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martedì 18 dicembre 2018



"L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e che non avrà".
Marco Polo



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Precarietà del lavoro, precarietà della vita

funamboli_precarietàMarco Omizzolo e Roberto Lessio, Zeroviolenza
20 ottobre 2014

La precarietà, stando alle retoriche neoliberiste prevalenti e agli sforzi dei governi italiani ammaliati dai fari alti della flessibilità e dell'insicurezza sociale, sembra rappresentare lo status incontestabile della società contemporanea.
Superare questa retorica è doveroso e la sociologia può contribuire in modo sostanziale.

Già Ulrich Beck denunciava l'irruzione della discontinuità, della flessibilità, dell'informalità all'interno dei bastioni occidentali della società della piena occupazione quale variante dello sviluppo capitalista.

Il saggio Strategie di conciliazione famiglia-lavoro per i lavoratori atipici. Una rassegna della letteratura di Cavaletto e Musmanno, pubblicato sul n.01/04 de La Rivista di Servizio Sociale dell'Istituto per gli Studi sui Servizi Sociali (www.istisss.it) approfondisce l'analisi spostando il focus dalle classiche tematiche economiche del lavoro e dei diritti a quella delle interferenze tra le traiettorie professionali e la quotidianità. Esso evidenzia le conseguenze dello smantellamento del sistema di garanzie che ha governato il conflitto tra lavoro e capitale nel XX secolo e le difficoltà del welfare italiano nel garantire le nuove classi sociali dalla povertà.

La ricerca analizza in particolare i percorsi esistenziali dei giovani, delle donne e delle famiglie, e le conseguenze prodotte dal Pacchetto Treu del 1997, Legge Biagi del 2003 e riforma Fornero. I diplomati e laureati italiani, ad esempio, risultano destinati ad entrare nel mercato del lavoro con forme contrattuali atipiche, spesso impiegati in occupazioni frustranti, non formative e per periodi di tempo non prevedibili.

La conseguenza è il parallelo allungamento del periodo di dipendenza dalla famiglia. Si manifesta un atteggiamento open-end che evita l'impegno a lungo termine, a fronte di progettualità di corto respiro che accentuano la propria precarietà, scivolando nella spirale discendete del lavoro atipico. Venendo meno la possibilità di costituire una famiglia, si allontana parallelamente la possibilità di investire nella genitorialità.

Oggi sono milioni i lavoratori/ici costretti ad una multiattività nomade, ossia a svolgere più lavori per ottenere le risorse economiche necessarie per vivere. Ciò avviene mentre non stanno venendo meno le opportunità occupazionali, ma le possibilità di retribuirle. Siamo abituati a pensare che è il denaro, inteso come ricchezza, a creare il lavoro. Se il denaro non c’è, non c’è lavoro, mentre è vero l’esatto contrario. La conseguenza è la trasformazione della società occidentale del lavoro che crea ricchezza, nella società della precarietà, e il consolidarsi di uno stato di insicurezza endemica quale elemento distintivo del capitalismo avanzato.

Le autrici registrano inoltre una duplice tendenza. Da una parte collocano i paesi con elevata occupazione femminile e welfare amico delle famiglie, in cui la natalità è in aumento o almeno stabile. In Germania, ad esempio, disoccupazione non è sinonimo di disperazione; una donna che resta senza lavoro percepisce comunque un reddito dallo Stato, soprattutto se ha dei figli. Dall'altra invece i paesi, come l'Italia, in cui ad un basso tasso di occupazione femminile si associa un welfare residuale e tassi di natalità tra i più bassi al mondo.

Corresponsabile di questo dramma sociale è il modello di welfare italiano, frammentario, scarsamente finanziato e privo di un sistema di sostegno al reddito. L'unico sistema di welfare che ancora offre garanzie alle famiglie precarie è la famiglia estesa. Anche in questo caso però la precarietà genera una discriminazione tra famiglie precarie e non precarie per le conseguenze economiche e sociali che le prime sono costrette a pagare al contrario delle seconde.

Il saggio si concentra anche su una delle retoriche più diffuse del precariato, secondo la quale esso garantirebbe supposti vantaggi per le donne. L'assunto risiederebbe nella strutturale instabilità che caratterizza l'occupazione femminile, giustificando la loro supposta disponibilità naturale alla precarietà lavorativa. Per le donne, invece, secondo le autrici, nella società della precarietà vi è solo la possibilità di uscire dal mondo del lavoro. Accettare l'assunto flessibilista significa cadere nel tranello che vuole le donne ancora più fragili, la cui instabilità viene giustificata dalla favola dell'opportunità conveniente.

La precarietà modificherebbe per le autrici anche l'organizzazione tradizionale del tempo, impedendo la routine utile per l'esercizio dei ruoli genitoriali. I precari sono infatti più esposti alla flessibilità d'orario e a cambiare sede di lavoro. Ciò comporta il passaggio dalla condizione di lavoratore precario a quella di genitore precario.

In definitiva, il sistema di flex-security italiano ha prodotto drammi sociali ai quali si somma l'incapacità del welfare di adeguarsi alle mutate condizioni occupazionali, generando un sistema di flex-insecurity sociale. È un disegno politico preciso, coerente con l'impostazione del Governo attuale. È davvero il caso di dire, precari di tutto il mondo uniamoci.