Fragole Celesti: il legame tra violenza e tossico-dipendenza

Stella De Zuani, Fermata d'Autobus
14 maggio 2013

Fermata d'Autobus è un'Associazione ONLUS, nata nel 1998 a Torino per iniziativa di un gruppo di professionisti (già fondatori della Comunità Il Porto nel 1983), che si occupa del trattamento di soggetti adulti che presentano patologie psichiatriche associate a disturbi di dipendenza da sostanze (Doppia Diagnosi)...
inseriti in un circuito di cura che comprende attualmente due comunità terapeutiche ed alcuni gruppi appartamento.

Dalla nostra esperienza di lavoro si evince che circa il l’80%, delle donne da noi prese in carico, è stata vittima di abusi sessuali durante l’infanzia. Le storie di vita che ne derivano si ripetono con drammatica costanza ed evidenziano una concatenazione tragica: dall’esperienza di abuso sessuale nascono livelli di sofferenza tali da influenzare la psiche e, quindi, la dimensione comportamentale e relazionale di queste donne. Di qui il bisogno, auto-curativo, di ricorrere all’uso di sostanze nel tentativo di lenire le ferite subite.

Sembra esserci una specifica correlazione tra esperienze traumatiche del passato e conseguenti problemi psicologici quali, ad esempio, depressioni, disturbi del tono dell’umore, rapporto disturbato col cibo e col proprio corpo, gesti autolesivi, fino a sconfinare nel campo della franca patologia psichiatrica. Come passaggio successivo, le donne da noi incontrate hanno sviluppato una dipendenza da sostanze (droghe, alcool, farmaci): l’abuso di sostanze appare come sintomo ed espressione di un disagio più ampio e profondo, che ha le sue radici in un tempo lontano che si è cercato di dimenticare. Come se il “rumore” così assordante ed esplicito della sofferenza mentale e della dipendenza dalle sostanze tentasse di nascondere il “silenzio” altrettanto assordante in cui si annidano le violenze e gli abusi subiti…

Le riflessioni cliniche derivate dal trattamento terapeutico di queste pazienti, fino ad oggi inserite in comunità miste, hanno evidenziato alcuni aspetti particolarmente significativi che caratterizzano quella che riteniamo essere una autentica emergenza di intervento e cura e che molto ha a che fare con gli aspetti affettivi e relazionali messi in atto da queste donne.

Di norma, l’abuso avviene in età infantile ad opera di un familiare, generalmente il padre, ed in un contesto familiare profondamente segnato da un inadeguato accudimento materno; si tratta spesso di madri caratterizzate a loro volta da fragilità psichiche ed emotive, maturate lungo storie di vita spesso travagliate, che non hanno loro permesso lo sviluppo di un sano legame affettivo con la figlia.

L’assenza di un adulto competente nell’accogliere i bisogni affettivi infantili e nel fornire adeguate risposte ad essi, ha prodotto in queste donne vissuti abbandonici profondi fronteggiati in modo disfunzionale attraverso l’investimento affettivo ed il legame di dipendenza verso l’abusante: l’abusante, infatti, nel suo essere “fonte di attenzioni”, ha fornito loro la percezione, seppur distorta, di sentire colmato il vuoto ed è diventato, nel tempo, il riferimento affettivo principale.

Nel momento in cui il legame di dipendenza con l’abusante viene meno per svariati motivi (dalla morte, all’allontanamento, alla separazione), la paura di non riuscire a gestire la sofferenza legata all’abbandono induce queste giovani donne a ricercare relazioni sentimentali e sessuali fortemente distruttive, con uomini a loro volta violenti ed abusanti, nel tentativo di riattualizzare il trauma del passato illudendosi in tal modo di poterlo controllare. A ciò si aggiunge anche il fatto che quel modello affettivo, per quanto violento e disadattivo, rappresenta l’unico conosciuto e sperimentato come rassicurante e, dunque, l’unico possibile.

A partire da queste riflessioni, si possono ben immaginare alcune delle maggiori criticità che si riscontrano nel trattamento di queste donne in comunità miste; buona parte dei nostri pazienti maschi presenta infatti caratteristiche di personalità e comportamentali che, per loro stessa natura, li avvicinano molto alle figure abusanti che le pazienti ricordano e, in qualche modo, ricercano: tratti antisociali, tendenze delinquenziali, comportamenti violenti.

I legami che ne derivano assumono per tanto, fin da subito, i contorni della trasgressività e della violenza, riproducendo le dinamiche relazionali originarie con la figura abusante.

“Svelare” il segreto della relazione instaurata e separare fisicamente i due pazienti in due strutture diverse dello stesso circuito di cura è apparso fino ad oggi l’unico intervento possibile per consentire una ripresa del percorso di cura. Tuttavia, l’inevitabile bisogno di imbastire relazioni di questo tipo ha sovente prevalso, portando queste donne a spostare le loro attenzioni su altri pazienti maschi, in un circolo vizioso fatto di continue trasgressioni e, conseguentemente, interruzioni di programma.

Una comunità esclusivamente femminile come “tappa” del percorso terapeutico di queste pazienti apre dunque il campo a nuove possibilità di cura: la comunità come un contenitore terapeutico dai confini definiti, uno spazio “altro” in cui poter rielaborare i vissuti legati alle esperienze di sconfinamento del passato all’interno di contesto curativo privo di oggetti distruttivi. La riflessione da cui si parte è che, nel bisogno-desiderio di agire la propria distruttività, queste donne non abbiano possibilità di farlo all’interno della struttura, ma debbano necessariamente rivolgersi all’esterno, riconoscendo e definendo in tal modo il bisogno di autodistruzione. L’esperienza che si cerca di offrire è quella di un luogo protetto in cui, a differenza dei loro contesti familiari di origine, non vi sia spazio per agire la trasgressione, la violenza, l’abuso, ma di affrontarla per tentare di elaborarla.

Evidentemente, l’obiettivo non è quello di rendere alieno il mondo del maschile, bensì di introdurlo nelle esperienze relazionali di queste donne attraverso momenti di risocializzazione mirati e protetti ma distinti dall’intimità del lavoro terapeutico, emotivo e corporeo, di cui necessitano per tentare di riappropriarsi di un’esistenza che istintivamente delegano a sostanze o a relazioni distruttive da cui dipendere.

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