Out of the blue? La faccia crudele di Gerusalemme

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Osservatorio Iraq
08 07 2014

Mentre aumenta il numero delle vittime colpite dal raid israeliano della notte scorsa su Gaza, e in Cisgiordania proseguono gli scontri, la blogger Paola Caridi accende un riflettore su Gerusalemme. E ci spiega perché è esplosa, e perché adesso.


L’avevano messa nel cassetto. Tutti quanti. Nelle cancellerie di tutto il mondo. Bella stipata, chiusa a chiave. Perché parlare di Gerusalemme? Quello è l’ultimo punto da trattare in un ipotetico negoziato, in un processo di pace che solo fuori da Israele/Palestina si continua a pensare ancora vivo. 4

Meglio lasciarla lì, la Città Troppo Santa. Lì, così com’è e come ogni giorno diventa. Una città in cui Dio – quello declinato in vari modi – c’è solo perché viene tirato per la giacchetta.

Eh no, non ci si può mica occupare di Gerusalemme. Meglio non toccare lo status quo, perché altrimenti si apre il vaso di Pandora. E tanto, poi, a Gerusalemme ci si può andare, in pellegrinaggio, per mero turismo.

‘Tu ci sei mai stato? Oh, io me lo ricordo ancora: una settimana, una città così affascinante. Magica. Mi ha lasciato una traccia che non dimenticherò mai…’. ‘E chi hai conosciuto di Gerusalemme?’ ‘Solo la guida…’. ‘E cosa hai visto di Gerusalemme?’ ‘I Luoghi Santi. Ma sai, il Santo Sepolcro mi ha deluso. Tutto assieme, confuso. E poi la Via Dolorosa, piena di negozi’.

Ecco, mentre Gerusalemme è piena di rumori, elicotteri che volano, lacrimogeni che volano, proiettili di tutti i tipi che volano, pietre che volano. E fumo, fuochi, e i ragazzi di Shu’afat incazzati, perché lo sono giustamente da anni.

Ecco, è proprio in questi momenti – lontana da Gerusalemme – che mi viene la nausea a pensare alle frasi inutili che mi sono sentita ripetere sulla città.

Oh, com’è magica e affascinante Gerusalemme… Quale Gerusalemme? Quella dei depliant del ministero del turismo israeliano? Quella patinata sulle copertine delle riviste di viaggio? Quella della Cupola della Roccia divenuta logo e brand, allo stesso tempo?

E dell’altra, della Vera Gerusalemme, che cosa vi hanno fatto vedere? Della gente di Gerusalemme, degli uomini e delle donne di Gerusalemme, chi vi hanno fatto conoscere, chi avete fermato per strada, chi avere guardato incuriositi?

È questa città, quella vera, crudele, per nulla pacificata né normalizzata, la città ‘normale’ che è esplosa ieri e oggi, forse domani. Una città compressa, fatta di tanti bambini e di tanti ragazzi, che non per caso sono le vittime di questi giorni e di queste settimane.

Ragazzi vittime, talvolta, spesso, ragazzi indottrinati. Ragazzi ostaggio degli adulti, che fanno la politica. Ragazzi ostaggio degli stereotipi. Ragazzi che indossano uniformi, divise e identità che li costringono come una camicia di forza.

Ragazzi che vengono uccisi. Di tre di loro, i tre ragazzi israeliani rapiti e uccisi, adolescenti, allegri sino a che un destino infame non li ha sequestrati, conosciamo tutto: le loro foto sono state esposte, su di loro e sul loro destino si è giustamente riversato il dolore dell’Occidente.

E sugli altri? Su quelli uccisi, nelle stesse ore, che avevano una carta d’identità diversa? Sui ragazzi palestinesi uccisi durante le retate in Cisgiordania compiute dall’esercito israeliano per cercare i tre ragazzi?

Ne sono morti almeno sei, prima che Mohammed Abu Khdeir venisse rapito e – sembra – bruciato da estremisti israeliani. Ne sono stati feriti a decine, a decine e centinaia solo fra ieri e oggi a Gerusalemme.

Il sangue che scorre è uguale, ha uguale colore: quello israeliano e quello palestinese. Ha uguale colore il dolore infinito di una madre e delle madri. Un dolore silenzioso e dilaniante.

Trovo sconcertante, in questi giorni e in queste settimane, l’ignoranza con la quale è stato raccontato non solo il conflitto israelo-palestinese, non solo Cisgiordania e Gaza, ma la stessa Gerusalemme. La città più studiata e visitata del mondo.

Trovo sconcertanti i due pesi e le due misure nell’informazione italiana. Trovo sconcertante il modo in cui i suoi abitanti, gli abitanti di Gerusalemme di cui ho fatto parte per dieci anni, siano i più sconosciuti e invisibili di quel pezzo di terra.

Un esempio per tutti. Shu’afat non scoppia per caso. Out of the blue, come giustamente ha detto oggi Ben Wedeman della CNN, che proprio a Shu’afat ha vissuto e che oggi a Shu’afat è stato colpito alla testa (per fortuna di striscio) da un proiettile di gomma sparato dalle forze dell’ordine israeliane.

Shu’afat, l’unico campo profughi palestinese a Gerusalemme, in cui opera l’agenzia ONU per i rifugiati (UNRWA), è stato consapevolmente tenuto dalle autorità israeliane come una pentola a pressione, per anni.

Un quartiere popoloso costretto, chiuso, rinchiuso. Nel 2011 le autorità israeliane ci hanno messo anche un checkpoint, all’entrata del campo.

Shu’afat è solo l’esempio più eclatante dello stato in cui versano altri quartieri palestinesi, come Issawiya, Ras al Amud, A-Ram, Jabal al Mukabber, Tsur Baher, il Monte degli Ulivi… Quartieri palestinesi pressati dai coloni israeliani che, in alcune aree, non più ai margini dei quartieri hanno costruito case e insediamenti, ma da anni anche dentro.

Lo hanno denunciato le Nazioni Unite, per anni, nei loro dettagliatissimi e interminabili rapporti. Lo hanno denunciato i consoli europei, da anni e anni, inascoltati nei paesi che pure rappresentano. Inascoltati anche quando dicevano e scrivevano: attenzione, prima o poi qui scoppia, perché è una pentola a pressione.

Perché la tensione è alta. Perché le prevaricazioni e le violazioni dei diritti umani e civili sono quotidiane. Perché a Gerusalemme, la città tre volte Santa, non c’è neanche la libertà di pregare.

È successo a Pasqua, per i palestinesi di fede cristiana, per il cui destino urliamo e preghiamo e lottiamo in Europa, senza sapere neanche come vivono. È successo oggi, primo venerdì di ramadan: i fedeli palestinesi musulmani non sono potuti salire alla Spianata delle Moschee, a meno che non avessero più di 50 anni.

E così, out of the blue, ci raccontano che i ragazzi palestinesi fanno guerriglia urbana a Shu’afat, che la pace è a rischio.

Quale pace, a Gerusalemme? Di quale pace parliamo? Di quale città parliamo? Di quella che vi hanno fatto visitare, chiusi nei pullman, intruppati per i vicoli della Città Vecchia, guidati da guide che – ognuna – vi ha raccontato la propria verità (parzialissima)? Oppure della Gerusalemme reale che vive e soffre?

Gerusalemme è una città, non è solo un mito e un archetipo. È una città fatta dai suoi abitanti. Inascoltati.

Quando mi chiedono, nelle tante presentazioni che ho fatto in questi mesi di “Gerusalemme senza Dio”, perché ho scritto un libro sulla Città Santa, rispondo che l’ho fatto proprio per loro, per i suoi abitanti.

Gli abitanti che subiscono le decisioni, e le indecisioni, di cancellerie che non conoscono neanche la cartina della città, le mappe, e men che meno conoscono i gerosolimitani e la loro vita.

Un’esistenza terrena, e per nulla mistica, il più delle volte.

 

*Paola Caridi è una giornalista e blogger, co-fondatrice di Lettera22 e autrice di numerosi libri, tra cui "Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele" (Feltrinelli, 2013). Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul suo blog, Invisiblearabs.com.

 

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