L'infanzia cancellata dalla crisi

Infanzia e crisiMarina Cavallieri, Inchieste Repubblica
15 settembre 2014

In Italia, in due anni, su circa 10 milioni di minori quelli in stato di indigenza sono passati da 723mila a 1 milione e 434mila. Molti altri vivono in una zona grigia e sono ad alto rischio.
"Una situazione che colpisce fasce di età sempre più basse e che interessa anche vaste aree del Nord", osservano gli esperti.

Gli effetti si spingono oltre le privazioni materiali, diventano deficit sociale con migliaia di ragazzi esclusi dallo sport, dalla cultura, dalla possibilità di invitare un amico a casa. I finanziamenti per combattere l'impoverimento sono stati dimezzati

ROMA - Crescono, aumentano, vivono al Nord come a Sud, formano un esercito senza nome che pochi notano, di cui poco si sa. Sono i bambini poveri e l'unica cosa certa è che in due anni sono raddoppiati: su un totale di circa 10 milioni, erano 723mila nel 2011, sono saliti a 1 milione 434mila nel 2013. E dal 2012 al 2013 sono cresciuti di oltre il 30 per cento.

Le cifre dell'ultima rilevazione Istat indicano quelli che si trovano in uno stato di "povertà assoluta", ovvero che si trovano nella "incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza", come mangiare carne o pesce tutti i giorni, possedere libri o giochi adatti alla sua età o avere uno spazio adeguato per fare i compiti. Ma ce ne sono molti altri, sono quelli che vivono parcheggiati in una zona grigia, impoveriti, a cui la crisi ha tolto molte cose che è difficile definire superflue: la possibilità di fare sport, di andare in vacanza, di fare una gita scolastica o frequentare un centro estivo, o peggio,  proseguire gli studi. Sono i poveri della porta accanto, svantaggiati, ma non in modo vistoso, a cui la famiglia continua a dare una vita apparentemente dignitosa ma che nasconde già molti vuoti, ragazzi a cui può bastare poco per passare il confine, la sottile linea rossa della povertà definitiva.

Sempre più piccoli e al Nord. Ma chi sono i bambini poveri? Sono i figli delle famiglie numerose che non arrivano a fine mese, i bambini degli immigrati senza lavoro e spesso senza casa, delle madri single che si arrangiano, dei genitori separati. O sono i figli delle coppie giovani, con lavori precari, famiglie dove l'arrivo di un bambino mette in crisi il bilancio familiare. Marco, Christian, Manuela, Camilla, Vlad... Le loro storie tutte diverse e tutte uguali: chi è finito in una casa famiglia dopo uno sfratto, chi lascia gli studi, chi sta tutto il giorno in casa davanti alla tv e mangia solo pizza e patatine. La maggior parte ha difficoltà a scuola, scarsa socializzazione, non va in vacanza o solo con le organizzazioni religiose. Tra i desideri che elencano c'è "andare allo stadio", "poter fare tardi la sera",  "un cellulare nuovo", "una casa". Microdesideri. "Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo", scrive la poetessa Marge Piercy, ma per molti bambini sognare è un lusso, c'è solo da vivere il presente, il quotidiano, giorno per giorno.

"I bambini poveri sono più che raddoppiati e la povertà colpisce bambini sempre più piccoli. Al Nord questa è una grossa novità ed è la conseguenza dell'incremento della povertà assoluta delle famiglie straniere", spiega Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell'Istat. "L'aumento della povertà infantile è la conseguenza di due fattori: della crescita della povertà assoluta al Sud e del peggioramento della situazione delle famiglie operaie e straniere al Nord, quelle che hanno più figli, nuclei familiari dove lavora solo l'uomo e in regioni dove si è fatta sentire di più la crisi delle fabbriche". L'Italia è sempre stato un paese con un alto tasso di bambini poveri, per la presenza al Sud di molte famiglie numerose, ma ora l'impoverimento si è ulteriormente diffuso. "Si è aggravato perché sono peggiorate le condizioni per tutte quelle famiglie dove c'è una sola fonte di reddito. Ed è peggiorata anche la situazione al Nord  per le famiglie immigrate e quelle operaie che si sono ritrovate senza lavoro". La mancanza di lavoro e la precarietà economica colpiscono gli adulti, ma si trascinano dietro i bambini. Con conseguenze ancora peggiori.

Per molti minori negli ultimi anni è iniziata una vita in salita: le ultime rilevazioni Istat rivelano che quelli che non possono permettersi una settimana di vacanza all'anno lontano da casa erano il 40% nel 2007 sono saliti al 51,3% nel 2013. I bambini che non possono permettersi un pasto proteico una volta ogni due giorni erano 6,2% nel 2007, sono più che raddoppiati nel 2013: 14,4 %. Anche "Save the children" ha realizzato un dossier sui mille volti dell'infanzia deprivata, lo slittamento progressivo, le rinunce quotidiane.

Vecchie e nuove povertà. "Possiamo dire che prima c'era la famiglia povera, storie di disagio sociale che attraversano le generazioni e che non si risolvono mai", spiega Lucia Anania della Caritas.  C'era ed esiste ancora la povertà tramandata come una malattia genetica, il disagio come un virus inguaribile che marchia le generazioni, un ergastolo economico che sancisce: fine pena mai. Ma non c'è solo la povertà economica assoluta che si tramanda di padre in figlio. "Ora ci sono tante forme di disagio e a pagare per primi sono loro, i più piccoli. Vediamo aumentare i problemi delle famiglie, si espandono le situazioni difficili perché negli ultimi dieci anni sono venuti a mancare  i supporti sociali e familiari, non ci sono più puntelli esterni.

Per sostenere le situazioni di disagio cerchiamo di recuperare con una rete amicale e familiare ma la rete è a maglie sempre larghe ed è facile scivolare da questi buchi". E in questi buchi, a volte voragini, finiscono i bambini, nell'impotenza delle famiglie e nell'ignavia generale. A Roma sud  ci sono intere famiglie con i figli che vivono in roulottes, sono perlopiù stranieri, da anni in attesa di una casa, un lavoro, una sistemazione. In un piazzale vicino a Laurentino 38 ci sono un paio di roulottes che stazionano davanti a un centro commerciale, i bambini la mattina vanno a scuola, poi tornano nella roulotte. Qui un bambino è stato anche picchiato da una guardia giurata, ma i genitori non hanno sporto denuncia per paura.

Secondo dati forniti dall'Unicef, il 13,3% dei minori italiani vive in una condizione di deprivazione materiale, intesa come la mancanza di accesso ad alcuni beni ritenuti "normali" nelle società economicamente avanzate: almeno un pasto al giorno contenente carne o pesce, libri e giochi adatti all'età del bambino, un posto tranquillo con spazio e luce a sufficienza per fare i compiti. L'Italia in questa classifica è al  20° posto su 29 Paesi considerati. Islanda, Svezia e Norvegia, per esempio, presentano percentuali di deprivazione inferiori al 2%.

La paura di perdere i figli. "Il problema è che l'impoverimento aumenta e diminuiscono le risorse, non ci sono più gli aiuti che c'erano qualche anno fa, Comuni e Regioni non ce la fanno. La situazione sta degenerando e poi molte mamme in difficoltà vedono i servizi non come un aiuto ma come una minaccia: hanno paura che possano togliere loro i figli e quindi evitano anche di rivolgersi ai servizi sociali", racconta Cristina Manzara che dirige "La casa di Christian", un centro della Caritas a Roma che accoglie madri con bambini in difficoltà. "Da noi si rivolgono i servizi sociali per chiederci di ospitare madri sfrattate o che hanno  perso il lavoro o abbandonate dal marito, in un anno sono state 280 le richieste, in due/tre anni sono raddoppiate".

Capita così che bambini per uno sfratto perdano la propria casa, finiscano in strutture di accoglienza e da qui a volte inizia una caduta inarrestabile. "Succede poi che la povertà finisca con il confinare con la criminalità, ragazzi che non avrebbero mai commesso reati finiscono male, perché smettono di studiare, frequentano la strada e da lì inizia una discesa". Tra i bambini che vivono in famiglie con un solo genitore il tasso di deprivazione materiale è del 17,6%, mentre tra i bambini che vivono in famiglie con genitori con un basso livello di istruzione il tasso è del 27,9%, cresce al 34,3% per i bambini che vivono in famiglie senza lavoro mentre per chi è figlio di migranti il tasso è del 23,7% (dati dell'Unicef).

Crisi economica e crisi della famiglia. Problemi economici e di disagio che si potrebbero attutire se ci fosse una rete che impedisce di cadere o di non farsi male. Ma la rete non c'è più: sono diminuiti i servizi sociali e di assistenza per i tagli statali, dei Comuni, degli enti locali. In alcuni comuni è capitato che bambini fossero respinti dalle mense scolastiche perché i genitori non pagavano regolarmente. Se nel 2008 i fondi nazionali per il contrasto della povertà erano 2 miliardi e mezzo di euro, nel 2013 gli stanziamenti sono arrivati a 766 milioni di euro. Sono aumentati col governo Letta risalendo a 964 milioni, ma complessivamente c'è un miliardo 536 milioni di euro in meno dall'inizio della crisi. Mentre i sostegni economici calano anche le famiglie si assottigliano, i legami si fanno più fragili, i padri più assenti. 

"Avere figli aumenta il rischio povertà, questo è un legame certo, a livello europeo l'Italia è il paese dove la sproporzione è più forte perché non ci sono correttivi, né servizi né sgravi fiscali. Secondo dati Eurostat, in Italia questa forbice è accentuata come nei pesi dell'Europa orientale, una situazione peggiorata negli ultimi tempi per la rottura di reti familiari e di sostegno", dice Evelina Martelli della Comunità di Sant' Egidio.

"Oggi, a differenza di una volta, le famiglie hanno meno reti, meno supporti", dice Paola Pistelli dell'Istituto degli Innocenti di Firenze. "C'è più solitudine, più incapacità ad affrontare le relazioni. Noi abbiamo un centro dove ospitiamo donne sole con figli, donne che hanno ricevuto uno sfratto, perso il lavoro, problemi che accadono ma che diventano insormontabili se agli ostacoli materiali si aggiungono quelli interni. Oggi vediamo donne più perse, con più fragilità. Ci sono poi le  immigrate: loro sono diverse, sono più forti e consapevoli, sono donne che hanno affrontato un viaggio difficile ma anche per loro non è facile perché spesso si ritrovano con i figli, ma senza un compagno e senza un lavoro. Oggi oltre alla povertà materiale ad aggravare la situazione c'è una povertà di relazioni che riguarda sia le immigrate che le italiane. Le madri vanno a fondo e si portano dietro i figli".

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