Il clima ostaggio del mercato

Elena Gerebizza, Re:Common
12 giugno 2013

In Italia sembra che sia difficile parlare di cambiamenti climatici senza banalizzare o senza essere troppo tecnicisti. Forse invece di parlare di clima in astratto, si potrebbe discutere in concreto di quelle attività umane che sono state riconosciute come causa dell'aumento della CO2 in atmosfera - che ha raggiunto a maggio il tanto temuto punto di non ritorno delle 400 parti per milione di CO2[1] - ...
e delle politiche energetiche, dei trasporti, produttive e delle infrastrutture che sono profondamente collegate con l'ambiente, il territorio e sì, il clima. Oppure si potrebbe parlare di finanza e di mercato, in particolare del mercato delle emissioni europeo, arrivato al collasso mentre in Italia viviamo una nuova stagione, quella delle quattro stagioni in un giorno, come in Nuova Zelanda. Partendo da un lato o dall'altro, arriveremmo all'inefficacia, all'inadeguatezza e alla marginalità della politica europea sul clima, e alle contraddizioni profonde dello strumento di implementazione scelto, il mercato europeo del carbonio (European Trading System, ETS).
 
Forse in pochi si sono resi conto che l'Unione europea è l'unico blocco regionale di paesi ad avere creduto che il mercato potesse davvero risolvere la questione climatica, al punto da dedicare risorse importanti per definire il quadro legislativo, le istituzioni e i sistemi di controllo necessari a creare un mercato per questa nuova merce – il carbonio – nata sulla carta con il Protocollo di Kyoto, e “materializzatasi” con la nascita del mercato europeo. In altre parole, se gli Stati Uniti hanno voluto introdurre la possibilità di comprare e vendere carbonio per ridurre il costo delle misure per il clima, l'Unione Europea ha dato gambe a questa idea e dal 2005 ne è divenuto il più grande sostenitore.

Al punto da muovere finanziamenti pubblici (dal budget comunitario, e da quello proprio delle istituzioni finanziarie internazionali in cui la Commissione europea o i paesi membri partecipano, come la Banca Mondiale, la Banca europea per gli investimenti, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) ogni qual volta fosse necessario “dare fiducia al mercato” e “mantenere alto il prezzo del carbonio” perchè questo potesse dare quel segnale agli investitori che secondo i teorici della Commissione europea avrebbe guidato gli investimenti verso energie e produzioni più pulite, raggiungendo i 30 euro a tonnellata nel 2013, e riducendo quindi la CO2. Il risultato? Nonostante i miliardi di euro mossi negli anni, alla fine del 2012 il prezzo del carbonio e dei permessi di inquinare in Europa hanno raggiunto il minimo storico -  5,89 euro per i permessi di emissione e 0,31 euro per i crediti di riduzione del carbonio (offsets) - mentre le istituzioni europee si ritrovano oggi a valutare le perdite che esse stesse hanno sofferto.
 
E la riduzione delle emissioni? All'interno dell'UE le emissioni di CO2 (e di altri gas a effetto serra) sono in aumento, e non accennano a ridursi. D'altro canto, come viene candidamente detto da chi nel carbonio investe – o investiva - “si tratta di comprare e vendere, fare soldi sulle variazioni del prezzo, non di salvare il pianeta”. Di fronte a un fallimento di questa portata del principale strumento di cui la Commissione europea si è dotata in materia climatica, a Bruxelles il tema è come salvare il mercato europeo del carbonio.

A inizio 2013 la Commissione ha aperto una consultazione sulle riforme strutturali per salvare l'ETS, a cui oltre 130 gruppi della società civile e dei movimenti ha risposto con una dichiarazione che chiede di cestinare il mercato e riconoscerne il fallimento, per iniziare a mettere in piedi le misure di regolamentazione che potrebbero realmente avviare la profonda trasformazione dell'economia necessaria ad uscire dalla crisi ambientale, climatica, ma anche economica e finanziaria che non accenna a risolversi. Misure che dovrebbero riguardare il modello energetico, produttivo e dei trasporti, per gettare le basi dell'Europa di domani e non a quella di ieri, uscendo dall'economia del petrolio e dal credo incondizionato nel Dio mercato.

Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook