Quando arriva un figlio

Cinzia Sciuto
30 maggio 2013

Gentile ministra delle Pari Opportunità, Josefa Idem
Egregio ministro del Lavoro, Enrico Giovannini

In quanto mamma lavoratrice, attualmente in astensione obbligatoria per la nascita della mia seconda figlia, mi chiedo spesso per quale motivo quando si parla di conciliazione famiglia-lavoro nel nostro paese ci si riferisca quasi esclusivamente alle madri, come se i figli fossero solo cosa loro. ...

C'è un solo aspetto della cura di un bambino piccolo, di pochi mesi, nel quale le madri sono davvero insostituibili: l'allattamento al seno. Per il resto, qualunque bisogno di cura del neonato - i cambi, le ninne, le coccole, i primi giochi, le veglie notturne, le snervanti e infinite passeggiate, la estenuante ricerca di strategie anticoliche ecc ecc - può tranquillamente essere soddisfatto da entrambi i genitori. Non c'è dunque nessun motivo "naturale" per cui la cura dei neonati venga affidata sostanzialmente in via esclusiva e "per legge" alle madri. Solo a loro, infatti, è attualmente riservato il diritto (al quale per fortuna, essendo anche un obbligo, non si può rinunciare) all'astensione dal lavoro per i primi mesi di vita del figlio. Con l'ovvia conseguenza - che ne è appunto però una conseguenza - che sono le madri a prendersi cura in maniera quasi esclusiva dei figli piccoli.

Questo approccio va radicalmente cambiato: se è certamente vero che il legame madre-figlio nei primi mesi è centrale e va tutelato con particolare attenzione, è anche vero che i figli non appartengono solo alle madri e molti aspetti della loro cura possono essere felicemente condivisi con l'altro genitore. Ne sanno qualcosa i giovani padri ai quali la legge non riconosce nessun congedo integralmente retribuito, né tantomeno obbligatorio (la recente modifica che ha introdotto un giorno, uno, di astensione obbligatoria per i neopapà ha il sapore della beffa). Giovani padri che all'interno della famiglia hanno spesso già oggi un ruolo nettamente diverso da quello dei loro padri, e che si prendono cura dei figli in maniera sempre più completa. Padri che spesso condividono con le loro compagne le notti insonni, salvo poi dover tornare al lavoro come se nulla nella loro vita fosse cambiato.

Una questione che ha delle gravose conseguenze sul piano occupazionale. Se una donna per ogni figlio si astiene dal lavoro per non meno di 5 mesi, è comprensibile che si crei nei datori di lavoro, specie nelle piccole aziende, una preventiva preferenza per gli uomini, che questo "problema" non lo creano. E non è neanche necessario citare i casi (molti più di quelli che si pensa) di fogli di dimissioni fatti firmare in bianco, mobbing post-parto ecc, per dimostrarlo. Sono sempre più numerose le donne che dopo una gravidanza fanno fatica a rientrare al lavoro, finendo spesso con il desistere.
Oppure prevengono il problema rinunciando a fare figli: specialmente se lavorano in un ambiente molto maschile, il timore della concorrenza "sleale" dei colleghi maschi può indurre molte donne a ritardare o evitare del tutto le gravidanze. Fenomeni che, in tempi di crisi, non fanno che aggravarsi. Se si vuole disinnescarli, è indispensabile che i soggetti delle politiche per la tanto spesso invocata conciliazione famiglia-lavoro siano sempre entrambi i genitori. Per esempio, oltre a una estensione significativa del congedo obbligatorio per i padri, forti incentivi al part-time o al telelavoro - per entrambi i neogenitori - possono costituire un concreto strumento a sostegno delle famiglie.

Dalle crisi si può uscire in due modi: tornando indietro sul terreno dei diritti faticosamente conquistati oppure compiendo un salto di qualità in avanti, con uno slancio che, insieme con l'economia, faccia avanzare la società anche sul terreno dei diritti. E mai come in questo caso un avanzamento sul piano dei diritti andrebbe di pari passo con le necessità di crescita del paese.

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