Schiaffi volanti, pugni rotanti

Michela Murgia
22 06 2012

"Liberati dal tuo silenzio". Questo è lo slogan della campagna antiviolenza patrocinata dalla Regione Sardegna a beneficio dei centri anti-violenza sulla donne. L'immagine rimanda una ragazza bella, giovane e col lucidalabbra che tiene lo sguardo basso. Su una delle palpebre c'è un alone viola che richiama il livido di un occhio nero. Il livido è un elemento puramente grafico, realizzato con la forma di un cuore nel quale è inscritta decine di volte la parola SILENZIO.

Se uno non sapesse cosa è un centro antiviolenza, da questa campagna di comunicazione sarebbe difficile capire cosa offre e da cosa difende. La donna del manifesto non è infatti descritta come vittima di un uomo che la picchia, ma come prigioniera del suo stesso silenzio, da cui è invitata imperativamente a liberarsi.

L'unico accenno alla violenza è quell'ombra viola sull'occhio, ma la scelta grafica di farla a forma di cuore mette la violenza in relazione con l'amore, di cui risulta quindi conseguenza. Quella raffigurata non è la vittima di un uomo violento, ma di un amore violento, di una passione che regala occhi neri al posto delle rose, come se le botte fossero la parte oscura dell'alfabeto amoroso. In questo registro comunicativo gli uomini che picchiano le donne non risultano dei soggetti violenti, ma dei compagni innamorati che sbagliano linguaggio.

Sarebbe già grave questo messaggio, ma il resto è molto peggio di così, perché il cuore sull'occhio non è neutro: al suo interno c'è scritto SILENZIO in varie tonalità; la violenza che rappresenta non appare quindi causata dalla volontà di un'altra persona, ma dalla ragazza medesima con il suo silenzio. Il meccanismo della narrazione grafica risulta quindi colpevolizzante: se sei ridotta così, la colpa è tua che non denunci.
La paura della donna non viene rappresentata, né le vengono offerti messaggi di rassicurazione a parte la promessa dell'anonimato: un po' poco, considerato che se la ragazza denuncia e poi le vanno i carabinieri a casa a fare domande, il suo compagno non avrà certo bisogno di farselo dire dal centro anti-violenza chi è che lo ha denunciato.

Care amiche del centro anti-violenza Donna Eleonora, sicure sia questo il modo di fare comunicazione anti-violenza?

La prima rivoluzione anti-violenza è quella dei linguaggi. Stamattina su Repubblica l'ennesimo femminicidio viene raccontato così: A scatenare l'ira dell'omicida sarebbe stata la gelosia. Lei lo aveva lasciato perché stanca dei maltrattamenti subiti. Lui, furioso, si è presentato ieri sera nell'appartamento della donna, nella cittadina altoatesina. Dopo una violenta discussione, è volato qualche schiaffo. Secondo quanto avrebbero accertato gli inquirenti, lo straniero ubriaco avrebbe poi tirato fuori un coltello, ferendo la donna con quattro colpi, alcuni dei quali nella regione cardiaca.

Capito? Non è stato un pestaggio.
Erano gli schiaffi che volavano.
Come le farfalle, come gli uccelli, come gli aerei.
Erna Pirpamer non è stata picchiata, ma è entrata in collisione con uno stormo di schiaffi volanti che era lì di passaggio. Minimizzare le botte come cose che volano, cioè scappano, sfuggono, si alzano per caso durante una discussione, è aggiungere la violenza delle parole a quella delle mani e dei coltelli. Chiamare la violenza, le botte e i pestaggi con il loro nome è la prima forma di rispetto e protezione dovuta alle donne che li ricevono.

Vale per i giornalisti e vale per i pubblicitari.

p.s.
Mio marito mi ha suggerito un'altra lettura del cuore sull'occhio: "sto zitta perché lo amo". Peggio mi sento.

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