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STORIA DI MONICA

di Loredana Lipperini, Lipperatura
13 gennaio 2012
 
Per rispondere qui a tutte le persone che mi hanno scritto, in pubblico e in privato,  dando la loro disponibilità per future iniziative: anzitutto grazie.  Poi, una conferma: credo che serviranno tutte le competenze, legali, psicologiche, di idee. Per ora, posso solo anticipare che stiamo provando a organizzare un incontro a Roma per le prime settimane di febbraio dove cercare di fare il punto.
Poi, la storia di Monica.

Era il 1992 e avevo 21 anni. Posso dire ero giovane? A che età si finisce di esserlo per giustificare un aborto agli occhi di questa società? Avevo una relazione stabile con un ragazzo più grande di me di 7 anni, un bravo ragazzo emigrato dalla Calabria, fino a Milano, con cui stavo insieme già da 3 anni, che aveva un lavoro stabile all’interno della Guardia di Finanza. Usavamo gli anticoncezionali, sempre
Pillola prima, preservativo poi. Tranne quell’unica volta. Quando si dice sfiga.. capodanno, casa di un’amica comune, veglione, rumori, alcool, ubriachi entrambi. Ricordo poco, successe in un attimo, al piano di sopra mentre tutti ballavano al piano di sotto. Una cosa svelta, inutile per entrambi. E rimasi incinta. Mi crollò il mondo addosso. Andai dal medico di famiglia e commisi il primo errore: apparteneva a Comunione e Liberazione e cominciò subito a dire che essere incinta era una cosa bellissima, un dono del signore. Gli dissi che vivevo ancora a casa dei miei genitori, che non avevo un lavoro, che studiavo ancora all’università, lui rispose da copione “questo bambino non ha colpa, non buttarlo via, dio vede e provvede, stai tranquilla”. Uscì da lì ancora più confusa e disperata. Ne parlai con il fidanzato che rimase più agghiacciato di me, si disse pronto a prendersi “le sue responsabilità” ma che lasciava a me la scelta. Una mossa furba che soltanto anni dopo riuscì a comprendere: si scaricava la coscienza, gettando sulle mie spalle, ed unicamente sulle mie, il peso di una scelta difficile. Non partecipò mai a tale scelta. Non proferì mai una sola parola, io parlavo, mi sfogavo, urlavo tutte le mie ansie e lui ascoltava, in silenzio, in religioso silenzio.

Ho netti ricordi di quei silenzi pesantissimi, in cui l’unica voce che udivo era la mia. Una sola volta, la prima, mi disse che nel caso avessi scelto di tenere il bambino mi avrebbe sposata. Questa cosa, ovvero l’ipotesi di un matrimonio, mi faceva paura quasi come l’essere incinta.

Mi sentivo sola. Così presi il coraggio a piene mani e misi in pratica i dettami educativi che mi erano stati impartiti dalla mia famiglia: quando ti serve aiuto, chiedi prima ai familiari più stretti. Andai una notte piangente nel letto di mamma e papà che si svegliarono di soprassalto. Non la feci lunga, dissi solo “sono incinta”. Mia madre mi abbracciò. Negli occhi di entrambi lessi la sofferenza ma vidi anche una profonda comprensione. Cominciarono a dirmi subito ciò che volevo sentirmi dire: che non ero in condizioni di avere un figlio, che non ero in grado di mantenerlo e che mi sarei rovinata la vita. Mia madre mi disse che un figlio deve essere una scelta consapevole e non un incidente. Bevevo le loro parole come un nettare salvavita, mi dissetavo con le loro argomentazioni. Accompagnata da mia madre andai al consultorio dove una gentilissima ginecologa mi visitò, confermò lo stato di gravidanza alla 6 settimana e senza nessun discorso, nessuna parola mi scrisse il foglio per un IVG, l’interruzione volontaria di gravidanza. Mi presentai in ospedale, ma la lista d’attesa era lunga e dovetti aspettare fino alla 12esima. Furono settimane infernali. L’unico prezzo in famiglia che dovetti pagare è rispettare il divieto assoluto di raccontarlo a mio fratello che aveva all’epoca 17 anni, con la scusa che era ancora troppo ragazzino per comprendere situazioni come questa. Una bugia per nascondere un’altra bugia.

Dell’intervento, effettuato in un ospedale pubblico e in anestesia generale, ricordo pochissimo. Ricordo il risveglio nel reparto maternità, ricordo una frase canticchiata detta da un infermiere “abortin, abortin, dove lo metto il filettin” e poi “questo mezzo chilo di filetti li porto io giù?” Credo si riferisse ai grumi umani raschiati dai nostri uteri che dovevano essere portati in qualche posto per lo smaltimento.. ero sveglia da poco quando udì chiaramente tutto questo e vomitai subito. Qualcuno mi disse che era l’effetto dell’anestesia. Certo. Tornai a casa in serata e stetti malissimo fisicamente e psicologicamente. Ci misi molto a rimettermi. Ma mi sentivo anche libera, scampata ad un pericolo, non più in trappola. E’ aspro, lo so, ammettere queste sensazioni, ma era così. E cominciai ad odiare il fidanzato. Fu una lunga storia travagliata che si concluse nel 1999 in un tira e molla infinito. Non parlammo mai più dell’aborto. O meglio io cercai più volte di tirar fuori nuovamente l’argomento, ma lui reagiva sempre nello stesso modo: silenzio assordante. Potevo insultarlo, umiliarlo, ferirlo ma lui non reagiva mai. Stava in silenzio. Finché io, sfinita, ero costretta a cambiare argomentazioni.

A volte negli anni è capitato di pensare al figlio non avuto. Chissà perché l’ho sempre immaginato maschio. Fisicamente non l’ho mai immaginato. A volte superati i 30 anni e incontrando vecchie amiche o compagne di classe con carrozzine e passeggini mi è capitato di immaginare come sarebbe stato, quanti anni avrebbe avuto..

Di quest’aborto ho parlato solo a mio marito, l’uomo che ho conosciuto dopo aver lasciato il ragazzo di prima, quello troppo zitto. E al figlio non avuto ho smesso di pensarci quando a 36 anni ho partorito la mia unica figlia. Una femmina., si. Se tornassi indietro? Ripeterei l’aborto.. anzi no. Farei di meglio: non mi ubriacherei quel capodanno di secoli fa. In ogni modo, quel figlio non nato, rimarrebbe senza nascere. Questa consapevolezza lucida e concreta non mi toglie un peso dalla coscienza. Ma mi fa stare meno peggio di quello che sarei stata se me ne fossi pentita.
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