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Fuga dall'Eritrea

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Marco Omizzolo e Roberto Lessio, Zeroviolenza
22 dicembre 2014

Somalia, Sudan, Eritrea, Corea del Nord sono solo alcune delle dittature che ancora dominano nel mondo. Regimi che sottopongono la loro popolazione alla violazione sistematica dei diritti umani. L'Eritrea è tra tutte una delle più dure.
Il suo dittatore, Isaias Afewerki, al potere dal 1993, eroe della lotta di liberazione contro l'Etiopia, si è tramutato in un tiranno senza scrupoli.

In visita abituale in Italia, sia per motivi istituzionali che economici, stringe accordi con quanti possono garantirgli denaro e privilegi. Siano imprenditori o forse anche malavitosi poco importa. I traffici di armi e di rifiuti, lo sfruttamento delle risorse naturali, la folle ricerca del petrolio hanno prodotto affari per alcune multinazionali, molti governi, democratici e dittatoriali, varie organizzazioni criminali. Hanno poi anche distrutto l'ambiente, determinando la fuga di milioni di persone, guerre e miserie, accelerato i mutamenti climatici e impoverito ancor di più interi paesi, soprattutto saheliani, privandoli delle loro risorse naturali e sociali.

Su questo aspetto merita di essere citato il libro Sahel in movimento a cura di Maria Luisa Maniscalco (edito da L'Harmattan Italia con il contributo del CEMIS, centro militare di studi strategici) e in particolare il saggio di Pina Sodano Il Sahel tra crisi alimentari e flussi di popolazione. In Eritrea le ultime elezioni si sono svolte nel 1994 mentre la costituzione, approvata nel 1997, non è mai stata applicata. Arresti arbitrari, violenze, persecuzioni sono all'ordine del giorno.

Dal 2001 si trovano agli arresti una quindicina tra ministri, funzionari e alti ufficiali dell’esercito. Molti di loro sono anche deceduti in prigione, spesso senza processo. Amnesty International riferisce di almeno 10mila prigionieri politici eritrei rinchiusi nelle carceri di Asmara, alcuni da vent’anni. Le condizioni di vita della popolazione sono terrificanti. Gli uomini sono obbligati alla leva dai diciotto anni, alcuni anche dai sedici, fino ai 50. Le donne invece fino ai 40 anni.

Sono molti quelli che tentano la fuga dall'inferno eritreo e che rischiano di trovare la morte nel Mediterraneo o nel deserto, quando non diventano preda di trafficanti di esseri umani. Si tratta di vere organizzazioni mafiose transnazionali dedite a tale traffico, che spesso operano in Italia, Libia e in altri Stati nordafricani. Recentemente la Polizia di Stato ha arrestato 11 eritrei nelle province di Catania, Milano, Roma e Trapani che operavano attraverso diverse cellule, presenti in diversi paesi africani ed europei, tra cui l’Italia, che reclutavano i migranti interessati ad entrare clandestinamente in Europa, organizzando tutte le fasi del loro trasferimento, dai villaggi di origine fino alle destinazioni finali.

Uomini trattati come merci. Solo affari, giri di soldi e compravendita di esseri umani. Alcuni viaggi finiscono in tragedia. La Procura distrettuale di Catania ha recentemente indagato su due naufragi, la cui responsabilità sarebbe da attribuire ai soggetti arrestati, avvenuti al largo delle coste libiche il 13 maggio e il 28 giugno scorsi. In mare sarebbero morti circa 300 migranti. Gli arrestati farebbero parte della più grande organizzazione di trafficanti di viaggi della morte, capaci di organizzare ben 23 sbarchi in Italia dalla Libia solo nel periodo tra maggio e settembre del 2014.

Uomini e donne che spesso finiscono col diventare schiavi. Nel corso dell'operazione catanese infatti sono stati liberati nove minorenni di nazionalità somala ed eritrea trovati chiusi a chiave in una abitazione della città siciliana, gestiti direttamente da un eritreo (tratto a sua volta in arresto), in attesa che i loro parenti inviassero denaro per il loro trasferimento nei paesi del nord Europa. Il problema non riguarda solo il viaggio in mare e l'arrivo in Italia.

Il lungo attraversamento del deserto non è meno pericoloso. Secondo il The human trafficking cycle: Sinai and beyond della giornalista eritrea Meros Estefanos redatto con van Reisen e Rijken dell’università olandese di Tilburg, sarebbero circa 30 mila le persone imprigionate, tra il 2009 e il 2013, da clan di beduini. Questi rapirebbero i profughi in fuga dall’Eritrea, insieme a sudanesi ed etiopi, per chiedere un riscatto passato in pochi anni da mille dollari a persona a 30-40 mila. Le vittime sono soprattutto giovani eritrei (circa nove su dieci, secondo il rapporto) e spesso vengono dai campi profughi in Sudan o dal campo militare di Sawa.

I sequestratori sono invece militari al servizio del dittatore Afewerki i quali gestiscono i campi di addestramento e che vendono i loro connazionali ai trafficanti di uomini che operano lungo la frontiera Sudan-Eritrea. Sono esponenti delle stesse bande di predoni legate a organizzazioni internazionali del crimine che per anni, nel Sinai, hanno sequestrato, ricattato, torturato e spesso ucciso migliaia di persone che tentavano di varcare il confine tra Egitto e Israele.

In seguito alla costruzione di un vero e proprio muro realizzato da Israele al confine con l'Egitto con lo scopo di impedire l'accesso ai profughi, questi predoni hanno spostato le loro vie di fuga e di azione in Sudan. Israele è recidiva. I diritti umani valgono in senso unico e i muri servono per dividere, respingere, lasciare quegli uomini al destino e agli affari dei loro carnefici. L'importante è non contaminarsi, non essere invasi, non essere confusi. L'antitesi reale della terra promessa.

In Eritrea, i genitori o i parenti di primo grado di chi fugge verso un altro paese possono essere arrestati e obbligati a pagare una multa salata. Un modo spregevole per il governo di Afewerki per ottenere risorse per la propria sopravvivenza (diaspora taxation); ogni eritreo emigrato deve versare il 2% del proprio reddito al regime. La dittatura è accusata anche di armare i gruppi fondamentalisti che operano nel Corno d’Africa. Hillary Clinton, allora segretario di stato americana, ne ha parlato fin dal 2008-2009, con riferimento agli estremisti islamici di Al Shebaab, il movimento legato ad Al Qaeda che opera in Somalia e vicino al califfato dell’Isis.

Il medesimo gruppo che ha attaccato recentemente un autobus pubblico a Mandera, nel nord del Kenya, uccidendo 28 persone e ferendone molte altre. La stessa contestazione è stata mossa ad Asmara da tutti gli Stati del Corno d’Africa. La Svezia, invece, ha inserito nella lista dei personaggi da perseguire Afewerki e alcuni suoi ministri. La Chiesa eritrea ha denunciato duramente l’attuale situazione con una coraggiosa lettera pastorale firmata da tutti i vescovi.

Inoltre, il Consiglio delle chiese, riunitosi a Ginevra nel luglio scorso, ha fatto proprie le posizioni dei vescovi di quel paese e protestato contro l’arresto e detenzione ai domiciliari, dal 2004, del patriarca Antonio. L'Occidente insomma isola politicamente l'Eritrea, salvo tollerare le visite nel Vecchio Continente del suo dittatore e la sottoscrizione di qualche buon affare economico (i soldi sono sempre soldi e secondo alcuni fanno girare il mondo). Un capitolo quest'ultimo da approfondire con cura e attenzione. Se ne potrebbero scoprire delle belle.

Ultima modifica il Martedì, 30 Dicembre 2014 12:43
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