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Nelle carceri situazione ingovernabile

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L'Indro
29 08 2013

Si rivolge al Presidente del Consiglio Enrico Letta, ai Presidenti di Senato e Camera Pietro Grasso e Laura Boldrini, e al Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, il Segretario del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE) Donato Capece. Chiede che «sia risolta al più presto la sempre più critica e drammatica situazione degli organici della Polizia penitenziaria». Sentiamolo: «La popolazione detenuta si attesta sempre sulle oltre 20mila unità oltre i 43mila posti letto effettivi delle carceri italiane con tutte le relative valenze di pericolo e di trattamento», ricorda Capece, «mentre gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria diminuiscono ogni anno di 800-1.000 unità, per ragioni fisiologiche, senza essere adeguatamente sostituiti».

Ne deriva che negli ultimi cinque anni sono venute meno circa 7.500 unità, compensate in minima parte dall'immissione in servizio degli agenti già volontari nelle Forze Armate. «E’ imprescindibile per il Governo», dice Capece, «l'assunzione concreta di impegni in materia di aumento di organico del Corpo di Polizia Penitenziaria. L'appello rivolto alle istituzioni è un grido di dolore che dovrebbe essere storicamente raccolto, perché al crollo fisico e professionale ci manca poco».

In questo senso un significativo allarme arriva da Domenico Nicotra, Segretario generale aggiunto di un altro Sindacato della Polizia penitenziaria, l'Osapp. Timori relativi all'ordine e alla sicurezza penitenziaria di uno dei carceri più “delicati”, quello palermitano dell’Ucciardone. «L'ordine e la sicurezza penitenziaria sono a rischio per l'insufficienza di poliziotti penitenziari. Ormai esiguo personale in servizio nell'istituto palermitano non riesce più a garantire i livelli minimi di sicurezza. È gravissimo che un importante presidio di sicurezza qual è un istituto penitenziario non possa adempiere al proprio mandato e questo perché negli ultimi anni nessun significativo incremento di poliziotti penitenziari sia stato disposto dal Dap».
 
Ucciardone paradigma della situazione generale delle strutture carcerarie italiane. Se la situazione dei detenuti, infatti, tra sovraffollamento e carenze igienico-sanitarie è divenuta ormai insostenibile e la condanna dell'Unione Europea in tal senso è giunta senza appello, come un coro unanime, quella degli agenti penitenziari (gli ‘altri detenuti’) non è di certo migliore: sottodimensionamento, stress, turni insostenibili e supporto psicologico carente costituiscono problematiche comuni all'intera categoria, la cui vita lavorativa è divenuta ormai impossibile. «I numerosi casi di suicidio tra i poliziotti”, sottolinea Nicotra, “rappresentano la manifestazione più drammatica ed evidente del fatto che i penitenziari sono divenuti strutture invivibili sotto tutti i profili: umano e lavorativo. Pochi agenti penitenziari, troppi detenuti: le carceri italiane sono sempre più bombe ad orologeria pronte ad esplodere».

La situazione delle carceri, dunque. I dati forniti dall'Associazione Antigone sono eloquenti e significativi. La piaga del sovraffollamento è tutt'altro che sanata: all'inizio di questo mese i detenuti dei penitenziari italiani erano 64.873, 17.414 in più della capienza ufficiale. Secondo le stime di Antigone, i posti letto sono ben inferiori ai 40.000 dichiarati. Poco meno di 30.000 persone vivono in spazi ritenuti degradanti dalla Corte di Strasburgo, che prevede regole molto chiare rispetto alla capienza e agli spazi da garantire a chi sconta una pena. Inoltre, i lunghi tempi burocratici accorciano la vita dei detenuti malati.

Il numero dei detenuti, dunque, non cala. Le presenze di reclusi nelle carceri italiane hanno smesso di crescere, ma non sono certo diminuite in modo significativo. Quale sia poi la capienza effettiva delle nostre carceri, questo nessuno lo sa, ma anche da documenti ufficiali del Ministero della Giustizia, si sa che il dato ufficiale è ampiamente sovrastimato, mentre il piano straordinario di edilizia penitenziaria continua a non produrre effetti.

Secondo le valutazioni di Antigone, il numero di posti letto è di molto inferiore a 40.000, il che stabilisce un tasso di sovraffollamento più alto di tutta la UE. Nelle carceri italiane la media dei detenuti è circa 170, ma i posti letto non sono mai più di 100. Poco meno di 30 mila persone quindi vivono in spazi ritenuti degradanti dalla Corte di Strasburgo. Per la Corte Europea non prevedere almeno tre metri quadri a persona nei luoghi di detenzione comporta la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea del 1950 sui diritti umani, che proibisce la tortura e ogni forma di trattamento inumano o degradante.

Sono, ad oggi, molte centinaia i ricorsi pendenti per questioni legate allo spazio insufficiente nei penitenziari italiani. La valutazione di questi ricorsi è al momento bloccata nell'esame da parte della Corte europea in attesa che l'Italia assuma provvedimenti sistemici. Entro maggio 2014 le nostre case circondariali dovranno necessariamente contenere tanti detenuti quanti saranno i posti letto a disposizione, in modo tale da porre fine allo scempio dei 30.000 carcerati che non possono civilmente seguire le norme stabilite al livello internazionale. E‘ credibile che in pochi mesi si possa fare quello che non si è riusciti a fare in anni? Evidentemente no. Inevitabile, dunque, il fioccare di salatissime condanne; risarcimenti a tutti i detenuti che faranno ricorso, e a pagare, alla fine della fiera sarà il contribuente, tutti noi. Se tutti e 30.000 i detenuti senza spazio vitale dovessero fare ricorso, il nostro Stato dovrebbe spendere circa 450 milioni di euro a titolo di risarcimento.

Non solo. Tra i tanti problemi che il sovraffollamento carcerario comporta, uno dei più delicati è quello della salute delle persone detenute, accentuato dalla mancata soluzione di alcuni gravi problemi emersi da quando la competenza della sanità dei ristretti è passata, nel 2008, dal Ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. «Al trasferimento della sanità penitenziaria alle Ssn», spiega Fiorentina Barbieri, coordinatrice dello Sportello di tutela dei diritti di Antigone del carcere di Roma Rebibbia Nuovo Complesso «non ha fatto seguito un'adeguata pianificazione della gestione del settore da parte della Asl. Accade quindi che i ritardi e le carenze nell'assistenza dei malati acuti e cronici, le gravi carenze nelle attività di riabilitazione, le modalità inadeguate di distribuzione dei farmaci». Tutto questo solo a Rebibbia, con i suoi quasi 1.800 detenuti, un terzo dei quali oltre la capienza regolamentare.

Alcuni casi danno l’idea della situazione. R. N., 54 anni, con sospetto tumore alla prostata, attende da gennaio di eseguire una biopsia prostatica necessaria per la diagnosi. D. I., 37 anni, affetto da glaucoma bilaterale, totalmente cieco all'occhio destro, con parziale capacità visiva all'occhio sinistro da mesi non effettua alcuna terapia né è sottoposto a nessuna visita specialistica. H. I., 49 anni, zoppica per una frattura pluri frammentata al femore sinistro, ha subito diverse operazioni con trapianto d'osso, è alloggiato in cella con altre 5 persone e bagno alla turca, di cui non riesce a usufruire. C.I., 41 anni, non cammina a causa di interventi precedenti alla colonna vertebrale, convive con forti dolori, ma non è sottoposto ad alcuna fisioterapia né a terapia del dolore, se non con analgesici generici.

Non solo a Rebibbia, ovviamente; la situazione è generale. Dal carcere di Messina, Q.V., 34 anni, è affetto da una rara malattia alle spina dorsale che gli ha procurato una definitiva paralisi agli arti inferiori; è interessato poi da incontinenza orinaria e fecale, ma dichiara di non essere visitato da oltre 3 mesi. Da Napoli-Poggioreale, scrive D.G., affetto da neoplasia vescicole: chiede di essere curato per evitare la perdita dell'arto inferiore destro. D.P., detenuto obeso di quasi 200 chili racconta di essere stato prima alloggiato a San Vittore (Milano) in una cella al quarto piano senza uso di ascensore, con bagno alla turca, è stato poi trasferito nel vicino carcere di Opera, in una cella con un accesso al bagno troppo piccolo e, successivamente, spostato a San Gimignano, a 500 chilometri di distanza dai propri parenti, tutti residenti a Milano e costretto a dormire in un letto a castello molto stretto.

Desi Bruno, Garante dei Detenuti della regione Emilia Romagna, che ‘vive’ quotidianamente la situazione, parla di «carcere sempre più povero e sempre più misero, totalmente fuori dai parametri di legalità costituzionale e convenzionale e in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci sulla questione sollevata meritoriamente dal Tribunale di Sorveglianza di Venezia con ordinanza 13.02.2013 relativa alla possibilità di non eseguire pene detentive in istituti che non garantiscono i parametri minimi di umanità del trattamento e delle condizioni di vita». Un carcere, aggiunge, che va «doverosamente ridimensionato nei numeri da provvedimenti di clemenza che specificamente dovrebbero prendere la forma della l'indulto, perché l'amnistia aiuta a realizzare le riforme del sistema penale e giudiziario, ma non riduce le presenze in carcere».

Non si può accettare un provvedimento di clemenza? Si tratterebbe di una resa dello Stato? Si chiede Bruno. «Forse la realtà descritta dalla sentenza Torreggiani della Cedu dell’8 gennaio scorso, o dall'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Venezia e quella che quotidianamente caratterizza gli istituti di pena italiani cosa rappresentano, se non la resa dello Stato di fronte alla impossibilità di garantire un livello minimo di dignità delle persone?. L'elemento decisivo che giustifica il provvedimento chiesto anche dall'attuale Ministro di Giustizia è dato proprio dalla consapevolezza che, in nessun altro modo, si potrà ottemperare alla sentenza Torreggiani e al limite temporale imposto per la messa a norma del sistema penitenziario. E allora si faccia, senza ipocrisia: senza attendere il sacrificio di altre vite umane».

E chissà che prima o poi, questa ragionevole proposta non riesca a farsi strada e convincere anche i più riottosi. Non foss’altro perché non si vede un’alternativa praticabile.
 
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