrire. Siccome io avevo bisogno della residenza a Roma, una operatrice mi disse che potevo chiederla ad un signore che conoscevano e prendeva 70 euro. Sembrava fosse la prassi del centro. Io mi sono rifiutata. E ho cominciato a prendere nota di tutto, a conservare ogni documento, perché sapevo che prima o poi sarei uscita e avrei raccontato tutto

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