×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

Ilva, le vittime collaterali di una fabbrica silente

Letto 2036 volte
Etichettato sotto

Pagina 99
22 12 2014

ALESSANDRO LEOGRANDE

A Taranto il tasso di mortalità per alcune patologie causate dall'inquinamento si è impennato, certificano rapporti e inchieste. Il disastro è figlio di un modello di produzione (e di relazioni) che comprimeva diritti e sanzionava il dissenso. Articolo uscito il 20 dicembre su pagina99we.
Per cause tecniche, la versione pubblicata su pagina99we è uscita con dieci righe tagliate. Ce ne scusiamo con l'autore e i lettori.

All'Ilva di Taranto sono morti in tanti negli ultimi vent'anni. Da quando lo stabilimento siderurgico più grande d'Europa è stato privatizzato e consegnato al Gruppo Riva, sono circa cinquanta gli operai deceduti per incidenti avvenuti sul luogo di lavoro. E incidente è una parola che rischia di apparire come un macabro eufemismo, se solo si scorrono le cause di morte: operai caduti da ponteggi alti decine di metri non adeguatamente protetti, uccisi in seguito all'esplosione di macchinari antiquati o al crollo di una gru, come accadde nel 2003 ai ventenni Paolo Franco e Pasquale D'Ettorre nei parchi minerari, o più di recente a Francesco Zaccaria, lungo la banchina del porto controllata dall'Ilva. Altri, come Antonio Mingolla, sono morti per aver inalato gas nel corso di lavori di manutenzione. Altri perché colpiti dalle bramma in lavorazione. Altri ancora, come raccontò la scrittrice Rina Durante in un suo racconto, si sono trasformati in pura luce, cadendo nella melma incandescente di una colata continua.

Di fabbrica si muore, e ci si ferisce in un numero ancora maggiore e difficile da conteggiare, dal momento che le stesse cronache dei quotidiani difficilmente riportano ogni caso. Negli ultimi vent'anni l'Ilva è parsa a chi vi lavorava al suo interno, e a chi scorgeva le sue alte ciminiere dai quartieri della città di Taranto, un universo in preda al caos. Così, non stupisce quasi che “esternamente” abbia prodotto l'inquinamento che ha prodotto, sancito dalla prima perizia commissionata dal gip Todisco oltre due anni fa: 386 persone morte dal 1998 al 2010 per colpa delle emissioni industriali, di cui 174 unicamente per colpa del Pm 10.

Il disastro ambientale è stato anche e soprattutto il prodotto di quelle relazioni “interne”, di quel modo di produrre acciaio, comprimendo il diritto dei lavoratori alla salute e alla sicurezza sul luogo di lavoro. A tal fine, come individuato anche da un ramo della recente inchiesta “Ambiente svenduto”, è stata organizzata una vera e propria gabbia disciplinare volta al controllo dei dipendenti, e pronta ad espellere dall'enorme corpo operaio, e dallo stesso organigramma ai vertici dell'azienda, chi avrebbe potuto alzare la voce. Il segretario nazionale della Fiom, Rosario Rappa, ha parlato di “Gladio interna” per definire la cappa di controllo che negli anni ha fatto dell'Ilva una fabbrica silente. È stata questa l'altra faccia della medaglia del lavoro certosino svolto dal dominus delle pubbliche relazioni Girolamo Archinà, e dedito a creare una ragnatela di compiacenze, omissioni, connivenze nel mondo della politica, delle istituzioni, del giornalismo, persino della curia e di una borghesia locale da sempre rotta a ogni compromesso.

In quella stessa perizia presentata al gip si legge che gli operai che hanno lavorato negli anni settanta-novanta hanno mostrato «un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%) in particolare per tumore dello stomaco (+107%), della pleura (+71%), della prostata (+50%) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e quelle cardiache (+14%)». E ciò conferma come il disastro ambientale, benché aggravatosi nei modi e nelle forme durante il ventennio della privatizzazione, abbia una origine lontana. Affonda le sue radici nella stessa gestione pubblica, nella stessa Italsider, come allora si chiamava la grande fabbrica che aveva assunto oltre ventimila dipendenti diretti e alimentato un indotto, spesso parassitario, di oltre 400 aziende per altri 15 mila operai. L'acciaio ha creato una città nella città, e ha dettato le regole, i sogni, i ritmi di vita di un'intera, vasta comunità.

Lo stretto rapporto tra inquinamento e diffusione di determinate patologie è stato poi confermato dal rapporto Sentieri, aggiornato qualche mese fa: in particolare, la mortalità infantile registrata per tutte le cause è maggiore del 21% rispetto alla media regionale.

Per capire la continuità tra gestione pubblica e gestione privata in relazione al disastro ambientale, occorre guardare la sentenza di primo grado di un altro processo tarantino, quello per amianto. Il 23 maggio sono stati condannati 27 ex dirigenti della fabbrica, tra i massimi quadri dell'era pubblica nella sua ultima fase e di quella privata (tra questi anche Fabio Riva) per omicidio colposo e disastro ambientale. Come tutti gli stabilimenti siderurgici del Novecento, anche l'Italsider-Ilva era piena zeppa di amianto, per la sua capacità di resistere alle elevatissime temperature.

Tuttavia questo è stato colpevolmente utilizzato anche quando alcune ricerche scientifiche avevano già accertato la sua enorme pericolosità. A Taranto, come in molti siti industriale, è stata provocata la morte di almeno una ventina di dipendenti con lucida, deliberata omissione: «gli interventi seri in materia di amianto nello stabilimento di Taranto sono stati sempre volutamente evitati», si legge nelle motivazioni della sentenza.

Se da una parte il processo rivela una certa continuità tra pubblico e privato, dall'altra l'amianto segna in modo decisivo il cambio di gestione alla metà degli anni novanta. La legge sui relativi benefici pensionistici per i lavoratori a lungo esposti al pericolo di contrarre il tumore venne approvata nel 1992 e fu di fatto utilizzata per ridurre il numero dei dipendenti (nel passaggio tra pubblico e privato) e favorire un ricambio generazionale. Secondo dati Inail relativi ai quindici anni successivi all'entrata in vigore della legge, su 10.000 lavoratori che a Taranto hanno ottenuto i benefici, 8.000 erano ex-dipendenti dell'Italsider.

Probabilmente Taranto è stato (ed è tuttora) uno dei più grandi laboratori europei in relazione all'applicazione delle normative sull'asbesto. Ma ciò non ha certo arrestato il disastro ambientale, ha solo agevolato un ricambio radicale dei lavoratori. Usciti i vecchi dipendenti con la legge che favoriva i prepensionamenti, sono entrate in fabbrica i giovani dipendenti degli anni di Riva: assunti con i contratti di formazione lavoro, e soggetti alla nuova forma di gabbia disciplinare.

Il processo nato invece dall'inchiesta “Ambiente svenduto”, ancora alle fasi preliminari, vede oltre mille richieste di costituzione di parte civile. Probabilmente, alla fine, verrà quantificato un risarcimento complessivo per decine di miliardi di euro. Ma tale risarcimento rimarrà appeso al filo di un procedimento complicato, che si appresta a durare anni e che corre il rischio di infilarsi nello stesso vicolo cieco del processo sull'Eternit di Casale Monferrato. Alla sua conclusione, in un caso o nell'altro, il panorama intorno alla fabbrica sarà mutato.

Sullo sfondo delle vicende processuali, infatti, il nodo di Taranto sembra in queste settimane aggrovigliarsi sempre di più. Per evitare di trasformare la città pugliese in una immensa Bagnoli (cioè una landa senza lavoro, senza bonifica, e soprattutto senza un orizzonte post-industriale), il governo Renzi sta valutando la possibilità di un intervento pubblico sancito dall'ennesimo decreto Ilva. Eppure, al di là della probabile nomina di un supercommissario sul modello Alitalia, il vero dilemma per la realizzazione delle necessarie trasformazioni degli impianti sancite dall'ultima Autorizzazione integrata ambientale del 2012 è il reperimento dei fondi necessari.

Oggi l'Ilva è in forte perdita, senza che i lavori di bonifica, la copertura dei parchi minerari e la trasformazione degli impianti siano stati concretamente avviati. Non ci sono all'orizzonte grandi gruppi privati seriamente intenzionati a rilevarla (né nazionali, né stranieri come ArcelorMittal, il cui piano di rilevamento dello stabilimento finora risulta molto fumoso). Da qui, l'ipotesi di un intervento pubblico. Ma resta appunto il dilemma: con quali soldi? Gli 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva dal Tribunale di Milano per evasione fiscale, cui l'attuale commissario Gnudi aspira per operare, sono in gran parte bloccati in trust Ubs all'estero, e quindi vincolati all'esito del processo milanese. Potrebbe intervenire la Cassa Depositi e prestiti, ma i modi e le forme di un tale intervento sono ancora tutti da valutare.

Per cause tecniche, la versione pubblicata su pagina99 è uscita con dieci righe tagliate. Ce ne scusiamo con l'autore e i lettori.

Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook