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AUTUNNO

Pubblicato in La Poesia
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Il parco è una larga tavolozza di gialli, di rossi, di bruni, un tappeto di foglie leggere copre la terra.

Il ragazzo cammina a piedi nudi, quasi sospeso, sulle foglie secche.

Ha il volto sottile, la pelle fine, da adolescente.

Indossa una camicia e una maglia leggera, sopra i jeans scoloriti.

Sente le foglie fredde sotto i piedi, lo scricchiolare di fibre che si rompono nel silenzio.

Sente la paura, fredda anche quella, nello stomaco.

Ricorda di aver mangiato qualcosa alla mensa dei poveri la sera prima, ricorda di essersi addormentato, disteso sotto un portico.

Quando si è svegliato non aveva più le scarpe.

Ha camminato tutta mattina, da quando una mano rude l’ha svegliato, costringendolo ad alzarsi. E’ entrato dentro il parco e ancora non si ferma, attraversa i vialetti, fiancheggia le siepi, sopra la sua testa gli alberi sono fiammate rosse contro il cielo.

L’aria è fredda, il sole è ancora basso.

La vede venire nella sua direzione, a poca distanza, sul sentiero di ghiaia.

Una figuretta femminile, dal passo deciso, chiara di capelli, sola.

Si trovano faccia a faccia. Lui la guarda, leggermente curvo, tenendo una mano sul fianco, lei gli restituisce lo sguardo, grigio.

Lei lo guarda perchè ha visto che è scalzo. Lui si ferma davanti a lei, le blocca il passo, la guarda fisso in viso.

Lei non sa interpretare quello sguardo, sente un rivolo sottile di paura salire per la spina dorsale.

Lui prende coraggio, tutto d’un fiato gli escono le parole: “Aiutami.”

Lei sente la paura lasciare posto all’agitazione, vede la mano sul fianco: “Cos’hai?”

Il ragazzo alza la camicia, la maglia che sta sotto.

“Mi hanno accoltellato.”

Lei vede il segno d’una linea più chiara di sbieco sulla pelle bruna, una cicatrice d’arma da taglio perfettamente guarita.

“Devo andare in ospedale.”

“Ma sei guarito.”

“No, voglio andare in ospedale.” Ripete.

“Cosa ti è successo?”, fa lei.

“Mi hanno accoltellato.”

Lei si sente attraversare dallo sguardo smarrito del ragazzo.

Rabbrividisce, sente il freddo dell’autunno, cerca di farlo ragionare: “Non vedi che la ferita è chiusa? Non hai bisogno dell’ospedale, ci sei già stato, ti hanno già curato, vedi? C’è il segno dei punti. C’è solo la cicatrice adesso.”

La ragazza cerca di distoglierlo dalla sua ferita, gli chiede quale sia il suo nome, di dove sia.

Lui non risponde. Vuole un ospedale.

La ragazza parla, gli fa il nome di qualche associazione dove potrebbe trovare accoglienza, ricevere un paio di scarpe, trovare aiuto, non ha bisogno di un dottore.

Lui guarda le sue labbra, gli occhi, fa di no con la testa, vuole un ospedale, vuole che la sua ferita sia curata.

Abbassa la camicia, con aria rassegnata, riprende a camminare.

Alla ragazza batte forte il cuore, lo guarda andare via, si sente sempre più confusa.

Lei si accorge che intorno a loro non c’è nessuno.

Il parco è diventato un luogo estraneo, il suo corpo è lì, come quello del ragazzo, ma entrambi sono altrove.

Poi sente le foglie sotto le scarpe, abbassa lo sguardo su quel colore di fuoco secco ai suoi piedi e d’improvviso la scuote un improvviso, lancinante dolore da qualche parte dentro il suo petto, come un pensiero cupo, senza parole, il lento, inarrestabile, marcire di un sogno.

Si volta ancora, il ragazzo cammina a piedi scalzi, a testa bassa, con la mano sul fianco, stesa sulla sua ferita, ad arrestare un sangue invisibile.


Nicoletta Buonapace

Ultima modifica il Mercoledì, 12 Agosto 2009 09:10
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