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sabato 21 aprile 2018



"La letteratura non permette di camminare ma permette di respirare".

Roland Barthes



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Razzismo di Stato

Razzismo di StatoMarco Omizzolo, Zeroviolenza
6 ottobre 2014

Il razzismo viene generalmente considerato un tratto primitivo dell'essere umano. L'uomo razzista è associato, ancora oggi, all'uomo ignorante. Ma è proprio così? Il razzismo è un rapporto sociale di oppressione e di sfruttamento comprendente un complesso ideologico
che naturalizza relazioni diseguali e che giustifica la subordinazione di un gruppo sociale ad un altro.

Un rapporto materiale di dominazione, come affermano Marco Ferrero e Fabio Perocco nel loro Razzismo, lavoro, discriminazione, diritto, che colpisce in particolare le classi subalterne (o parti di esse) e che è parte integrante dei processi di produzione e riproduzione delle disuguaglianze sociali. È un fattore di creazione e mantenimento delle disparità posto alla base di ogni sistema sociale, volto a creare o difendere condizioni di subalternità e inferiorità, dalle quali derivano sfruttamento e discriminazione.

È un fenomeno pervasivo della società moderna e non marginale. Non a caso si parla di sua istituzionalizzazione, ossia del suo inserimento strutturale nell'organizzazione statale, incardinato mediante leggi, regolamenti e politiche responsabili di forme più o meno sofisticate di discriminazione, ancora fondate sull'appartenenza religiosa, di genere, etnica, di classe, di cittadinanza.

È utile riflettere su questa dimensione del razzismo a distanza di pochi giorni dal tragico anniversario del 3 ottobre del 2013 quando 368 persone trovarono la morte nel Mar Mediterraneo, a pochissima distanza da Lampedusa. Una tragedia dovuta non a cause accidentali, bensì a politiche puntuali adottate dall'Italia in materia di immigrazione e da azioni ispirate da un nazionalismo securitario che hanno consolidato una cultura istituzionale razzista e xenofoba.

In Italia, e non solo per colpa di Berlusconi, nel corso degli ultimi anni si è assistito ad un proliferare di leggi, dichiarazioni, prassi amministrative e politiche che hanno consolidato a livello sistemico, razzismo e xenofobia. L'odio spesso dichiarato contro gli immigrati, i disabili, i lavoratori (in particolare operai e braccianti), ha prodotto leggi che perpetravano la subordinazione di chi appartiene a culture, etnie, classi sociali diverse da quella dominante.

Alberto Guariso, nel suo L'azione civile contro la discriminazione: un bilancio dei problemi aperti, ricorda che fino al 2002 le rassegne di giurisprudenza riportavano un numero di azioni civili contro la discriminazione in materia di razza, etnia e cittadinanza che non superava le dita di una mano. Allo stato attuale invece si è perduto il conto. La discriminazione, il razzismo, la xenofobia sono entrati nello Stato e nel corpo sociale del paese condizionando comportamenti e relazioni sociali.

La maggior parte delle azioni antidiscriminatorie in materia di razza, etnia e cittadinanza in questo paese riguarda le discriminazioni “istituzionali” ad opera di enti locali, mentre in maniera solo marginale il mondo del lavoro, all'interno del quale sono ancora le stesse istituzioni a discriminare, con riferimento in particolare all'esclusione degli stranieri dall'impiego pubblico. Come ricorda Clelia Bartoli nel suo Razzisti per legge, il caso dei respingimenti compiuti dal governo italiano è assai emblematico.

Il 6 maggio del 2009, in seguito al patto Italia-Libia, è stato eseguito il primo respingimento in mare. Migranti originari dell'Africa sub-sahariana sono stati respinti dal nostro paese in Libia. Nel corso di poco tempo ben 1409 persone furono respinte ad opera del Governo Berlusconi e con il beneplacito di buona parte della sinistra italiana. Una vergogna non sufficientemente denunciata in Italia ma che ha posto il nostro paese sotto processo alla Corte europea dei diritti dell'uomo.

La Commissione del Consiglio d'Europa nel 2010 ha inviato al Governo italiano un dettagliato dossier con il quale denunciava gravissimi soprusi subiti da migranti richiedenti asilo poi respinti in Libia. Si badi, l'imputazione non ha riguardato un singolo individuo o un'associazione, ma lo Stato italiano. Tra i respinti è stata provata la presenza di donne incinta, minori, malati, nonché di somali ed eritrei, ossia persone che hanno sicuro diritto allo status di rifugiato.

Il nostro governo si è difeso in questo modo “nel corso delle suddette operazioni di riconsegna, protrattasi per circa 10 ore, nessuno straniero, una volta a bordo delle navi italiane, ha manifestato la volontà di richiedere asilo; pertanto, trattandosi di una riconsegna di stranieri non richiedenti asilo, procedura che per sua natura non richiede l'adozione di specifici provvedimenti, non è stato necessario identificarli compiutamente e neppure individuare specificatamente la loro nazionalità, che era irrilevante”. Una risposta che fa vergognare e obbliga ad una riflessione più articolata volta a sconfiggere definitivamente il razzismo e il complesso di disuguagliane sociali ed economiche che lo giustificano.