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La violenza domestica uccide, eppure non fa notizia

Lidia Baratta, Linkiesta
24 febbraio 2013

Antonia Stanghellini aveva 47 anni. La prima volta era arrivata all'altare molto giovane e aveva avuto un figlio. Poi aveva incontrato Mustafà, si erano innamorati e Antonia aveva messo la fede al dito per la seconda volta. Diventando mamma di altri due bambini. ...

La felicità era durata poco: lui era diventato violento, lei cercava ogni giorno di proteggere i suoi figli. E per ben tre volte lo aveva denunciato. La sera del suo omicidio Antonia aveva appuntamento con le amiche per andare al cinema. Quando hanno visto che non arrivava, l'hanno chiamata più volte. Ma mentre quel telefono squillava, Mustafà colpiva la moglie con un coltello. Una, due, tre. Cinque volte.

Dall'inizio del nuovo anno, il bollettino dei femminicidi in Italia registra già sei vittime. Cambiano nomi, città, ma l'assassino è, nella maggior parte dei casi, un uomo. Non uno qualunque, ma uno con il quale la donna aveva una relazione. Marito o ex marito, fidanzato o ex, padre, fratello. Secondo gli ultimi dati dell'osservatorio del Telefono Rosa, la violenza all'interno della famiglia raggiunge la triste percentuale dell'87% su un campione di mille donne che si sono rivolte all'associazione per chiedere aiuto.

Non a caso, in cima all’infelice classifica ci sono le casalinghe e le donne che non hanno alcuna occupazione. Il 42% delle violenze si manifesta all’interno del rapporto matrimoniale e il 12% all’interno delle convivenze. E non vale solo per l'Italia: il centro per le ricerche sulla violenza di Harvard rileva che il luogo più pericoloso per una donna non è la strada, ma la propria casa. Ma nel nostro Paese (dati Istat) solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un reato, per il 44% è stato qualcosa di sbagliato e per il 36% solo qualcosa che è accaduto.

«I femmicidi sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita», ha detto lo scorso giugno l'inviata dell'Onu Rashida Manjoo in un rapporto sulla violenza sulle donne in Italia.

Le proposte di legge, presentate da più parti, si sono bloccate davanti al muro della campagna elettorale. Tra comizi e promesse elettorali di leggi ad hoc («Nei primi cento giorni di governo faremo la legge sul femminicidio», ha detto Bersani dal palco in piazza del Plebiscito a Napoli), quello che manca ancora nel nostro Paese è anche un sistema efficace di raccolta dei dati. Quando il 14 luglio 2011 il Cedaw (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women) ha chiesto all'Italia di fornire i dati sui femminicidi il governo italiano non è stato in grado di dare una risposta tempestiva, semplicemente perché quei dati non erano mai stati raccolti.

Né esiste un reparto speciale tra le forze dell'ordine, negli ospedali e nelle aule dei tribunali contro il femminicidio. I centri antiviolenza sono ancora troppo pochi e spesso hanno poche risorse. Eppure, secondo i dati Eures, dal 2000 al 2011 le donne vittime in Italia sono state 2.061. Centosettantatrè nel 2009, 158 nel 2010, 170 nel 2011. A queste si aggiungono più di cento vittime nel 2012.

Elisa Giomi, ricercatrice di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all'Università di Siena, da tre anni si occupa, insieme a Fabrizio Tonello (docente di Scienza dell'Opinione pubblica dell'Università di Padova), della rappresentazione del femminicidio sui media italiani. I risultati saranno pubblicati a marzo in un saggio dal titolo Il femminicidio nelle relazioni intime: analisi quantitativa del fenomeno e della sua rappresentazione nei tg italiani. Quello che hanno scoperto, analizzando i dati del 2006, «è la presenza di stereotipi di genere che spesso rappresentano la donna vittima come qualcuna che se l'è andata a cercare, deresponsabilizzando di fatto l'omicida», dice. «Sono rappresentazioni che mostrano un enorme gap con la realtà, con la tendenza a sovrarappresentare gli omicidi da parte di sconosciuti e sottorappresentare quelli all'interno delle relazioni, che sono i più numerosi».

Elisa, come si è articolata la ricerca?
La ricerca mette a confronto gli omicidi di donne avvenuti nel 2006, anno che prelude a una impennata della questione sicurezza nell'agenda politica. Sono dati ancora attuali perché il trend delle notizie è rimasto lo stesso. Quell'anno abbiamo contato 188 omicidi per mano maschile, un giorno sì uno no, di cui sono stati presi in considerazione solo i 162 risolti, in modo da poter tracciare un profilo dell'autore. Va detto, per inciso, che tutti i dati che abbiamo sono sistematicamente sottostimati, poiché non esiste un sistema unitario di raccolta. La ricerca è proseguita categorizzando tutti i casi considerati per età, nazionalità e relazione. Stessa operazione è stata fatta per tutti i servizi che riportavano gli omicidi di donna. E la foto che è emersa è opposta rispetto a quella che si riscontra nella realtà.

Cioè?
Anzitutto, dei 162 casi, è stata riportata dai notiziari solo la metà, esattamente 81, coperti da 473 servizi. Su 162, solo sette donne erano state uccise da un estraneo. Le altre sono morte nell'ambito di relazioni intime o familiari. La nostra analisi si è incentrata su 250 servizi, cioè quelli trasmessi a copertura di sette casi, in cui sono rimaste coinvolte dieci vittime femminili. Sono tutti delitti particolarmente efferati, anche stragi familiari in cui vengono uccisi moglie e figli. Come il caso di Jennifer Zacconi, sepolta viva dall'amante con il figlio che portava in grembo per nascondere alla moglie la sua relazione clandestina. O ancora la storia di Hina Saleem, uccisa dal padre pakistano per la sua - come si è detto - eccessiva filooccidentalità.

Cosa accomuna tutti questi casi?
Tutti questi casi coinvolgono uno o più stranieri come autori del delitto. Scostandosi invece da una realtà in cui la tipologia più diffusa di femminicidio è quella compiuta da partner o ex partner. Basti pensare che su 162 casi, 100 sono compiuti da un uomo vicino. Ma sono casi meno notiziabili che non arrivano fino al piccolo schermo. Quello che invece passa è l'omicidio compiuto dallo sconosciuto, dallo straniero, come rappresentazione di una minaccia, spettro criminale, fattore destabilizzante per l'intera comunità. A fronte di una copertura di più di 16 servizi in media per questo tipo di delitti, i casi di omicidi compiuti all'interno delle relazioni intime vengono invece coperti in media con quattro servizi. Cioè quattro volte meno.

Quali distorsioni avete riscontrato nel racconto di queste violenze?
Nei servizi analizzati vengono messi in atto processi di legittimazione sociale e stigmatizzazione a cui sono sottoposti autori e vittime, con la costruzione di figure ideali. Da una parte le vittime buone, dall'altra quelle che se la sono cercata. Alcune donne vengono rappresentate come donne angeliche o madri devote. La maternità diventa figura principale. Sono brave ragazze, timorate di dio. Rappresentazioni di una femminilità tutta legata allo spazio domestico. Dall'altra parte ci sono quelle che se la sono cercata, con riferimento alla storia sessuale. Viene accentuata la complicità di lei, soprattutto se la vittima ha tenuto condotte sessuali non conformi. Luciana Biggi, ad esempio, viene descritta come amante della movida, con frequentazioni pericolose, anche con cittadini stranieri. E poi si scopre che a ucciderla è stato il ragazzo, rigorosamente italiano. E poi ci sono le immagini, che in questi casi rappresentano la donna in abiti succinti e che suggeriscono l'idea di cattiva ragazza che se l'è andata a cercare.

E per quanto riguarda le distorsioni linguistiche?
I verbi riferiti alla donna sono sempre al passivo. La donna è stata uccisa, aggredita. È lui invece che agisce, che uccide. E poi gli assassini vengono stigmatizzati come folli, descritti come mentalmente instabili o come «vittime di», «in preda a» un attacco di collera o raptus. A nessuno di loro, vale la pena di notarlo, il giudice concederà poi l’attenuante dell’infermità mentale.

Caratteristiche che si trovano anche nella rappresentazione dell'assassinio di Reeva Steenkamp da parte del fidanzato Oscar Pistorius?
In questo caso si tratta di due bianchi in uno Stato nero. Si è parlato molto più di lui che di lei sui media e questo ha fatto sollevare gli animi di tante associazioni femministe. Per non parlare della rappresentazione che è stata fatta di lei, in forme che la feticizzano. Lo so che faceva la modella, ma davvero non si trovano foto di lei in primo piano o mezzo busto e basta? Quelle foto di lei in pose provocanti la privano di dignità, a mero oggetto sessuale, suggerendo l'idea della predabilità. Il che genera nel lettore uno sguardo non solidale, ma un desiderio che oggettivizza la donna, la deumanizza.

Ma perché usare il termine femminicidio? Molte donne non sono d'accordo con questo neologismo.
Il termine è stato coniato in occasione della strage delle donne di Ciudad Juarez, in Messico (dove dal 1992 più di 4.500 donne sono scomparse e più di 650 stuprate, torturate e poi uccise). Il termine femminicidio indica l'uccisione di una donna in quanto donna, uccisa in virtù o a causa della posizione strutturale di genere.

Mi fa un esempio di omicidio di una donna e uno di femminicidio?
Si ha un omicidio, ad esempio, quando durante una rapina in una gioielleria una donna rimane uccisa. Al suo posto, poteva trovarsi anche un uomo. Prendiamo il caso della vicina di casa di Raffaella Castagna (la donna uccisa nel dicembre 2006 nella cosiddetta strage di Erba del 2006, ndr), che interviene in soccorso e viene uccisa. L'uccisione come donna è casuale. Così come avviene per gli omicidi di mafia: uccidono la sorella o la moglie non in quanto donne, ma perché il codice mafioso vuole l'uccisione di tutti i familiari di chi tradisce. Il femminicidio, invece, è un delitto spiegabile e riconducibile a una asimmetria di posizione, in quanto donna. Come il marito che uccide la moglie. O l'uomo che uccide la donna che lo ha rifiutato.

Negli ultimi tempi in Italia c'è stata molta attenzione al fenomeno.
È un fenomeno talmente sommerso e così poco considerato che qualsiasi politico cavalchi la questione va bene. Tant'è che l'unica legge che funziona, quella sullo stalking, la dobbiamo a Mara Carfagna, una esponente politica del governo Berlusconiano rappresentante di una cultura femminile che vuole la donna come valletta muta e sessualmente sfruttabile. Logica che ha una relazione diretta con la violenza. Ma su un tema come questo, da qualsiasi parte arrivino le iniziative positive, si dovrebbe evitare di perpetrare logiche di appartenenza.

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