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La Resistenza sul delta del Po affidata alle donne

La 27 Ora
24 07 2014

Il Po è lo spettatore delle storie senza fine che si sono susseguite sulle sue sponde e nelle sue acque.

Il bel film di Elisabetta Sgarbi Quando i tedeschi non sapevano nuotare racconta, con immagini che sfumano nella delicatezza del fiume, la disfatta tedesca dell’aprile del 1945. Con i soldati che perdono la vita a migliaia nel tentativo di tornare verso casa loro, dopo la rotta, prima di essere raggiunti dagli alleati. Ormai senza comando, cercano di traversare il Po con le corde, persino con le vasche da bagno, non sanno nuotare si perdono verso il delta.

Non dimenticherò la partigiana di Bondeno, Lidia Bellodi, che, a diciannove anni, con un gruppo di sole donne, sfonda la porta del Comune per distruggere i documenti anagrafici che avrebbero consentito, al tempo della Repubblica di Salò, ai tedeschi e alle brigate nere di trovare i giovani da arruolare per forza o da portare in campo di concentramento. Ed Ermanno Olmi che descrive il fiume, visto dall’acqua, con le punte dei campanili che si vedono dietro l’argine.

Ma il film mi permette, in una specie di contrappunto, di raccontare anche una storia di casa mia, di cui il Po è stato testimone muto. Mio padre, in quei giorni, tornava a casa. C’eravamo rifugiati in Romagna, a Mondaino. Il Segretario comunale di Gabicce Mare ci aveva regalato le carte d’identità false. Tutti noi Rimini eravamo diventati «Ruini», i Finzi «Franzi», i Vivanti «Vivaldi» e quelle carte ci avevano salvato la vita. Appena si profilò la disfatta dei tedeschi, mio padre volle andare da solo a Mantova, a casa nostra.

Partì dunque quella mattina di primavera da Mondaino. Pensava che ci avrebbe messo molto prima di arrivare. Su per la via Emilia, stravolta dalla guerra, con mezzi di fortuna o anche a piedi. Invece riuscì ad arrivare a Imola la prima sera. Trovò da dormire da due anziane signorine. Gli diedero un cappotto da capitano italiano, lasciato lì da un ospite precedente. Mio padre con il cappotto del capitano fermò qualche camion. Salì lui, e anche altra gente che gli diceva: «Capitano faccia salire anche noi». Arrivò fino al Po a San Benedetto. C’era il ponte di barche ancora integro, ma lì i soldati americani non lo fecero passare. Lo fecero aspettare a lungo.

Mio padre era offeso perché prima che a lui diedero il passo ad una lunga colonna di auto tedesche, scoperte, con gli ufficiali tutti prigionieri, ma eleganti, impettiti che non gli sembravano dei vinti. E poi — pensava mio padre stanco e mal vestito con il suo frusto cappotto da capitano — perché dovevano passare prima loro sul Po, il fiume che lo divideva da casa sua, loro che erano gli autori della grande ingiustizia. Si vide così, seduto in riva al fiume, bloccato proprio dagli americani tanto attesi, che davano il passo prima ai tedeschi che a lui. Lo raccontava poi scherzando, ma ancora con un filo di malinconia.

IL FILM
Quando i tedeschi non sapevano nuotare sarà proiettato il 28 luglio e il 4 agosto al Cinema Mexico di Milano (via Savona 57)

regia di Elisabetta Sgarbi
voce Michela Cescon
sceneggiatura di Elisabetta Sgarbi, Eugenio Lio
musica di Franco Battiato

Cesare Rimini

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