Sull’aborto, la frontiera dell’Europa dei diritti

Il Manifesto
22 07 2014

Polonia. I medici sottoscrivono una «dichiarazione di fede» per disattendere la già restrittiva legge. Viaggio nel Paese ipercattolico dove è legale solo l’interruzione di gravidanza terapeutica, eppure a causa dell’alta percentuale di medici obiettori di coscienza le donne sono alla mercé delle "mammane" o costrette a espatriare verso le cliniche slovacche. Ma stavolta il premier Donald Tusk ha richiamato i sanitari agli obblighi di legge. Un primo piccolo argine ai fondamentalisti

Tutto è pronto per par­tire. Le due pic­cole vali­gie sono state cari­cate nel por­ta­ba­ga­gli. Sarà un sog­giorno breve. Si tor­nerà a casa il più pre­sto pos­si­bile. Il viag­gio sarà lungo. Per arri­vare a Levice, una pic­cola città della Slo­vac­chia, da Var­sa­via ci vogliono 8–10 ore di mac­china. Piotr, 26 anni, stu­dente uni­ver­si­ta­rio, ha pen­sato che fosse meglio par­tire in prima serata, fare la strada con calma, magari una pic­cola sosta per sgran­chire le gambe e ripo­sare qual­che ora, così da arri­vare pun­tuali alla cli­nica. Con lui c’è Magda, la sua ragazza, 24 anni, anche lei stu­den­tessa uni­ver­si­ta­ria. Giun­gono a Levice alle 9,30. L’appuntamento era stato fis­sato per le 10 del mat­tino. Alla recep­tion, i due ragazzi ven­gono accolti da un’infermiera che li fa acco­mo­dare davanti una scri­va­nia con un com­pu­ter per esple­tare i docu­menti e pro­ce­dere al paga­mento dell’intervento: 350 euro. Subito dopo, Piotr viene cor­te­se­mente invi­tato a lasciare il reparto e tor­nare dopo le 2 del pomeriggio.

La cop­pia chiede di restare insieme, ma l’infermiera risponde che non è pos­si­bile per­ché in sala ope­ra­to­ria si trova un’altra ragazza, anche lei polacca, e per motivi di pri­vacy non è per­messo a nes­suno la per­ma­nenza. Lui abbrac­cia Magda e va fuori. Giu­sto il tempo di fumare un intero pacco di siga­rette e fare avanti e indie­tro lungo il via­letto che porta all’entrata della cli­nica e sono già le due. Piotr torna den­tro il reparto, e poco dopo esce insieme a Magda. L’intervento è pie­na­mente riu­scito. La tiene stretta a lui, la con­sola e gli asciuga le lacrime che le sol­cano il viso. Non c’è tempo per fer­marsi, devono subito ripar­tire per Var­sa­via.

Vi sem­bra una sto­ria roman­zata? Non lo è. Le uni­che parole di fan­ta­sia sono i nomi dei due ragazzi. Il resto è il rac­conto di una delle tante, tan­tis­sime cop­pie polac­che che ogni giorno affol­lano il reparto di gine­co­lo­gia della Medi­kli­nik di Levice. A prima vista sem­bra una cit­ta­dina ano­nima, fuori dai cir­cuiti turi­stici. Niente mera­vi­glie archi­tet­to­ni­che o musei da urlo, ma il cen­tro sto­rico è curato e le strade sono pulite, e c’è anche un grande parco pub­blico pieno di mamme con i pas­seg­gini, anziani che sie­dono sulle pan­chine e cop­piette di ado­le­scenti che amo­reg­giano. La cli­nica si trova a 10 minuti di mac­china dalla sta­zione fer­ro­via­ria, in una col­lina immersa nel verde e nella tran­quil­lità. E’ spe­cia­liz­zata in orto­pe­dia, chi­rur­gia este­tica e (da alcuni anni) aborto tera­peu­tico. Sul sito web (www.mediklinik.sk) è pos­si­bile leg­gere in polacco tutte le infor­ma­zioni neces­sa­rie. Basta tele­fo­nare, fis­sare l’appuntamento e pre­sen­tarsi in cli­nica. Tutti gli esami ver­ranno effet­tuati prima dell’intervento. Il tutto dura poche ore e poi si può tor­nare a casa. Il per­so­nale medico ed infer­mie­ri­stico parla polacco (slo­vacco e polacco in para­gone sono come spa­gnolo e ita­liano) e rende meno trau­ma­tica la degenza delle pazienti.

Zol­tan Csen­des, diret­tore della cli­nica, ci dice che l’80% di chi viene qui per l’aborto tera­peu­tico è polacco, ragazze tra i 20–25 anni. In media ven­gono effet­tuati 4 inter­venti al giorno. Il costo dell’operazione è la metà, rispetto ad una cli­nica pri­vata in Ger­ma­nia o Gran Bre­ta­gna, e vista la ristret­tis­sima legge polacca sull’aborto, sono tanti quelli che scel­gono di met­tersi in viag­gio per Levice invece di tro­vare un gine­co­logo com­pia­cente in Polo­nia per l’aborto clan­de­stino, il cui costo varia dai 2 ai 4 mila zloty (500–1.000 euro). Non esi­stono dati uffi­ciali, ma le asso­cia­zioni per i diritti delle donne cal­co­lano che in Polo­nia ogni anno ven­gono effet­tuati circa 180 mila aborti clan­de­stini. Nella mag­gior parte dei casi, l’intervento chi­rur­gico viene fatto in appar­ta­menti pri­vati, in un ambiente poco ste­rile e con l’ansia costante del medico che vuole por­tare a ter­mine l’operazione nel più breve tempo pos­si­bile. Se viene sco­perto, fini­sce in galera.
Tutto ciò, ovvia­mente, se hai i soldi per farlo. In caso con­tra­rio, ci sono le “mam­mane”. È nelle cam­pa­gne, lon­tano dalla moder­nità, che si con­suma la tra­ge­dia di tante gio­vani donne. «Molte arri­vano in ospe­dale quando ora­mai non c’è più nulla da fare per­ché hanno perso troppo san­gue», si con­fida il dot­tor M., che ci chiede l’anonimato. Lavora nel reparto di gine­co­lo­gia in un ospe­dale pub­blico di Poz­nan. «La situa­zione in Polo­nia è dram­ma­tica – con­ti­nua – non solo per le donne, ma anche per i medici. I diret­tori di molti ospe­dali sono legati a dop­pio filo alla poli­tica e hanno ami­ci­zie influenti nelle gerar­chie eccle­sia­sti­che. Sono loro che det­tano la linea, e se la poli­tica uffi­ciosa dell’ospedale è quella di dire no all’aborto, sem­pre e comun­que, anche i medici non obiet­tori sono tenuti a farlo. In caso con­tra­rio perdi il lavoro».

Abbiamo pro­vato a fare un giro negli ospe­dali di Var­sa­via e di Poz­nan, cer­cando di par­lare dell’argomento scot­tante con i dot­tori e gli infer­mieri in ser­vi­zio. «No com­ment», è l’atteggiamento gene­rale. Un’infermiera a Var­sa­via ha tagliato corto dicendo che «in que­sto ospe­dale siamo con­tro l’aborto, non ci inte­ressa altro». Ed è pro­prio da que­ste parole che viene fuori una realtà imba­raz­zante e para­dos­sale. Pur avendo una donna i requi­siti di legge neces­sari per poter chie­dere l’interruzione legale della gra­vi­danza, ciò viene siste­ma­ti­ca­mente igno­rato dalla mag­gior parte delle strut­ture sani­ta­rie nazionali.

L’aborto tera­peu­tico viene per­ce­pito come un cri­mine da una parte del mondo medico ed un serio osta­colo alla car­riera, salvo poi, per molti di loro, spar­tirsi senza rimorsi di coscienza il ghiotto mer­cato degli aborti clan­de­stini. Nel mese di mag­gio, 3 mila medici hanno fir­mato una «dichia­ra­zione di fede» in cui chie­dono gli sia rico­no­sciuto il diritto di ope­rare in linea con le pro­prie con­vin­zioni reli­giose e riget­tano alcune pra­ti­che medi­che come l’aborto, la con­trac­ce­zione, la fecon­da­zione in vitro e l’eutanasia. Un docu­mento for­te­mente appog­giato dalla Curia polacca e dal par­tito ultra­con­ser­va­tore Prawo i spra­wied­li­wosc (Pis, Legge e giu­sti­zia) che vuole ren­dere l’aborto com­ple­ta­mente ille­gale. Il governo polacco, sta­volta, non ha fatto orec­chie da mer­cante. Il pre­mier mode­rato Donald Tusk ha sot­to­li­neato che «i medici sono obbli­gati a rispet­tare la legge; ogni paziente deve essere sicuro che i dot­tori appli­che­ranno tutte le pro­ce­dure neces­sa­rie in accordo con la legge».
Che sia il primo stop con­tro l’invadenza della Chiesa Cat­to­lica nella vita pub­blica del Paese? Forse no, ma è un passo avanti.

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