Messico: non si arresta la repressione di Peña Nieto

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Core
03 03 2015

Nell’ultimo mese si è assistito a un progressivo intensificarsi della repressione del governo centrale nei confronti delle proteste legate alla scomparsa dei 43 studenti della Escuela Normal di Ayotzinapa: Core ha intervistato un attivista del collettivo Nodo Solidale attualmente in Messico

Lo scorso 24 febbraio il governo Peña Nieto ha nuovamente represso nel sangue una mobilitazione legata ai fatti di Ayotzinapa. Ad Acapulco, nello stato di Guerrero, circa duemila insegnanti dell’organizzazione sindacale CETEG – che nei mesi scorsi aveva espresso pieno sostegno agli studenti della Escuela Normal di Ayotzinapa – sono scesi in piazza per protestare contro il mancato pagamento degli stipendi e le false promesse del governo. Durante la manifestazione le violente cariche della polizia federale hanno portato a un bilancio sconcertante: un morto, oltre 110 arrestati e centinaia di feriti.

Abbiamo raggiunto un attivista del collettivo Nodo Solidale, da diversi mesi in Messico per seguire le vicende legate ai 43 studenti scomparsi lo scorso 26 settembre nello stato di Guerrero.

A distanza di oltre cinque mesi dalla scomparsa degli studenti qual è lo stato delle mobilitazioni?

«Nel Guerrero le mobilitazioni proseguono ormai da mesi, nelle scorse due settimane a Chilpancingo de los Bravo – capitale dello Stato – sono state organizzare tre grandi manifestazioni che hanno visto un’enorme partecipazione. La risposta istituzionale, sia da parte delle autorità locali sia di quelle federali, è unicamente repressiva: lo dimostrano i fatti dello scorso 24 febbraio ad Acapulco. Che la questione abbia superato i confini locali, assumendo rilevanza nazionale, è chiaramente confermato dal massiccio impiego della polizia federale. Al tentativo di blocco stradale da parte dei manifestanti le forze dell’ordine hanno risposto con cariche violentissime: il risultato sono oltre 110 arresti, decine di feriti e l’uccisione di un professore in pensione con gravi problemi di disabilità.

La maggior parte degli arrestati sono stati immediatamente portati a Città del Massico e, secondo quanto dichiarato pubblicamente da alcuni dei loro avvocati, le istituzioni federali avrebbero chiesto in cambio del loro rilascio la cessazione immediata di tutte le mobilitazioni nella stato di Guerrero.

A dimostrazione che il ricatto governativo non avrebbe fermato le proteste, subito dopo i fatti di Acapulco gli studenti della Normale di Ayotzinapa sono scesi in piazza a Chilpancingo trovando, anche in questo caso, la ferma risposta della polizia federale che ha ferito numerosi manifestanti utilizzando proiettili di gomma».

I familiari degli studenti chiedono costantemente che si intervenga anche a livello sovranazionale contro il fenomeno delle sparizioni forzate in Messico, qual è stata fino ad oggi la risposta della comunità internazionale?

«Ci sono state delle evoluzioni soprattutto a seguito delle denunce fatte dai familiari al Comitato delle Nazioni Unite contro la sparizione forzata di persone; denunce che hanno progressivamente aumentato l’attenzione delle istituzioni internazionali su questa vicenda. Il Comitato ha infatti deciso di aprire un’inchiesta sottolineando, nel rapporto finale stilato dopo l’incontro con i familiari ricevuti a Ginevra, la grave violazione di diritti umani in Messico, il problema endemico delle sparizioni forzate nel paese (sono oltre 15.000 i casi accertati di desapariciones) e l’assenza di risposte esaustive da parte del governo centrale. Sempre sul piano istituzionale, nelle scorse settimane si è svolto a Città del Messico un incontro tra alcuni esponenti del Parlamento Europeo e il governo messicano. Accanto alla discussione sull’applicazione di diversi trattati internazionali tra Messico e Unione Europea uno dei temi centrali è stato proprio quello riguardante i fatti di Ayotzinapa. A questo proposito a fronte della versione ufficiale offerta dal governo Peña Nieto, secondo la quale gli studenti sarebbero stati uccisi dalla sola criminalità con la collusione della polizia locale, alcuni europarlamentari hanno dimostrato forte scetticismo. Versione peraltro totalmente smentita anche sotto il profilo scientifico dal gruppo Argentino di Antropologia Forense (EAAF), che nelle scorse settimane si è occupato del caso».

Al di là della risposta istituzionale, quale può essere l’apporto dei movimenti a livello internazionale?

«Sicuramente i movimenti stranieri possono giocare un ruolo importante, sia sostenendo attivamente la lotta dei familiari come avvenuto, ad esempio, in occasione del primo Festival mondiale delle resistenze e delle ribellioni contro il capitalismo convocato lo scorso dicembre dal CNI ed EZLN, sia facendo pressione nei confronti dei propri governi. Bisogna ricordare, infatti, che il Parlamento Europeo impone di inserire, nei trattati internazionali di collaborazione economica, una clausola che afferma il primato dei valori democratici sull’economia, subordinando la validità degli accordi commerciali al rispetto dei diritti umani. Il sostegno internazionale dovrebbe allora agire su due piani: organizzazione di iniziative a sostegno della lotta di Ayotzinapa – probabilmente ad aprile ci sarà una visita di alcuni familiari e studenti in Europa – e pressione sulle istituzioni nazionali, affinché il governo messicano sia costretto ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti dei 43 studenti scomparsi e, in generale, sul fenomeno delle sparizioni forzate».

 

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