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«Ora vi racconto come ci violenta il nostro uomo»

l'Unità
12 09 2013

«Fuggivo, con mia figlia accanto a me nell’auto, io appena patentata, fuggivo dall’uomo che stava per uccidermi e - insieme al terrore, all’angoscia, sentivo tanta sete, una sete indescrivibile -: chissà, forse ci si sente così sempre, quando si sta per morire».

Sara - la chiameremo così - compirà 33 anni tra qualche giorno e finalmente festeggerà. Per dare il via al terzo tempo della sua vita, che sembra davvero un film. Il «primo tempo», come lo chiama lei, è quello dell’incubo che ha scatenato poi anche il secondo: Sara non è “solo” una donna violentata nel corpo e nell’anima da un uomo che le stava a fianco e che diceva di amarla, ma è stata anche vittima di chi l’ha scelta e tradita per venderla sui viali di una città: lei che, fino a quel momento non aveva ancora mai avuto un fidanzato... «Una torta con le candeline non me la preparo da tanto...», racconta. Da quando a 20 anni partì con entusiasmo dalla Romania verso l’Italia, dove le avevano promesso un visto per lavoro.

L’INIZIO

Era la primavera del 2000, il 19 marzo. Proveniente da una «famiglia colta», Sara ha perso da piccola i genitori ed è rimasta a vivere con la nonna che presto ha avuto bisogno di lei. «Me la cavavo benissimo: studiavo, seguivo un corso di canto e facevo qualche lavoretto per integrare la pensione della nonna: questa era la mia vita».

Dopo il liceo, il sogno: «Volevo diventare medico». I soldi non bastavano. «Quando mi hanno offerto un lavoro per qualche mese in Italia mi è sembrato quello che faceva per me», prosegue, mentre i suoi occhi cercano, tra i ricordi, come è successo. «Mi sono fidata, e dire che non ero una sprovveduta; ma le persone che mi hanno offerto “il lavoro” mi hanno convinto: ho frequentato una scuola paritaria evangelica, forse sono vissuta in una campana di vetro perché nella mia mente non esistevano cose simili e i media non ne parlavano, allora».

Arrivata a Bologna, i trafficanti le hanno requisito i documenti, consegnato una nuova identità e comunicato qual era il “lavoro”. «Cosa credevi di fare? - mi ha detto quell’uomo, perfido». Poi il gelo: «Ero stata venduta ad un albanese». Segregata di giorno, all’imbrunire veniva portata in strada. «Uscivamo vestite normali, ci cambiavamo in macchina o nel parco e conciate così ci sbattevano in strada non prima di averci fatto il lavaggio del cervello: minacce di morte, di botte, “non provare a scappare, ti facciamo a pezzetti..». «Con la mente ho cercato subito appigli: a volte mi nascondevo nel parco per non farmi vedere dalle auto, oppure mi intrattenevo a chiacchierare con un cliente, per perdere tempo. Il fatto che non portassi abbastanza denaro li faceva infuriare». Per il resto era il buio.

LA SPERANZA TRADITA

Un’unica speranza ha sostenuto Sara, mai concretizzata: «Quando passavano le forze dell’ordine speravo sempre che mi fermassero, mi chiedessero i documenti; lì avrei potuto spiegare e l’incubo sarebbe finito». Invece niente. «Io non ho il potere di cambiare le leggi - scandisce - ma non si può fare finta che questo mondo parallelo non esista: vorrei dire a tutti e soprattutto agli uomini che cercano donne in strada che è come se togliessero loro la vita perché la maggior parte è costretta». Denunciare era impossibile: «Quando non ero in strada, ero sempre sorvegliata. Poi questa gente ti mette in testa è che tu sei perseguibile, per me non avere documenti veri era gravissimo: vivevo con un senso di colpa enorme, assurdo a pensarci adesso, ma per tutte è così, quando si è segregate e violentate».

IL “SECONDO TEMPO”

L’identità. Ecco ciò che Sara ha sentito di aver perso per tanti anni, anche quando è iniziato il secondo tempo. Perché ad un certo punto una falla nell’organizzazione dei trafficanti c’è stata. E lei, in modo rocambolesco e con l’aiuto di un cliente, è riuscita a scappare. «Quell’uomo mi ha portata in un posto, un’azienda agricola ho scoperto che cercavano una segretaria: potevo solo fidarmi a quel punto. Non avevo altre chances». L’azienda era reale e reale anche il posto di lavoro: «Ma quando il proprietario ha capito che non avevo documenti non se ne è fatto nulla». Il seguito si è concretizzato in un uomo, più vecchio di 25 anni, che si approfittava di lei in cambio di promesse di aiuto. Sara presto ha capito cosa lui avesse in testa, il «suo business»: «Farmi lavorare solo per lui». La «fortuna» ha voluto che lo stress le procurasse una psoriasi impressionante: «Ero inguardabile, come potevo andare in strada?».

Intanto però Sara è rimasta incinta. «Abbiamo girovagato, poi lui ha deciso di andare al sud, da dove proveniva». «Non mi ha fatto abortire: quando ho partorito e mi hanno detto che avrei potuto consegnare la mia bambina ai medici, non me la sono sentita..», ricorda commossa pensando alla figlia che oggi ha con sé. «Durante la gravidanza e l’accudimento leggevo, guardavo la tv: ho capito che potevo denunciare almeno il primo tempo della vicenda». L’uomo - «che aveva pianto alla nascita della bimba, chissà se aveva un’umanità...» - sembrava essere d’accordo. Poi «tra burocrazia e negligenza» per riavere i documenti ci sono voluti due anni. Ero “quasi” libera, riflette Sara. Troppo per il compagno che non aveva scelto: «È divento sempre più irascibile, possessivo: mi violentava mentre la bimba era nell’altra stanza».

LA FUGA

Un giorno il culmine: «Stava per uccidermi, mi ha salvato una telefonata che lo ha costretto a uscire di casa». Sara ricorda: «Ho preso le prime cose che ho trovato, i documenti e sono scappata, via, con l’auto che guidavo da pochissimo». Prima la chiamata al centro antiviolenza napoletano che non poteva aiutarla, poi la fuga verso Mestre dove si trovava un cugino. «Ad Anzio era buio, non avevo un centesimo in tasca. Alla stazione dei carabinieri più vicina ho raccontato che stavo scappando, hanno fatto una colletta per la benzina». Sulla Firenze-Bologna, la sorte ancora una volta ci si mette di mezzo: un incidente bruttissimo, la figlia in coma, con il viso rotto. Insieme l’incontro con la salvezza: «La Casa delle donne per non subire violenza di Bologna». Immediati i colloqui e il regime di protezione ristretto: 8 mesi in una casa-rifugio, il sostegno psicologico e morale. «Peccato solo che il Comune non mi abbia subito affidato un assistente sociale», sospira. Che fatica... Sara però sorride: ha un aspetto forte, deciso. Sa che oltre il tunnel la luce c’è, può esserci. E lo grida al mondo, alle donne che subiscono violenza e agli uomini che ogni giorno, sui viali delle città e non solo, fomentano dolore.

Chiara Affronte

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