"Madri snaturate"?

Lea Melandri
10 dicembre 2014

E' fin troppo facile accanirsi contro la madre che uccide un figlio, finché si considera la donna spinta da un "naturale" istinto materno all'amorosa cura dell'essere che ha messo al mondo. Più difficile interrogarsi di quali cambiamenti, conflitti, sofferenze e sentimenti ambivalenti è fatta la maternità, vissuta spesso in solitudine anche nell'ambito famigliare.

Sulla madre del piccolo Loris ha imperversato -come sempre in questo casi- la stampa, e ora, nel carcere dove è rinchiusa, si aggiungono le grida insultanti degli altri carcerati. Come mai non succede lo stesso quando è un padre a uccidere la moglie e il figlio? Perché su questa doppia violenza si sorvola, presupponendo che in questo caso la "natura" spinga l'uomo a liberarsi delle persone che gli sono legate biologicamente e sentimentalmente?

La definizione di ciò che è "naturale" appartiene in modo evidente alla cultura del sesso dominante, ma affrontarla con le consapevolezze che abbiamo oggi incontra purtroppo ancora molte resistenze.
Eppure non mancano studi, ricerche, libri che analizzano l'infanticidio, e le differenze che passano tra uomini e donne anche in questo caso.

Nel Prefazione alla ristampa del libro di Glauco Carloni e Daniela Nobili, "La madre cattiva. Fenomenologia, antropologia e clinica del figlicidio" (Guaraldi 2004), si legge:

"Ci sembrò allora importante contribuire con uno scritto dai toni anche un poco provocatori e polemici, a scuotere queste comode e fallaci sicurezze dimostrando che i maggiori pericoli per i bambini, come aveva del resto già sostenuto nel 1932 Ferenczi (...) vengono dall'interno della casa, di quel groviglio incandescente di emozioni e conflitti, tanto intensi quanto spesso mal controllati, da cui è costituito il rapporto tra madri e figli.

E poiché soprattutto la figura della madre era alonata e protetta da uno specifico tabù che la voleva totalmente buona ed amorevole, disposta al sacrificio di sé stessa per i propri piccoli (...) mentre venivano trascurati i segni che potevano dimostrare l'esistenza, accanto all'amore, di un'aggressività altrettanto intensa, decidemmo di appuntare la nostra indagine soprattutto sui comportamenti materni (...)

Si voleva tentare di combattere lo stereotipo della madre 'buona' e nello stesso tempo ridurre la distanza difensiva e accusatoria nei confronti delle 'cattive' madri, contribuendo ad una conoscenza più approfondita dell'aggressività verso i propri figli, sempre ed inevitabilmente presente in un rapporto tanto più intenso e continuativo di qualsiasi altro."

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