I frutti velenosi della geopolitica nel Sahel

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Marco Omizzolo-Roberto Lessio, Il Manifesto
11 febbraio 2015

Il Sahel è una regione dell’Africa sub-sahariana varia­mente intesa, sin­tesi di dina­mi­che sociali, poli­ti­che, eco­lo­gi­che, reli­giose e cul­tu­rali diverse. Com­pren­derne l'evoluzione è di sem­pre mag­giore urgenza, soprat­tutto con­si­de­rando le rela­tive impli­ca­zioni sulla popo­la­zione locale, sui flussi migra­tori e sugli equi­li­bri geo­po­li­tici e geo­stra­te­gici mon­diali.

Il libro Sahel in movi­mento (L’Harmattan Ita­lia Edi­tore, euro 36), a cura di Maria Luisa Mani­scalco, docente ordi­na­rio di socio­lo­gia all’università di Roma­Tre, rea­liz­zato con il con­tri­buto del Cemiss (Cen­tro Mili­tare di Studi Stra­te­gici), aiuta a dipa­narne la complessità.

Il volume, come afferma la stessa Mani­scalco, non cede allo «sguardo colo­niale» che vede i con­flitti e il sot­to­svi­luppo come espres­sioni tri­bali e regres­sive, ne pre­mette schemi ridu­zio­ni­sti che indi­vi­duano negli aspetti eco­no­mici e stra­te­gici esterni l’unica varia­bile inter­pre­ta­tiva.
Ogni sag­gio (gli altri autori sono Pina Sodano, Vale­ria Rosato e Gabriele Moc­cia) rie­sce ad appro­fon­dire alcuni temi spe­ci­fici, a par­tire dal rap­porto nel Sahel tra crisi ali­men­tari e flussi di popo­la­zione (Sodano), la rela­zione nella regione tra ter­ro­ri­smo e cri­mi­na­lità (Rosato) e gli inte­ressi geo­po­li­tici e geo­stra­te­gici inter­na­zio­nali (Moccia).

Il libro pone la regione afri­cana al cen­tro di un nuovo «grande gioco» di potenze stra­niere mosse da una forte volontà di affer­mare il pro­prio potere, eco­no­mico e mili­tare, e di ampliare la pro­pria sfera di influenza. Un cro­ce­via trans­na­zio­nale di inte­ressi vari e ambito di annose riva­lità inter­sta­tali, lotte inte­stine (etni­che, reli­giose, poli­ti­che, set­ta­rie, ter­ri­to­riali) e colpi di Stato.

Regione tra le più povere del pia­neta, il Sahel vive il dram­ma­tico col­lasso del suo eco­si­stema, ele­mento gene­ral­mente tra­scu­rato da gran parte delle ana­lisi socio­lo­gi­che e invece ben affron­tato dal sag­gio di Pina Sodano sulla «crisi ali­men­tare e flussi di popo­la­zione».

Quello dei pro­fu­ghi ambien­tali è un feno­meno ancora da com­pren­dere nel merito. Le stime delle Nazioni Unite pre­ve­dono per il 2050 tra i 200 e 250 milioni di pro­fu­ghi ambien­tali. Una cifra enorme di cui l’Occidente è cor­re­spon­sa­bile, con­si­de­rando la sua ottusa volontà nel per­se­guire modelli di svi­luppo cli­mal­te­ranti. Sodano fa risa­lire, a ragione, l’origine della dege­ne­ra­zione ambien­tale sahe­liana alla colo­niz­za­zione fran­cese del XIX secolo, che tolse alla popo­la­zione locale l’suo dei pascoli migliori e dei pozzi d’acqua.

A que­sto aggiunge l’introduzione della mono­cul­tura, che tolse defi­ni­ti­va­mente la gestione delle risorse agri­cole e natu­rali alle comu­nità locali per affi­darle ad una sovra­strut­tura isti­tu­zio­nale occi­den­tale che le gestì a pro­prio esclu­sivo van­tag­gio. Pro­prio la Fran­cia, secondo Sodano, a metà degli anni Trenta del secolo pas­sato requisì le terre più fer­tili e intro­dusse la pro­prietà pri­vata, scon­vol­gendo l’organizzazione sociale locale e impo­nendo alla popo­la­zione modelli pro­dut­tivi e sistemi poli­tici ignoti e alienanti.

Vale­ria Rosato con­cen­tra invece la sua ana­lisi sulla cri­mi­na­lità orga­niz­zata e il ter­ro­ri­smo. La minac­cia ter­ro­ri­sta, come scrive l’autrice, nella sua par­ti­co­lare ver­sione isla­mi­sta, è un feno­meno recente per il Sahel che agi­sce insieme alla strut­tu­rale debo­lezza degli organi isti­tu­zio­nali, i traf­fici ille­citi e le riven­di­ca­zioni sepa­ra­ti­ste. Feno­meni, que­sti, di una deriva che rischia di inte­res­sare l’intera regione, lasciando ampio spa­zio ad un’alleanza cri­mi­nale con legami inter­na­zio­nali.

La rispo­sta non è solo mili­tare, ma, come ritiene anche il Con­si­glio di Sicu­rezza dell’Onu, deve com­pren­dere cre­scita eco­no­mica, ridu­zione della povertà, pro­mo­zione della good gover­nance, raf­for­za­mento delle isti­tu­zioni sta­tali, esten­sione dei ser­vizi sociali e lotta alla cor­ru­zione. Un approc­cio che potrebbe por­tare risul­tati con­creti, a patto di tro­vare il neces­sa­rio con­senso inter­na­zio­nale e le risorse, eco­no­mi­che e poli­ti­che, da inve­stire in un’area oggi strategica.

L’ultimo sag­gio è di Gabriele Moc­cia e riguarda, in pri­mis, la poli­tica fran­cese nell’area e la sua evo­lu­zione. Un’analisi par­ti­co­lar­mente inte­res­sante, soprat­tutto con­si­de­rando che la Fran­cia importa dalla regione dal 18 al 30% dell’uranio indi­spen­sa­bile per le sue 19 cen­trali ter­mo­nu­cleari e i rela­tivi 58 reat­tori ope­ra­tivi. Una sorta di mono­po­lio gestito dalla sua mul­ti­na­zio­nale Areva (90% in mano allo Stato fran­cese), par­zial­mente incri­nato dagli inte­ressi di altre mul­ti­na­zio­nali pro­ta­go­ni­ste del busi­ness nucleare.

Di pari inte­resse sono i para­grafi rela­tivi alle stra­te­gie cinesi, sta­tu­ni­tense e euro­pee nell’area. In defi­ni­tiva, come scrive la Mani­scalco, ne deriva un Sahel espres­sione di un nuovo «ordine» vio­lento del nar­co­traf­fico e del ter­ro­ri­smo, della sta­gnante insof­fe­renza della popo­la­zione espo­sta ai muta­menti cli­ma­tici, delle sco­rie del pas­sato e delle lotte inte­stine, ma anche densa di riven­di­ca­zioni e aspet­ta­tive, spe­ranze, fru­stra­zioni e vita­lità dei suoi abi­tanti.

Da que­sti può nascere un nuovo pro­ta­go­ni­smo e aspi­ra­zioni di eman­ci­pa­zione che non saranno senza signi­fi­cato per l’Europa. A patto di com­pren­derle in anti­cipo e in modo adeguato.

Ultima modifica il Sabato, 14 Febbraio 2015 10:30
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