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Quando lui ti dice: vai a farmi un panino. Tu che fai?

Corriere della Sera
07 10 2013

Perché le donne sognano ancora così disperatamente, e così disperatamente perseguono, una proposta di matrimonio?

di Costanza Rizzacasa d’Orsogna

Una volta alle donne si diceva “Fix me a sandwich”, fammi un panino. “Fix me a sandwich”, ordinava negli anni Cinquanta l’americano middle e upper-middle class alla moglie, magari laureata magna cum laude in economia in un college prestigioso come Vassar o Wellesley solo per finire all’economia domestica di stirare camicie e cucinare polpettoni. “Fix me a sandwich”, intima ad Aibileen il marito della razzista Hilly nel film The Help, ambientato nel Mississippi dei primi anni Sessanta. Oggi, mentre “Fix me a sandwich” rimane, a memoria del sessismo di quegli anni, nel nome di un famigerato blog (sottotitolo: “Because women belong in the kitchen”, Perché il posto delle donne è in cucina; un post a caso: “Le donne servono a 70 cose, i panini e ‘la 69’”), si dice “Make me a sandwich”. O meglio, si direbbe. Perché provate a usare l’imperativo da Blimpie, la catena più “operaia” di fast food ora anche in Italia, e donne o uomini che siano il sandwich ve lo tireranno in faccia.

Roba da quel bigotto di Archie “Arcibaldo” Bunker, insomma. E invece no. Eric Schulte, boyfriend di Stephanie Smith, trentenne giornalista disperata di Page Six (la nota rubrica di gossip del New York Post), glielo dice immancabilmente ogni mattina. Non “Sweetheart, could you make me a sandwich?” (Amore, potresti…?), e neppure l’interrogativo “Make me a sandwich?”, ma proprio così: Fammi un panino. E un giorno, mangiato il panino, le ha detto, <<Sei a 300 sandwich da un anello di fidanzamento>>.

Una battuta maschilista, il cui significato (inconscio?), a guardar bene, era tutt’altro che un apprezzamento, e cioè che la poveretta era lontanissima da una proposta di matrimonio – del resto il sandwich in questione era un banale Emmental & petto di tacchino. Ma lei l’ha preso come un complimento, e ha preso lui in parola. Lanciando la campagna “300 panini per un anello” e documentando il tutto sul sito 300sandwiches.com (perché un anello è un anello, ma se ci scappa un libro, sulla falsariga della protagonista di Julie & Julia, ancora meglio – in questo, solo in questo, mica scema).
Una specie di calendario dell’Avvento in salsa tartaro-sessista. Al 3 ottobre ne aveva preparati 181. <<Sono una donna che ama il proprio uomo>>, scrive la senior reporter con laurea alla Northwestern nell’illuminante bio, <<ma anche una che non si arrende mai. Se lui vuole 300 panini, io consegnerò 300 panini>>. Panini sempre più elaborati, va detto, che prendono anche ore a prepararsi. Come quello con la punta di petto di manzo, scrive Smith, cotta una notte che era tornata a pezzi dal lavoro, fiondandosi in cucina senza neanche togliere i tacchi. <<E mentre lavavo i piatti cantavo per incoraggiarmi Lose Yourself di Eminem, ‘You only get ONE SHOT… To seize everything you ever wanted… Do not miss your chance…’ (Hai una sola opportunità… per prenderti tutto ciò che hai sempre desiderato, non la bruciare...)>>.
Al che viene da chiedersi se non abbia ragione la Boldrini quando dice che non vuole più vedere spot pubblicitari con donne che servono in tavola, perché diseducativi.
Perché alla fine, più del fidanzato novello Fred Flintstone, cui manca solo che le dica “Facce Tarzan” (o meglio, Jane), più della dinamica che la scommessa sottintende, e cioè che la donna l’anello deve guadagnarselo, a sconcertare è proprio Smith, che esalta il rapporto di subordinazione verso il proprio ragazzo e vede se stessa come la parte per il tutto (come cioè vede le donne il 99% degli uomini, diciamolo).
<<Dopo dieci sandwich avevo fatto i calcoli>>, scrive in un post: <<Tre panini a settimana, per quattro settimane, per 12 mesi. Avrei finito a quasi quarant’anni! Come avrei fatto a preparare 300 panini in tempo per fidanzarmi, sposarmi e fare figli prima di entrare in menopausa?>> A meno di non scoprire al sandwich numero 297, che lei lo sta in realtà lentamente avvelenando, <<vera vedova nera del panino>>, ha ironizzato Maureen O’Connor sul New York Magazine, che senso avranno avuto decenni di battaglie femministe se una donna, e non la casalinga di Voghera ma una giovane newyorkese in carriera, nel 2013 si chiede,
Come farò a preparare abbastanza panini perché lui mi chieda in sposa prima che le mie ovaie smettano di produrre follicoli? Va da sé che Smith decide di darsi una mossa, sfornando sandwich a colazione, pranzo e cena. Il panino come merce di scambio, insomma. Esattamente come il sesso.
Lo dice il proverbio, The way to a man’s heart is through his stomach”, per arrivare al cuore di un uomo bisogna passare dallo stomaco, e del resto l’aneddotica ribolle. Basti pensare al “pollo del fidanzamento” (engagement chicken): vera ricetta di pollo arrosto al limone valsa ben tre matrimoni tra le giornaliste del mensile Glamour USA (una delle quali l’aveva inventata dopo un viaggio in Italia) e innumerati altri una volta pubblicata, compreso, cinque anni fa, quello fra l’ex modella Beth Ostrosky e il conduttore radiofonico polemista e osceno un tanto al chilo Howard Stern. <<La ricetta che lo farà capitolare>>, titolò entusiasta il solito New York Post per l’occasione, con tanto di punto esclamativo. Così non deve sorprendere se i servizi dei “proposal planner”, ovvero gli organizzatori di proposte di matrimonio, siano in realtà richiestissimi dalle donne, pronte a sborsare centinaia di dollari per sentirsi consigliare <<Preparagli un’ottima cena e ogni tanto stiragli le camicie>> come via al tanto sospirato “Vuoi sposarmi?”. Per non parlare dei forum di auto-aiuto, dove orde di fanciulle condividono strategie quasi diaboliche per strappare al poveretto l’agognato anello, e la cura della casa e della tavola sono quasi sempre in testa.

Ammettiamo per un attimo, in barba all’evidenza, che la Smith sia in realtà una smart. Che stia mettendo in pratica, cioè, quello che sul Foglio, a proposito di ben altra Smith, di nome Zadie (la talentuosa scrittrice inglese che ha raccontato in radio di aver “perseguitato” per anni quello che poi è diventato suo marito), Annalena Benini ha definito lo <<stalking tenero>>: ossia ragazze <<che sanno quello che vogliono>> e <<tessono la tela del ragno per far dire al proprio uomo, finalmente, “Sì, scelgo te”>> per sfinimento. E certo, nota Salon, intervistato da una collega della propria ragazza, il nostro appassionato di panini dichiarava: <<Voi donne leggete decine di riviste cercandovi consigli su come tenervi un uomo, e invece è così semplice. Basta che facciate qualcosa di carino per noi. Come prepararci un sandwich>>.
Ma la domanda rimane: perché una trentenne in carriera come Stephanie Smith accetta, pur di sposarsi, di fare della propria vita la battuta finale di una barzelletta sessista?
Perché nel 2013 le donne sognano ancora così disperatamente, e così disperatamente perseguono, una proposta di matrimonio?
Perché, mentre sempre più donne raggiungono i vertici di un settore per anni riserva di caccia maschile come l’hi-tech, e c’è una donna al Fondo Monetario e un’altra a capo della sicurezza personale di Barack Obama, mentre insomma per le donne si aprono traguardi che mai prima, è ancora il matrimonio che “fa” e “giustifica” la donna agli occhi della donna?
E soprattutto: dopo aver smosso mari e monti e avergli fatto dire “Sì, scelgo te” per sfinimento, che (se ne) fanno?
 
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