Vendere e comprare sesso. Tra piacere, lavoro e prevaricazione

Sabrina Marchetti, Zeroviolenza
27 maggio 2014

Qualche sera fa a Roma, nella cornice accogliente della libreria femminista Tuba al Pigneto, abbiamo discusso, raccontato e immaginato realtà e utopie legate al mondo della prostituzione. Al centro della conversazione “Vendere e comprare sesso
(Giulia Garofalo Geymonat, Il Mulino, pp. 127) un volume piccolo ma denso, recentemente edito per la collana “Farsi un’idea”.

Un libro destinato al grande pubblico, dal linguaggio semplice e divulgativo, ma che mantiene tutte le complessità – e anzi ne svela ancora di nuove – proprie della questione del lavoro sessuale retribuito.

A partecipare alla discussione c’era innanzitutto l’autrice, Giulia Garofalo Geymonat, attualmente ricercatrice all’Università di Lund, in Svezia, e che alla prostituzione si dedica ormai da anni come studiosa e attivista. Finora, infatti, Garofalo Geymonat ha analizzato il tema da una pluralità di prospettive, da quella economica, teorica, a quella delle pratiche di rivendicazione di diritti da parte dei gruppi di sex workers attivi in diversi paesi europei, come in Italia dove il Comitato per i diritti civili delle prostitute è attivo dal 1982. Giulia Garofalo Geymonat è stata, fra le altre cose, una delle organizzatrici della European Conference on Sex Work, Human Rights, Labour Rights and Migration che nel 2005 ha riunito a Bruxelles (in parte anche nelle sedi del Parlamento europeo) 200 partecipanti provenienti da 30 paesi, la maggior parte dei quali sex workers.

A promuovere l’iniziativa fu ICRSE un network di individui e associazioni, di sex workers o di loro alleati impegnati per ottenere maggiori diritti per le persone che “vendono sesso”, in quanto lavoratori/trici, migranti o semplicemente persone. Tra i risultati più interessanti della conferenza è il Manifesto per i diritti delle sex workers in Europa.

Assieme all’autrice, all’incontro ha partecipato PG Macioti anch’essa da anni attiva su questo tema sia come attivista che studiosa. Macioti è attualmente a Berlino dove lavora in prima linea per i diritti dei/lle sex workers presso l’organizzazione HYDRA, pioniera in questo ambito. Assieme a loro, come relatore anche Cesare Di Feliciantonio, dottorando in geografia economica a La Sapienza e da anni volontario nelle unità di strada a Roma.

Data l’esperienza dei/lle partecipanti, l’incontro non poteva che coniugare teoria e pratiche, senza dimenticare l’importanza delle normative, così diverse fra paesi europei, che giocano un ruolo chiave nelle condizioni di lavoro e di vita di chi “vende sesso”. Un equilibrio di prospettive che si ritrova nel volume stesso, grazie al tentativo riuscito da parte dell’autrice di fornire uno strumento utile sia a chi si avvicina alla prima volta a questo tema, sia a chi invece, pur essendone esperto/a, è alla ricerca di una chiave di lettura sobria e informata, come quella proposta dall’autrice, per navigare l’eterogeneità di posizioni teorico-politiche e esperienze pratiche in questo ambito.

Il volume si apre con una panoramica storica che ricostruisce come la prostituzione è stata rappresentata, normata, “gestita” in modo diverso dal medioevo in poi. Il libro dedica ampio spazio ovviamente alla legge Merlin che entrò in vigore in Italia nel 1958, abolendo le case chiuse pur mantenendo la legalità della vendita di servizi sessuali, e cambiando dunque radicalmente il modo di concepire e praticare la prostituzione nel nostro paese. Oggi in Italia è chi “sfrutta” la prostituzione a essere legalmente perseguito, cosa che se da una parte sembra rispondere ad una logica di equità e libertà dei/lle sex workers da costrizioni esterne, dall’altra nei fatti spesso li/le ostacola nell’organizzare il proprio lavoro in maniera più sicura.

La discussione che il libro porta avanti ruota attorno alla distinzione fra tre diversi approcci al lavoro sessuale retribuito: criminalizzazione (la prostituzione è sbagliata tout court e per questo va punita in tutte le sue forme); abolizionismo (la prostituzione idealmente non dovrebbe esistere, ma lo stato non deve punirla direttamente, per non peggiorare la situazione delle prostitute, ma punisce invece chi sfrutta la prostituzione); e infine regolamentarismo (la prostituzione è un dato di fatto e lo stato deve riconoscerle uno spazio economico e sociale). Questi tre approcci, ricchi al loro interno di diverse tendenze e sfumature, si sono susseguiti in diverse fasi storiche e, pur apparendo inconciliabili, attualmente convivono in contesti nazionali diversi, a volte a distanza di pochi chilometri.

L’autrice illustra la ricaduta di questi tre approcci sul piano dei diritti lavorativi per chi fa questo mestiere, sul modo in cui i/le clienti possono usufruire di servizi sessuali a pagamento, e infine sul piano della salute e della sicurezza. Molto spazio è dedicato nel libro alla questione della “tratta”, ossia al legame fra sfruttamento della prostituzione e sfruttamento del lavoro migrante, o, in altri termini, al legame fra violenza sessuale e violenza contro persone che, in quanto migranti irregolari, sono vittime di minacce e ritorsioni. Anche qui, un’attenzione particolare è dedicata al contesto italiano dove, grazie all’articolo 18 del Testo Unico sull’immigrazione del 1998, chi si trova in questo tipo di situazione può fare ricorso al sostegno di associazioni abilitate che offrono un percorso di reintegrazione che include un permesso di soggiorno per protezione sociale, poi convertibile in permesso di studio o lavoro.

Il libro, così come il dibattito dell’altra sera, non manca di approfondire anche la dimensione “culturale” legata alla compravendita di servizi sessuali. Come ha ben illustrato PG Macioti, la questione dello stigma legato alla prostituzione continua ad essere il fardello più pesante per chi fa o ha fatto questo lavoro, il vero problema che condiziona le vite loro e delle persone che le circondano. Lo stigma costringe le sex workers a non rivelare la loro professione, spesso costruendosi delle doppie vite difficili da portare avanti dal punto di vista psicologico; influisce sul prezzo dei servizi sessuali e su tutto il funzionamento del “mercato del sesso”; e infine sul tipo di protezione legale, sociale o sanitaria a cui avranno accesso (o che sarà loro imposta, come nel caso dei controlli sanitari obbligatori). In questo senso, come spiegava Cesare Di Feliciantonio, la prostituzione è un esempio paradigmatico in cui confluiscono dimensione pubblica e privata, politiche statuali e pratiche dal basso, e in cui i corpi (delle prostitute così come dei clienti) sono materia viva di quegli esperimenti di governance biopolitica che riguardano la società nel suo complesso, non solo di chi fa (o usufruisce di) questo lavoro.

In conclusione, un’opera che riesce finalmente a creare un ponte fra attiviste/i ed esperte/i che di questo tema dibattono correntemente, e il pubblico più vasto di chi attorno a ciò non smette di farsi domande. E che in questo libro troverà molte risposte.

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