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sabato 21 aprile 2018



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Giustizia per i lavoratori sikh

Marco Omizzolo, Zeroviolenza
29 gennaio 2015

Molti padroni italiani, ossia imprenditori agricoli, in provincia di Latina, considerano i braccianti, soprattutto indiani, come animali da soma. Spesso sfruttati, esposti a violenze e ricatti, reclutati a volte tramite caporale (italiano o indiano), i braccianti indiani subiscono le prepotenze di un sistema economico e culturale che è pienamente capitalista.

Su questo aspetto sono molte le ricerche che rilevano l'organicità delle nuove forme di schiavitù lavorativa al sistema capitalistico, con riferimento in particolare ai braccianti stranieri.

Enzo Nocifora, con Quasi Schiavi (Maggioli editore, euro 19.00), dimostra quanto il lavoro schiavistico e paraschivistico sia diventato, nel corso degli ultimi anni, una componente strutturale del mercato del lavoro dei Paesi industriali avanzati. Su questo tema, Renzi con il jobs act, non lo ha di certo smentito.

I braccianti indiani pontini vengono impiegati in campagna per 14 ore al giorno, pagati circa 3 euro l'ora, maltrattati, raggirati e spesso derubati da caporali e padroni italiani. Poche settimane fa un lavoratore indiano, l'ennesimo, è stato investito sulla Flacca, tra le città di Fondi e Sperlonga, mentre tornava in bicicletta dal lavoro. È morto immediatamente e certo nessuno, forse, si preoccuperà di prevenire altre morti del genere, provvedere alla sua famiglia, prendere le sue difese. Nessuno lo faceva quando era vivo, figuriamoci ora che è morto.

Altri due lavoratori indiani sono caduti da una serra procurandosi serie fratture e ora sono ricoverati in ospedale. Anche in questo caso si attende la loro guarigione non per raccogliere le loro testimonianze rispetto all'accaduto ma solo per far loro riprendere il lavoro interrotto. In un'epoca in cui pare scatenarsi la caccia al terrorista, guardare con maggiore attenzione a ciò che accade nelle nostre campagne e fabbriche aiuterebbe a capire quanta miseria, ingiustizia e violenza viene praticata quotidianamente in questo paese. E noi ne siamo direttamente corresponsabili.

L'intervista ad un bracciante indiano di Latina, tratta dal dossier di Amnesty International Volevamo braccia e sono arrivati uomini è emblematica: “sono pagato circa 3.10 euro l’ora. Non ho vacanze - domeniche, feste nazionali, neanche la Festa del lavoro. Dovrei guadagnare 800-850 euro al mese, ma il datore di lavoro non mi paga tutto il salario. A volte mi dà 200 euro, altre volte 400 euro. Mi paga gli arretrati molti mesi dopo – in genere quando decido di tornare in India”.

Per non farci mancare nulla, per rendere perpetuo lo sfruttamento e trasformare il bracciante in un infaticabile sfruttato totalmente subordinato, come ha denunciato l'associazione In Migrazione Onlus con il dossier Doparsi per lavorare come schiavi, a volte alcuni braccianti indiani fanno uso di sostanze dopanti come oppio, metanfetamine e antispastici. Il tutto per continuare a lavorare ai ritmi e alle condizioni imposte dal padrone di turno. Un lavoratore dopato regge meglio la fatica, lavora più ore e resta subordinato. Il padrone acconsente. La convenienza personale e il profitto prima di tutto.

Eppure qualcosa in questo sistema mafioso di sfruttamento è andato storto. Un gruppo di braccianti indiani, stanchi di abbassare la testa, nonostante i ricatti e la scarsa conoscenza della lingua italiana, hanno rivendicato con coraggio i loro diritti. Uno schiaffo morale anche a quanti affermano, ostinatamente e pavidamente, che rivendicare diritti è inutile perché nulla cambierà mai.

Invece l'8 gennaio scorso, presso un'aula del Tribunale di Latina, si è svolta l'udienza preliminare di un processo che rischia, per fortuna, di entrare nella storia della lotta ai sistemi di sfruttamento dei lavoratori migranti in Italia. Tra gli imputati cinque persone, quattro stranieri (tre indiani e un pakistano) e un italiano, accusati del reato di falsità documentali per il rilascio dei permessi di soggiorno con l’aggravante dello sfruttamento della condizione di clandestinità. L’italiano è il padrone di una azienda agricola a Fondi (LT), mentre gli altri imputati sono i suoi intermediari. Questa piccola cricca pontina, promettendo ai lavoratori il rilascio del permesso di soggiorno, intascavano circa mille euro a persona.

La parte offesa nel processo era composta da circa 30 indiani e un egiziano. Uomini e donne che hanno testimoniato di essere stati truffati dal padrone italiano e da alcuni loro connazionali. Il sodalizio criminale falsificava tutti i documenti utili per il rilascio del permesso di soggiorno, con lo scopo di ottenere guadagni per diverse decine di migliaia di euro. L'udienza preliminare si è conclusa con il rinvio a giudizio degli imputati e l'ammissione da parte del giudice della costituzione di parte civile dell’associazione In Migrazione Onlus, rappresentata dall’avv. Salvo Cavallaro, di alcuni lavoratori indiani (altro elemento di novità) e della Flai-CGIL, rappresentata dall'avv. Diego Maria Santoro.

È la prima volta in Italia che in un processo di questo genere viene accolta, come parte civile, un’associazione e un'organizzazione sindacale. Un precedente che può contribuire a scardinare, anche in sede giudiziaria, il sistema rodato di sfruttamento che arricchisce padroni privi di scrupoli a discapito di migliaia di braccianti stranieri. La prima udienza dibattimentale si terrà il prossimo 15 luglio dinnanzi al giudice Aielli. Ora non resta che continuare a lottare, perché i diritti non siano favori. Come è stato già scritto, in fondo da tutto questo, non abbiamo che da perdere le nostre catene.