Aya, una storia a lieto fine

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Il Manifesto
11 11 2014

Se non fosse vera fin nei più tra­gici det­ta­gli, la vicenda di Aya sem­bre­rebbe scritta per il «pros­si­ma­mente» di un film hol­ly­woo­diano, ma di quelli sce­neg­giati da gente come Stein­beck e Chand­ler: «una tene­ris­sima sto­ria d’amore, al con­fine tra due con­ti­nenti, in bilico tra la vita e la morte». E, in effetti, in que­sto rac­conto sem­bra esserci dav­vero tutto: la guerra civile che scon­volge la Siria, i grandi movi­menti di esseri umani in fuga, la mac­china delle pro­ce­dure euro­pee di ingresso e di respin­gi­mento, la vischio­sità delle leggi e dei rego­la­menti, e la «forza dell’amore». Che alla fine ha vinto, per­ché final­mente ieri sera alle 21 Aya è arri­vata a Roma. Potrà così ricon­giun­gersi al marito Fadi. Aya è giunta accom­pa­gnata da una hostess con l’aiuto della sedia a rotelle: ha appena 18 anni e sof­fre da tempo di con­dro­sar­coma di secondo grado del cal­ca­gno sini­stro.

Il suo pro­getto è quello di rag­giun­gere insieme al marito la Sve­zia, dove lui risiede rego­lar­mente in qua­lità di rifu­giato e dove lei potrebbe rice­vere le cure neces­sa­rie. Ecco per­ché il 6 otto­bre scorso ave­vano ten­tato di rag­giun­gere l’Italia, per potere — da qui — arri­vare in Sve­zia. Ma all’aeroporto di Fiu­mi­cino lei è stata respinta per­ché, pur se in pos­sesso di un rego­lare pas­sa­porto siriano, ha esi­bito un docu­mento turco falso, rite­nendo che ciò l’avrebbe aiu­tata a entrare in Ita­lia dal momento che non dispo­neva del visto neces­sa­rio. Di con­se­guenza è stata respinta in Tur­chia e, da lì, ha rag­giunto una cono­scente in Libano. Suo marito è stato arre­stato con l’accusa di favo­reg­gia­mento all’immigrazione irre­go­lare, e tra­sfe­rito per qual­che giorno nel car­cere di Civi­ta­vec­chia. Ora, ospite di amici ita­liani, attende l’esito del pro­cesso. Ini­zia così la lunga odis­sea di Aya, la cui desti­na­zione obbli­gata è l’Italia per­ché solo da qui, insieme al marito, può ripren­dere il suo fati­coso per­corso verso la Sve­zia e verso una qual­che pro­spet­tiva di futuro. Ma tra Aya che bussa all’ambasciata ita­liana a Bei­rut per chie­dere un visto, e il ricon­giun­gi­mento con il marito a Roma, si erge quel muro di osta­coli e resi­stenze, di veti e divieti, di cui si è detto.

Il respin­gi­mento a Fiu­mi­cino del 6 otto­bre scorso sem­bra impe­dire qua­lun­que solu­zione. Nono­stante la dispo­ni­bi­lità di tanti fun­zio­nari, la vischio­sità di norme e rego­la­menti ha pro­tratto la ricerca di una via d’uscita per oltre un mese. È stato neces­sa­rio eser­ci­tare dun­que la mas­sima pres­sione sul mini­stero degli Esteri e quello dell’Interno e sull’ambasciata ita­liana in Libano. Infine l’ambasciata ha rite­nuto che la solu­zione più oppor­tuna fosse il rila­scio di un visto per cure medi­che. E così è stato. Ma tale docu­mento pre­vede che vi siano una strut­tura ospe­da­liera ita­liana dispo­sta a rico­ve­rare la paziente stra­niera, e un sog­getto che garan­ti­sca la coper­tura delle spese medi­che. A sod­di­sfare il primo requi­sito si è reso dispo­ni­bile l’ospedale San Camillo di Roma, gra­zie all’intervento del chi­rurgo onco­logo, pro­fes­sor Euge­nio San­toro. E per il secondo, l’associazione «A Buon Diritto».

Il nodo cri­tico della vicenda, sciolto dopo le meti­co­lose veri­fi­che del mini­stero dell’Interno, era quello dell’arrivo a Fiu­mi­cino evi­tando il rischio che Aya potesse essere riman­data indie­tro, qua­lora il suo nome fosse risul­tato nel data base del sistema di sicu­rezza euro­peo.

Un ruolo deci­sivo è stato svolto dagli amici ita­liani di Aya e del marito, che sin dal primo momento si sono ado­pe­rati muo­ven­dosi con osti­na­zione e pazienza in un mondo che era loro total­mente sco­no­sciuto.

Ma chi non ha amici in Ita­lia? Chi lan­cia un grido d’aiuto che non viene rac­colto da alcuno? Chi nem­meno rie­sce a far sen­tire la sua richie­sta di soc­corso? Per una sto­ria d’amore che trova il suo prov­vi­so­rio lieto fine, pur in mezzo a tanti timori sul futuro, mille e mille altre restano senza solu­zione. Per que­ste è più che mai indi­spen­sa­bile una intel­li­gente e razio­nale poli­tica euro­pea. Di cui al pre­sente non c’è alcuna traccia.

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