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Ribellarsi in rosa

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Lipperatura
01 04 2014

Rosa è rosa è rosa è rosa. Che male c’è? Il rosa è il simbolo del femminile. Ma non è che un simbolo e non conta.
Balle, i simboli contano sempre. Anzi: senza agire sui medesimi tutto fugge via. Rosa, dunque, è ancora oggi, anno 2014, il mondo delle donne (quote rosa, governo rosa) e delle bambine. Rosa la loro Playstation, i loro telefonini, le copertine dei loro magazine, i capelli delle ninja dei cartoni animati, rosa i blog delle dodicenni, rosa la letteratura usa e getta della sorelle appena più grandi.
Nel saggio Spot generation, la psicologa Francesca Romana Puggelli scriveva:

“E’ opinione comune che i maschi desiderino il potere, l’azione e vogliano avere successo. Al contrario, si crede che le femmine vogliano esercitare fascino. Nonostante l’idea della forza femminile (l’idea che le ragazze siano energiche e attive) sia oggi entrata a far parte del pantheon dei bisogni primari, permangono tuttavia gli stereotipi, e il femminile – anche se energico- rimane legato alle tradizionali idee di fascino e femminilità. Nelle pubblicità, queste idee si traducono in formule standard. … Per esempio, nelle pubblicità di prodotti unisex, tre protagonisti su quattro saranno maschi. Le bambine vengono mostrate solo nelle pubblicità di prodotti femminili. Il motivo di questa convenzione è che i bambini sono più intolleranti per quanto riguarda l’identità sessuale e molto sensibili a qualunque cosa sappia di femminile. Un’altra differenza è che le femmine vengono più spesso ritratte negli spazi domestici, mentre i bambini all’aria aperta. Anche se alle ragazze non è più richiesto un atteggiamento passivo, le differenze comportamentali permangono: per esempio, i maschi sono più frequentemente ritratti in comportamenti antisociali, mentre le femmine agiscono esclusivamente all’interno dei codici conformi alle consuetudini sociali”.

Dall’indagine di Puggelli, insomma, appare che gli spot rivolti ai bambini sono ancor più stereotipati nella rappresentazione di genere rispetto a quelli degli adulti: le femmine sono più basse e più simili fra loro, sono più passive, conformiste, presentate in ambienti chiusi. Gli spot con bambini usufruiscono di musica ad alto volume e rapidi cambi di camera, quelli con le bambine hanno poche inquadrature, molte dissolvenze, e i colori sono inevitabilmente quelli del rosa o, al massimo, del rosso. “Anche dal punto di vista delle azioni mostrate, solo ai maschi sono concessi comportamenti anti-sociali (atti di aggressione, confronto fisico, ecc.), mentre gli spot rivolti alle femmine tendono a essere caratterizzati da modelli di comportamento più passivi e meno fisici, in quanto devono essere inquadrate nel socialmente accettabile”. Ancora. Mentre le bambine interagiscono con il giocattolo (che in genere è rosa, morbido, legato ad attività di cura materna o di sviluppo della bellezza), i maschi corrono, saltano, entrano in competizione o sono impegnati in esperimenti, “perpetuando così l’immagine del maschio intelligente, curioso, sempre pronto a sperimentare e imparare cose nuove”.

Questo avveniva nove anni fa. Avviene ancora? Per molta parte sì. Certo, ci sono nuove eroine che vengono proposte, e molte di queste eroine sono coraggiose, libere, carismatiche. Basti pensare a Daenerys Targaryen di Game of Thrones (che è riservata alle sorelle maggiori, ma come si sa gli oggetti del desiderio non hanno età) o a Katniss Everdeen di Hunger Games.
Dunque, l’industria dei giocattoli si adegua, e provvede a fornire le ragazze di pistole e archi. Un segno? Forse. Un simbolo? Ancora e per sempre.
Perché quegli archi e quelle pistole sono, naturalmente, rosa.

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