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Non è come Tangentopoli, è peggio. A Venezia il "sistema" è lo Stato

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Il Manifesto
05 06 2014

Consorzio Venezia Nuova. Uno scandalo nazionale denunciato da anni, reso possibile da una convergenza politica antica e trasversale, con complicità ai più alti livelli della pubblica amministrazione e degli organismi di controllo

Non è come Tangentopoli, è peggio. Allora corruzione e concussione stringevano politici, imprenditori e affaristi in un patto di reciproche convenienze e ricatti. Qui, nel quadro rivelato dalla sacrosanta e benvenuta indagine intorno al Mose, il sistema vede direttamente partecipi anche importanti pezzi dello stato. Fanno scalpore i nomi più eclatanti: ex ministri, consiglieri e assessori regionali, il sindaco. Ma ciò che dà i brividi a chi conosce meglio come funziona la pubblica amministrazione è ritrovare a libro paga del «sistema» funzionari che dovrebbero essere i garanti della liceità di procedure e meccanismi.

Nell’ordinanza il Gip di Venezia scrive, a proposito dell’ex presidente della Regione Veneto Galan, dell’ex generale della Guardia di Finanza Vincenzo Spaziante, dei dirigenti del Magistrato alle Acque (che sovrintende a quasi ogni opera in laguna e dipende dal governo) Cuccioletta e Piva, dell’assessore regionale alle infrastrut­ture Chisso: «Ciascuno di essi, per anni e anni, ha asservito totalmente l’ufficio pubblico che avrebbe dovuto tutelare, agli interessi del gruppo economico criminale, lucrando una serie impressionante di benefici perso­nali di svariato genere».

Diversa la posizione del sindaco Orsoni, accusato di «illecito finanziamento ai partiti» per non aver dichiarato una parte dei contributi elettorali ricevuti in occasione delle amministrative del 2010. Un reato grave ovviamente, se provato, ma di altra natura, anche se a sua volta rivela la capacità di coinvolgimento dei soggetti istituzionali locali nella propria rete da parte del vero motore di tale «sistema» e cioè il Consorzio Venezia Nuova.

Il Consorzio, che raggruppa alcune fra le maggiori imprese italiane e la cui creazione è stata favorita da ambienti politici e imprenditoriali cruciali nella prima Repubblica, avrebbe dovuto essere lo strumento per risolvere il problema della salvaguardia di Venezia dalle acque alte.

La questione, antica, riemersa drammaticamente dopo l’alluvione del novembre 1966, è stata fronteggiata dallo stato approvando un paio di leggi speciali e, appunto, favorendo la costituzione del Consorzio al quale, senza gara né interna né europea, ha affidato direttamente la progettazione e la realizzazione del Mose (opera infine scelta senza nessun vero confronto con progetti alternativi e altresì agevolata dall’inserimento in Legge Obiettivo e oggi realizzata all’80 %). La convergenza politica attorno al Mose è stata trasversale, favorita anche dalla capacità persuasoria del Consorzio, ricchissimo di mezzi per consulenze, studi, uffici comunicazione. Quando ciò non bastava, secondo la magistratura, ci pensava il «sistema» oggi rivelato nei dettagli ma da tempo denunciato dagli oppositori (che oggi ne paventano il riprodursi sulla questione delle Grandi Navi, così come, nella regione, si è riprodotto in tutte le opere pubbliche più significative).

Questo di Venezia, esploso intorno a una delle più grandi e controverse opere pubbliche di sempre, è uno scandalo nazionale, per l’intreccio con cruciali poteri dello stato e per il livello delle connivenze politiche e imprenditoriali, mentre localmente ha inquinato partiti, istituzioni politiche, culturali e scientifiche, nonché l’economia del territorio.

In un giorno di amarezza e indigna­zione, chi ha sempre combattuto quest’opera, nel merito e nel metodo, può almeno veder riconosciuto il valore del proprio impegno, la verità della propria precoce denuncia (a volte costata pesanti querele e denuncie), e fare di questa maggiore consapevolezza pubblica la base di partenza per un’altra città, per un altro paese.

Gianfranco Bettin
* Assessore all’ambiente del comune di Venezia

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