AMORE E VIOLENZA, IL LIBRO DI LEA MELANDRI

di Oria Gargano

Se si vuole parlare davvero di violenza contro le donne, non bisogna farlo con i termini e le immagini usati dai più, e non a caso cavalcati  dalle destre per cristallizzare il fenomeno in uno scenario di miserie femminili e crudeltà maschili, in un continuo echeggiare di interrogativi retorici – Perché? Come mai? Che si può fare? –, abilmente utilizzati per non andare davvero dentro le cose, e per ridurre il tema ad un'eccezione, un'imprevista epifania della follia maschile e della remissività femminile, come se l’intero contesto nel quale tutte/i siamo immerse/i non fosse basato sul potere degli uomini e la subalternità delle donne.

Contemporaneamente, se si vuole lavorare davvero nel sostegno delle donne che vivono il disagio della relazione violenta (cosa che io faccio da molto tempo ormai) non si può evitare di imbattersi in interrogativi difficili che spingono a percorsi tortuosi dentro alla profondità delle cose che sembrano “naturali” e “quotidiane” , quali l’amore, l’attrazione, la passione,  il possesso, il disincanto, il tradimento, il distacco, il dolore, perché è sempre la relazione i luogo in cui quella violenza si annida, si costruisce e deflagra.

Il desiderio sincero di aiutare le donne ad uscire dai vicoli ciechi in cui sono intrappolate concentra  talvolta la metodologia dell’accoglienza in una ripetizione di incoraggiamenti, precettistiche, empatie e rassicurazioni unidirezionali, che guardano alla donna come fosse il dito, e non vedono la luna, che è un contesto ben più ampio…

Ed ecco allora che “Amore e Violenza” di Lea Melandri è il libro che può aiutarci ad esplorare molti personali sentire, chiarire molte idee e confonderne altre, ma questo è buono, come sempre quando c’è molta confusione sotto il cielo – per citare uno fuori moda come Mao Tse Tung.

Acquisire coscienza che “Combattere la violenza manifesta significa oggi prendere il problema alla radice, snidare la cultura che lo produce, incarnata nelle istituzioni, nelle condizioni lavorative, nella morale, così come nelle immagini della pubblicità e dello spettacolo, nelle norme non scritte della tradizione e nei saperi colti.”

Perché Lea Melandri esplora e chiarisce di nuovo l’Infamia originaria che è alla base della nostra civiltà greco-romana-cristiana, oltre ad essere il titolo di un suo libro che è stato “romanzo di formazione” per molte generazioni di femministe – me compresa.

E lo fa attualizzando la ricerca in questo contesto contemporaneo  pieno di rischi, paure e contraddizioni, cercando i nessi  - incessante esercizio iniziato negli anni Sessanta dalla Melandri stessa, dall’Erba voglio, dai collettivi di donne, dai consultori autogestiti,  dai movimenti antiautoritari, la cui attualità trascorre le pagine del libro con una profonda saudade e con inediti, conclusivi spiragli di speranza.

La tesi è rigorosa e affascinante: la polis ha espulso le donne dal contesto degli uguali, riducendole a “funzione riproduttiva e merce di scambio”, e sul loro sacrificio si basa l’organizzazione sociale ancora vigente, che enfatizza l’olocausto delle donne come base dell’ideologia patriarcale laica e cattolica. Donne tuttora assoggettate, anche quando si tenta di esaltarne le doti stereotipamente femminili come risorse da spendere nell’economia, nella professione, nel discorso pubblico (il “fattore D” cui Melandri dedica analisi giustamente critiche).

Ma quell’espulsione ha avuto anche altri esiti, oggi particolarmente evidenti: “la scissione tra corpo e linguaggio, tra casa e città, tra biologia e storia”. E se la banalizzazione dei corpi,  la loro esclusione dal discorso pubblico, la loro espulsione dal novero delle cose che contano, hanno resistito testarde nella nostra cultura nonostante le grandi intuizioni del movimento femminista (Il corpo sono io prima ancora che il corpo è mio,  narrare e scrivere non del corpo ma il corpo, avviare una politica non sulla vita ma della vita, come Melandri ricorda e documenta), oggi i corpi riprendono la scena, attraverso la polarizzazione dei dibattiti sulle “questioni della vita” che, uscite da un millenario esilio, irrompono là dove non erano previste, oggetto di capillari controlli, manipolazioni ed interventi da parte dei maggiori poteri – Stato, Chiesa, mercato, tribunali, scienza, media -, ma anche soggetto di possibili cambiamenti culturali e politici.

L’arcaica attitudine degli uomini a denigrare, offendere, ferire il corpo delle donne nonostante sia lo stesso nel quale sono stati generati ed all’ombra del quale hanno dato inizio alla propria vita del mondo è stata affinata, nel corso dei secoli, diventando “aggressione e sfruttamento senza limiti sulle risorse naturali”. I progressi tecnologici hanno permesso di sognare la sostituzione del corpo femminile producendo in altri modi la vita, la tecnica e la morale che nutre i fondamentalismi hanno fatto diventare la morte oggetto  di normazione.

Ma oggi  si assiste ad una sorta di epocale redde rationem, perché le catastrofi di tutti i generi, l’orrore economico, l’insicurezza nello spazio pubblico e in quello privato, minano  l’ottimismo sulle mete tecnico scientifiche.
I corpi spuntano anche da altre parti  - dalle  parti di Arcore e di Palazzo Grazioli, tanto per dire – con l’inevitabile dibattito se si tratti di corpi liberati o di corpi prostituiti.

Spuntano nelle cronache e nei vissuti -  corpi dei poveri e degli sfruttati, corpi dei troppo nutriti, corpi esteticamente modificati. Corpi di donne immagine, donne-oggetto, donne-ornamento.
Lo stesso Berlusconi, che a questa nuova e scivolosa rappresentazione dei corpi ha dato grande impulso, da parte sua sembra rappresentare la peculiarità femminile della seduzione e della seduttività , con la quale “lascia affiorare una costellazione di tratti maschili disarmati e disarmanti: l’illusionismo magico del sofista, il delirio di onnipotenza del bambino, per il quale il linguaggio è una forza capace di catturare le persone, la parola che affascina e inganna, svia e fuorvia, portando l’altro dove vuole”.

In questo sconcerto, in questo vacillare di antichissime certezze, in questa inaspettata e non canonica riapparizione dei corpi e della vita nel novero dei temi della politica, si può sperare che “la cultura politica delle donne – quella che ha mantenuto un’attenzione al corpo, alla storia personale, al rapporto tra individuo e società” possa riuscire ad esprimere il tanto che ha da dire, “non solo su questioni specifiche, come la procreazione medicalmente assistita, i consultori, la violenza maschie contro le donne, ma su fenomeni che investono tutta la società: la crisi dei partiti, il trionfo dell’antipolitica, il populismo, le politiche securitarie, la xenofobia, la crisi della famiglia, le battaglie per i diritti civili, le biotecnologie.”

Ovviamente, con la radicalità dello sguardo e del punto di vista che hanno caratterizzato il femminismo ai suoi inizi. E con la speranza che la sinistra non torni a trascurare questo rigoglioso discorso politico ed a metterlo nell’angolo come (e Melandri lo racconta) è già avvenuto in passato.

Così si che si potrebbe affrontare davvero il tema della violenza contro le donne…
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