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Strikers declaration #04

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Dinamo Press
06 11 2014

Verso lo sciopero sociale del #14n, dopo l'assemblea nazionale del 2 dicembre presso Officine Zero, ecco la Strikers declaration #04

Leggi anche la Strikers declaration #03 - Perchè scioperiamo il #14n?

Materiali scaricabili e info dai Laboratori dello sciopero sociale sul blog scioperosociale.it

I principali sostegni alla maternità, allo stato attuale, sono il congedo obbligatorio di maternità – 5 mesi di astensione lavorativa, accompagnata da un’indennità pari all’80% o al 100% della retribuzione – e le cosiddette due ore di allattamento (con permessi giornalieri retribuiti fino al primo anno di vita del figlio/a). Inoltre, per tutto il periodo della gravidanza sino al compimento del primo anno del bambino/a vale il divieto di licenziamento, che spesso però viene aggirato con la pratica ricattatoria delle lettere di dimissioni in bianco fatte firmare all’atto di assunzione. Tutto questo è però valido solo per le lavoratrici dipendenti e una piccola parte delle parasubordinate, mentre per la stragrande maggioranza delle lavoratrici, ossia per tutte le precarie e professioniste atipiche, non c’è alcuna tutela!

Poco o niente è previsto per i padri, che possono usufruire del congedo obbligatorio di paternità (se lavoratori dipendenti o parasubordinati) solo in situazioni estreme, se non drammatiche: morte o grave infermità della madre, abbandono del figlio da parte della figura materna, affidamento esclusivo del bambino/a al padre. A dimostrazione che le responsabilità genitoriali e il lavoro di cura sono ancora considerati completamente a carico delle donne e che il diritto alla paternità non è in alcun modo riconosciuto e garantito (se non si conside- rano i 3 giorni di congedo paterno introdotti in “via sperimentale” dalla Fornero…). Per non parlare del Congedo parentale facoltativo che prevede un periodo di astensione dal lavoro da ripartire sì tra padre e madre, ma con un’indennità pari al solo 30% della retribuzione dell’uno e/o dell’altra.

Alternativo al congedo parentale è l’accesso al cosiddetto Bonus Bebè. Si tratta di un contributo di 300 euro mensili, per un massimo di sei mesi e concesso su base reddituale, volto a pagare il servizio di baby-sitting o la tassa di iscrizione al nido. Ma nel 2014 l’erogazione è stata sospesa per mancanza del decreto attuativo. Per le disoccupate è previsto un assegno di maternità (statale o comunale) ma solo se la madre è in grado di far valere 3 mesi di contribuzione nel periodo che va dai 18 ai 9 mesi antecedenti al parto. A ogni modo si parla di un assegno annuo che nel 2013 è stato di 2059,43 (assegno statale) e di 1672,65 euro (assegno emesso dai comuni).

Inoltre i tagli effettuati sulla spesa sociale degli enti locali hanno prodotto di fatto l’impossibilità di rispondere alla domanda di servizi sempre crescente, riducendo drasticamente anche quelli già esistenti. La situazione degli asili-nido è drammatica: 11,8% la copertura 0-3 anni da parte di nidi pubblici, 18,7% comprendendo i servizi integrativi, ben al di sotto del 33% previsto dalla UE, con enormi squilibri tra le regioni italiane. Copertura tra l’altro valida solo per bambini/e figli di genitori già lavoratori: una politica che prolunga la disoccupazione forzata delle madri precarie.

Dopo essersi presentato come il garante della parità sessuale, concedendo il 50% delle posizioni di governo a ministre donne, Renzi ambisce ora a erigersi a salvifico rappresentante dell’estensione dei diritti delle donne nel mercato del lavoro. Sono mesi ormai, infatti, che nella costruzione retorica intorno al Jobs Act utilizza strumental- mente la questione dell’estensione dei sostegni alla maternità a tutte le lavoratrici autonome e precarie.

Peccato però che nel maxiemendamento, approvato con la fiducia del Senato lo scorso 9 Ottobre, è già presente un sostanzioso ridimensionamento delle roboanti promesse. La “prospettiva” di estendere l’indennità di maternità alle categorie di lavoratrici finora escluse, diviene, d’improvviso, un’eventualità, da concretizzare semmai “gradualmente”. È dunque così che salta fuori la nuova grande proposta: dal Gennaio 2015 80 euro mensili li riceveranno anche tutte le neo-mamme per i primi tre anni di vita del bambino/a! Praticamente briciole se confrontate con i costi effettivi di un figlio! Basti pensare che solo il nido (comunale) ha un costo medio di 300 euro mensili, aggiungiamoci poi quei “pannolini e biberon” di cui Renzi stesso afferma di essere grande esperto, più cibo, servizi sanitari, etc. ed ecco che gli 80 euro sembrano una presa in giro, se non un’offesa!

Vere politiche redistributive possono essere solo quelle capaci di parlare di salario minimo europeo e di reddito di autodeterminazione, là dove i tassi di disparità salariale e di disuguaglianza nell’accesso al lavoro tra uomini e donne restano ancora oggi altissimi (a parità di qualifica una donna guadagna in media il 30% in meno dei propri colleghi). Un sostegno vero alla genitorialità dovrebbe affrontare il tema della riduzione dell’orario lavorativo e dell’incentivazione al part-time volontario, così da poter permettere un’effettiva conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Non si può poi prescindere dal rifinanziamento dei servizi per l’infanzia e da un’effettiva e immediata estensione dei sostegni alla maternità e alla paternità a tutte le figure lavorative, così come da politiche in grado di riconoscere forme di affettività non tradizionali, che sono ormai una maggioranza (la forma familiare tradiziona- le rappresenta oggi meno di una famiglia su tre). Il (residuo di) welfare familistico di questo paese estromette infatti tutte quelle soggettività – gay, lesbiche, trans, ma anche etero – che non rientrano (perché escluse o perché non vi si riconoscono) nella tipologia “contrattuale” del matrimonio.

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