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Rosa e le mamme del Venezuela che lottano per la giustizia

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La 27ora
23 12 2014

“Io voglio il Venezuela libero per tutti. Non solo per Geraldine”. Mamma Rosa (sopra, nella foto) ha lo sguardo fiero mentre ripercorre gli ultimi minuti di vita di sua figlia. Ventidue anni, studentessa di biologia molecolare, Geraldine Orozco è stata uccisa a Valencia, nel nord del Venezuela, da una scarica di proiettili di gomma sparati dagli uomini della Guardia Nacional di Maduro. Era andata a giocare a calcio coi bambini del suo quartiere come faceva tutti i giorni. “Geraldine era così, giovane, piena di energia. Tornava dall’Università e ancora vestita bene si buttava sul campo da calcio. Poi tornava a casa, si truccava e usciva con gli amici”.

Il 22 febbraio del 2014 Geraldine esce di casa, attraversa la strada. Il Venezuela è sconvolto dalle proteste anti governative contro la corruzione e la violazione dei diritti umani. Scontri, barricate (le garimbas), cortei più o meno pacifici. Gli uomini di Maduro cercano di stroncare l’opposizione interna. Alcuni amici di Rosa l’avvisano che la Guardia Nacional sta arrivando, lei chiama Geraldine, la supplica di rientrare in casa. Arrivano i militari, la circondano.


E’ con altri ragazzi. Sa che deve scappare. Ma è braccata in una strada senza uscita. Rosa conosce perfettamente i nomi di chi le ha portato via la figlia e li scandisce tormentandosi le mani. E’ un attimo e i militari sparano in faccia a Geraldine una scarica di proiettili di gomma. Uno di questi le entra nell’occhio. La ragazza muore tra dolori atroci. “Dopo l’autopsia ci hanno detto che aveva 68 fori di proiettili. Quando esplodono, le pallottole di gomma producono centinaia di sfere di plastica che se sparate a distanza ravvicinata possono essere letali. “Testimoni hanno riferito che erano in quattro vicino a Geraldine”. Mamma Rosa conosce perfettamente i nomi dei carnefici di sua figlia. E sa anche che uno di loro uccidendo sua figlia ha detto “Ho ammazzato questa maledetta”.

Al funerale di Geraldine partecipano in migliaia. L’immagine del suo volto martoriato fa il giro del mondo dopo che qualcuno l’ha postata sui social network. Il governo non può negare l’evidenza. La magistratura avvia le indagini preliminari. Mamma Rosa viene convocata anche da Maduro, ma rifiuta l’incontro perché a porte chiuse. Due degli agenti coinvolti nell’omicidio finiscono ai domiciliari, altri due hanno l’obbligo di firma. Inizia il processo. Quattro udienze, tutte rinviate. “Una volta mancavano i documenti, l’altra volta le guardie e via di scusa in scusa”, racconta la madre.Rosa nel frattempo si mobilita. L’assistono gli avvocati del Foro Penal che in questi mesi hanno lavorato per raccogliere e documentare i casi di abusi, torture e stupri come mostra questo filmato


Sono scene che chi è stato a Genova, al G8, conosce bene. Manifestanti massacrati di botte nelle strade. Persone stuprate e torturate nelle caserme. Con i manganelli, con le scariche elettriche. 3100 persone sono state arrestate, 69 sono ancora in carcere. Qualcuno non è mai tornato come Geraldine. Qualcun altro, come Marvinia Jimenez, la ragazza massacrata di botte con un casco da una soldatessa della Guardia Bolivariana, ora è diventato un simbolo di rivolta. A fianco di mamma Rosa c’è lei, Marivinia. Ma anche Corina Machado, esponente politico dell’opposizione. Una rete fatta di donne, di mamme e di sorelle, che è arrivata fino alle Nazioni Unite, al Parlamento europeo. E che ora potrebbe giungere fino alle porte del Vaticano.

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