Crisi e case, mattone e territorio

Rossella Marchini e Antonello Sotgia, Zeroviolenza
27 ottobre 2014

Zeroviolenza ci invita a dialogare con Paolo Berdini. Lo facciamo da oltre trent'anni. Continuando, tanto per dare un riferimento geografico e temporale, il lavoro di Renato Nicolini, quando riuniva alle Frattocchie chiunque volesse interrogarsi sui temi della città.
Il senso di quei seminari stava proprio nel portare, in quel superbo tempio del pensiero comunista, invitati dalle diverse "appartenenze".

Iscritti al PCI - allora ancora esisteva - e non iscritti. Noi, da non iscritti, cercavamo, sempre, di rimarcare le differenze. Il '77 era stato  solo qualche anno prima. Pesava e non poco. Però, succedeva ogni volta, ci trovavamo d’accordo nell’individuare  nella “rendita”, su come fare a superarla, il nesso del ragionamento comune... Da allora, con Paolo, non abbiamo fatto altro che interrogarci sull’abitare. Nella comune convinzione che parlare di città, casa e territorio  vuol dire innanzitutto  combattere  perché le trasformazioni territoriali diventino patrimonio di chi abitando materialmente le produce.

Un tema ancora presente. E’ cambiato, però, il panorama di riferimento. Prima era il costruire a precedere l’abitare. Oggi la finanza immobiliare lo nega... Finanza globale, mutui sub-prime e bolle speculative, nate come immobiliari ed esplose come finanziarie, sono diventate lo strumento per costruire le città. Dove migliaia sono le persone alla ricerca di una casa. Tante case vuote. Per loro  irraggiungibili. La costruzione della città non risponde più all’organizzazione dell’abitare, ma alla finalità esclusiva di valorizzare la rendita finanziaria, che trova il decisivo punto di forza nell’intreccio con la rendita fondiaria ed immobiliare. Rendita che sembra non interessata esclusivamente alla casa quanto al trasformarci in consumatori indebitati delle forme della nostra stessa vita.

Roma, restiamo nella nostra città, è tutta territorio perché tutto il territorio è merce. Costruita come città diffusa  quale esito di un processo di espropriazione territoriale. Un’anomalia straordinaria. Gli ettari urbanizzati sono la metà di quelli esistenti e la densità edilizia è bassa. Frammenti, con case che si ammassano tra loro. Ovunque. Senza diventare mai un discorso urbano. Case che oggi pesano. Pesano su chi le abita. Chi la casa l’ha comprata, caricandosi di un debito spesso superiore alle proprie possibilità, costringendosi a enormi sacrifici, oggi si accorge che non è più in grado di far fronte alle scadenze del mutuo.

Sono molte le famiglie che hanno perso la casa non più in grado di pagare quelle rate. Le banche si ritrovano proprietarie di un numero crescente di case, dalle quali hanno cacciato i titolari dei mutui prima concessi e non più onorati. Non possono cederli a basso prezzo senza provocare una ulteriore frana sul versante delle sofferenze del credito dei costruttori e non hanno convenienza a gestirle. La casa deve restare una merce legata ai valori di mercato, anche se l’inoccupato e l’invenduto edilizio è diventato il panorama distintivo di Roma come di altre città. Italiane ed europee.

Specialmente quelle che hanno visto crescere, oltre ogni ragionevole limite, la frenesia edificatoria e la connessa bolla immobiliare. Come la Spagna e l’Irlanda. Ora le case si abbattono. Succede in Spagna dove la Sareb (la “Bad Bank creata per gestire le sofferenze bancarie in gran parte costituite proprio da mutui su immobili già pignorati) ha avuto un’idea “rivoluzionaria” per risolvere la crisi del settore edilizio: le case invendute, nuove, non ancora completamente ultimate vengono demolite! Tirando giù chirurgicamente quelle che non trovino domanda sul mercato e i cui costi di manutenzione risultano per i contribuenti più gravosi di quelli di demolizione.

Succede anche in Italia. In molti paesi e piccoli centri, quelli che costituiscono l’ossatura territoriale italiana, si demoliscono per necessità vecchi manufatti ereditati a cui non si può più far fronte per gli elevati costi di manutenzione e tassazione. Così facendo si sotterra storia e memoria dell’abitare. Non è questo un segno dell’esistenza di una questione territoriale?. Nelle  città si gioca la partita principale. Crediamo che siano inutili le monolitiche rappresentazioni dei “poveri” dei “senza casa”, le retoriche sulla loro situazione. Come se fosse qualcosa di separato dal resto della società e non invece una condizione viscerale, epidemica, strutturale di privazione di diritti nella città, che investe tutti noi.

Ovunque si vive in una situazione di emergenza. Basta vedere quello che sta succedendo in questi giorni. E’ una narrazione tossica a far ricadere sulle “bombe d’acqua” la colpa di un disastro annunciato,per continuare a vedere la natura come nemico, come qualcosa da tenere distante. La città è un organismo vivente ed è la costruzione collettiva per eccellenza. Non può vivere con tante sue parti malate o inutilizzate. Poggiare su un terreno  reso, in modo criminale, fragile. tenuta indifferente ad ogni forma di cura. Con lei faticano a vivere i suoi cittadini. Il recupero di ogni luogo abbandonato è indispensabile, non solo per dare la casa a chi non ce l’ha, ma per realizzare spazi per la cultura, per i servizi, per costruire pratiche di vita comune. Per ritrovare anche i vuoti.

Il disagio che ognuno di noi registra nell’abitare dimostra che non basta costruire case, una accanto all’altra, per costruire una città. Qui incontriamo Paolo Berdini. A lui  giriamo le nostre domande. Dobbiamo produrre un nuovo pensiero sull’urbano, che parta dall’idea di città come proprietà collettiva, bene della comunità dei cittadini.

Quale deve essere il sistema di norme che regola la proprietà e la sua funzione sociale? Quali le nuove pratiche per  ridefinire gli usi collettivi dello spazio urbano, non come riduzione della proprietà, ma accesso a diritti più ampi per tutti? Parliamo del diritto alla città, mettendo in discussione una cultura e una gestione politica che esprimono il primato degli interessi privati e, nella trasformazione delle città, antepongono il valore di scambio al valore d’uso dello spazio. In quale misura questa crisi  porterà a ripensare il modello di sviluppo economico e territoriale? Riuscirà la nozione di giustizia sociale a diventare il motore di crescita urbana? Intanto Genova affoga.

Il dialogo con Paolo Berdini proseguirà giovedì 30 ottobre


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