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Solo una donna eletta in Calabria, la parità di genere è un flop

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28 11 2014

1 maschio su 9 è eletto, 1 su 74 tra le donne. Alle Regionali in Calabria un abisso tra uomini e donne. Le leggi elettorali delle diverse regioni condizionano il risultato delle amministrative. "Ogni lista punta a vincere, tralasciando il valore della rappresentanza di genere" spiega Alisa Del Re dell'Università di Padova

La Calabria passa da zero a una consigliera, si arriva a quasi il 25% di elette in Emilia Romagna, ma tutte in due sole liste: Pd e M5S, che nel 2010 aveva eletto solo uomini. Nessuna donna con la Lega (una misoginia costante come vedremo), Forza Italia, Fratelli d’Italia, Sel e l’altra Emilia Romagna (ex Tsipras). Pochi elettori, pochissime elette. Così i consigli regionali “anatre zoppe” per via dell’astensione record non brillano neanche per parità dei sessi.

In Calabria forse ce la farà anche la candidata presidente del centrodestra, Wanda Ferro, ma dipenderà dall’interpretazione della legge elettorale regionale. Eletta invece Flora Sculco, figlia di quell’Enzo consigliere in maggioranze di centrosinistra e di centrodestra, candidatasi in una lista a sostegno di Mario Oliverio, “Calabria in rete”. Ha preso 9.000 preferenze e ha messo agli atti come sua prima dichiarazione un “grazie particolare: è dedicato al mio onorevole papà”. In nome del padre prima che di elettrici e elettori.

348 candidati in Calabria. Di cui solo 74 donne, quasi tutte confinate nella parte bassa delle liste. Il Pd in ogni provincia aveva solo una donna in lista, ma ha eletto 9 uomini. La cosentina Katia Barbiero è stata l'unica dem sotto i 2.500 voti nella sua circoscrizione, raccogliendone appena 49. Oltre alla Sculco una delle poche capolista, nella lista Oliverio, era Maria Francesca Corigliano. Arrivata terza è rimasta fuori anche lei. In Emilia Romagna su 507 candidati 242 erano donne. La Lega ha candidato 20 donne non eleggendone nessuna. Ogni provincia aveva liste corte con eccezione di Bologna, rispettando quasi sempre l'alternanza di genere.

Alisa Del Re, direttrice del Centro Interdipartimentale di Ricerca di Studi sulle politiche di Genere dell’Università di Padova, legge il dato partendo dalla normativa: “Non tutte le regioni hanno gli stessi correttivi, in Calabria, a differenza che in Emilia Romagna, non è possibile votare con la doppia preferenza di genere, c’è solo una quota minima di donne nelle liste, che esclude dalla elezioni i trasgressori, così ogni lista punta più che altro a competere per vincere, tralasciando il valore della rappresentanza di genere. Il Pd talvolta ha fatto scelte opportunistiche e non ha eletto donne e forse la scarsissima partecipazione elettorale alle regionali va considerata assieme all’aumento di consensi di partiti come la Lega - che in Emilia passa da 5 a 9 uomini - perché nelle liste di destra è implicita la scarsa partecipazione femminile in quanto manca una visione di genere. Però nel sistema politico, maschilistico, non possono essere battaglie portate avanti da un solo partito”.

O la rappresentanza vive di stop and go. L'indice BES, "benessere equo e sostenibile" , calcolato dall’Istat, ha registrato l’incremento della presenza femminile in Parlamento tra le politiche del 2008 e del 2013, passata dal 20,3% al 30,7%, grazie anche all’Emilia Romagna (44,8% di donne tra i parlamentari eletti). Valanga rosa poi alle europee di maggio: raddoppiate, dal 20 al 40%, le eurodeputate italiane. Il Pd ha scelto solo capolista donne e M5S ha eletto 9 donne su 17 componenti della propria delegazione. Anche a Bruxelles i leghisti sono solo uomini.

Esistono ricerche che correlano il genere e l’astensione, non per le elezioni di domenica in quanto i dati sono diffusi dalla Prefetture in un secondo momento rispetto al totale di chi resta a casa, ma non si è dimostrata in passato una correlazione diretta tra la scarsa presenza femminile nelle liste e la maggiore astensione “rosa”.

La professoressa spiega che “spesso le donne votano per appartenenza più che per genere, per cambiare trend devono essere messe in condizione di poter scegliere in base alla qualità delle candidature. Non è facile, il PD ha nello statuto il 40% di donne nelle liste anche se non sempre riesce a rispettarlo, i Verdi arrivavano al 50%, i grillini, invece,pur avendo candidato una donna alla presidenza dell’Emilia Romagna, portano avanti un discorso acritico, che si basa sulla parità di genere matematica nelle liste, ma senza attribuzione di valore. Sia l'alternativa a 5 stelle, sia la rottamazione, rischiano di non portare ad una maggiore qualità neanche alle prossime regionali del 2015”.

Di certo esclude correlazioni tra le poche elette dem e le interviste, con annesse polemiche, di “ladylike” Alessandra Moretti: “Non bastano poche battute a orientare a un voto negativo verso altre donne candidate per il Pd. Piuttosto è la corsa sfrenata a qualsiasi poltrona a non incoraggiare le donne a votare per le donne, voterei la Moretti presidente del Veneto solo se si dimettesse prima delle regionali dall'europarlamento”. Il voto locale del 2015 potrebbe comportare un arretramento generale: “Ho una grande preoccupazione perché se l'unica alternativa forte al Pd è la Lega per le donne è dura, per reazione a Salvini tutti i competitor rischieranno di spostarsi su un asse verso destra”.

Un asse maggiormente maschile. In una ricerca dello scorso anno la Del Re ha calcolato che nei consigli eletti tra il 2010 e il 2013 le donne erano appena il 13%, maglie nere la Calabria a zero e la Basilicata con un’eletta, la Puglia (5% pari a 4 elette) dove la legge elettorale non prevede nessun correttivo di genere e il Veneto (6,6% pari sempre a 4 elette). Poco sopra la media la Lombardia (il 18% con 15 donne). La Lega ha una consigliera in Veneto, tre in Lombardia, e la presidenza di entrambe le giunte con Luca Zaia e Roberto Maroni. Insomma cambiano le assemblee elettive ma chi vota Lega preferisce sempre eleggere uomini. Un elemento di preoccupazione in più per il nostro sistema politico.

Marco Laudonio
@marcolaudonio

 

 

 

 

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