Donne che creano mondi nuovi

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10 03 2015

di Marina Sitrin*

Scrivo per celebrare la Giornata internazionale della Donna. Scrivo per celebrare tutte coloro che si identificano come donne e che lottano, in tutti i modi, in ogni campo, per essere più libere e per un mondo migliore.

Le lotte per la liberazione generale e quelle per la sopravvivenza quotidiana sono di uguale importanza. Scrivo per celebrare, non senza frustrazione, che abbiamo ancora bisogno di un giorno per celebrare le donne, che non siamo nemmeno lontanamente uguali e rispettate in tutto. Voglio scrivere di come solevamo dover celebrare le donne e le nostre lotte, ma oggi viviamo in un mondo libero in cui queste lotte sono cose del passato, in cui le ragazze non sono violentate e maritate a forza e le tossine non sono parte dei nostri pasti quotidiani. Ma quello non è ancora il nostro mondo. Così io scrivo per celebrare le donne combattenti di oggi, condividendo alcune storie di donne che stanno preparando il terreno per questo mondo nuovo, nelle nostre relazioni sociali, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle case e nelle strade e sulle barricate.


Argentina

Mi sono recata recentemente in Argentina per apprendere da, e collaborare con, chi difendeva la terra, l’acqua e i beni comuni, come sono definite le lotte (en defensa de la tierra, agua y bienes comunes). Dalle lotte contro le attività minerarie e contro la fratturazione idraulica a quelle contro l’irrorazione di pesticidi e i tentativi di deforestazione, le comunità resistono, vincono e spesso creano alternative negli stessi spazi della lotta. Mi sono stati dati nominativi di contatto per i vari movimenti in ciascuna città e paese; dopo i primi tre paesi ho cominciato a notare uno schema: Vanessa, Sofia, Gabriela, Monica, Paula … erano tutte donne. E una volta che ho cominciato a incontrare queste donne ispiratrici e ad apprendere le loro storie, ho anche notato alcuni tratti comuni.

Nessuna aveva fatto politica prima. Tutte erano arrivate all’attività organizzativa per quello che chiamavano un istinto e una reazione alla contaminazione o alla potenziale distruzione della loro comunità. La maggior parte di loro aveva figli e dappertutto si organizzavano in assemblee orizzontali.

C’è una potente intenzione di fare di tutte delle leader, di non avere gerarchie, e di condividere tra tutte il processo decisionale. Sono coinvolti anche gli uomini delle comunità, ma in tutti i casi la convocazione delle assemblee è fatta dalle donne. E significativamente la maggior parte delle azioni dirette militanti sono anch’esse guidate e condotte da donne.

A Malvinas, Argentina, sono lo donne dell’assemblea che hanno incrociato le braccia settimana dopo settimana e hanno impedito il passaggio ai camion della Monsanto. E hanno vinto! La Monsanto non sta più realizzando nella loro città l’impianto di lavorazione di semenze geneticamente modificate più grande del mondo.


A La Rioja la difesa del monte La Famatina è stata organizzata dalle donne e, di nuovo, i blocchi stradali e l’erezione di barricate sono state guidate dalle donne. E stanno vincendo! Hanno costretto due compagnie minerarie a revocare la loro intenzione di avviare attività minerarie nella montagna.

Viaggiando e parlando con persone in giro per il paese i racconti sono stati costanti: orizzontalismo, azione diretta, assenza di gerarchie, autonomia … tutte prevalentemente organizzate e dirette e messe in atto da donne.

Canada: Non Più Passive

Sheelah, Nina, Sylvia e Jessica: queste sono le donne che hanno avviato Non Più Passive.

Theresa Spence, il capo Attawapiskat che ha stimolato altre azioni di massa in tutto il continente e nel mondo con il suo potente sciopero delle fame.

Il movimento iniziato con quattro donne che si scambiavano e-mail e che hanno deciso di essere “Non Più Passive” è decollato in Canada e negli Usa con molte migliaia a tenere manifestazioni e marce, bloccando strade, ponti e autostrade e danzando in centri commerciali, aree di negozi e incroci. Queste azioni hanno forzato una conversazione sulla protezione della terra. Inizialmente in reazione a una potenziale legislazione canadese, leggi che avrebbero cancellato le protezioni della terra e dell’acqua e in particolare di terre indigene; il movimento è ora cresciuto e si è evoluto in una rete internazionale di popoli indigeni e loro sostenitori con una vasta base. Il movimento e quasi dovunque diretto da donne, dalla gestione di molte centinaia di siti internet alle portavoci, coordinatrici e agevolatrici del movimento in molte località.

Ciò che Widia Larivière, una ventinovenne Anishinabe del Quebec leader di Non Più Passive, ha scritto sul suo sito è coerente, credo, con quanto sentono tante migliaia.

“Per me essere una giovane attivista significa parlare apertamente e agire per la mia gente nonostante gli ostacoli che incontriamo come giovani, donne, indigene, eccetera e creare spazio per emancipare altri giovani a fare lo stesso”.

Dappertutto donne sono alla guida ma, come spiega Widia, non solo alla guida per sé stesse, per il presente, ma insegnando ad altre a guidare, e per il futuro.

Fukushima, Giappone

Ciò che si mangia sta diventando sempre più una questione di vita o di morte in molte parti del mondo. Luoghi come l’Argentina dove i raccolti sono irrorati di pesticidi a base di napalm, da lungo vietati anche negli Stati Uniti oppure come il Giappone, dove dopo la fusione dell’impianto nucleare nel 2011 il terreno non solo è contaminato, ma intenzionalmente sparpagliato in tutto il paese, rendendo contaminate anche località dove e se non c’era alcun terreno tossico.

Aki, Sersuko, Tatsuko, Yukiko, Kazue e Setsuko sono sei delle migliaia di donne coraggiose schierate contro il governo giapponese, le loro comunità e persino i loro mariti e famiglie. Sono della prefettura di Fukushima, dove ha avuto luogo la fusione nucleare, ma rappresentano tante donne che si oppongono alla contaminazione dei loro corpi e, per estensione, delle loro menti. Il governo ha condotto una massiccia campagna di propaganda sostenendo sin dall’inizio della crisi che è sicuro uscire, giocare per terra e nella sabbia e mangiare il cibo. Si è spinto sino a sostenere che non fare queste cose è antipatriottico, non giapponese e perciò punibile. Chi si oppone ha perso il lavoro ed è stato emarginato dai propri vicini e dalle proprie famiglie. C’è un clima tale di controllo sociale che dissentire, dire “No, io verificherò il mio cibo prima di darlo a mia figlia” oppure “Verificherà la sabbia prima che mio figlio ci giochi” è un atto di resistenza, e un atto di forza. Sono le donne che stanno manifestando questa forza.

Le donne sono, e sono state, in prima linea in questa resistenza in Giappone. Immediatamente dopo la fusione le donne si sono organizzate per acquistare contatori Geiger, allora illegali, per misurare i livelli di contaminazione nei loro quartieri. Hanno condiviso tra loro queste informazioni, facendo sapere ad altre donne quali alimenti erano sicuri da mangiare o quali terreni erano sicuri per i giochi dei bambini. Si oppongono, rifiutandola, alla propaganda dello stato sostenendo che obbedire potrebbe significare morte e certamente malattia. Opporsi allo stato in Giappone non è cosa semplice e molte donne raccontano che i loro mariti hanno divorziato da loro e che non sono più invitate alle occasioni familiari. È un prezzo pesante da pagare per cercare di sopravvivere e di tenere al sicuro la propria famiglia.

Molte delle donne, come Setsuko, oggi stanno organizzando non solo la sopravvivenza delle loro famiglie e comunità ma anche il cambiamento generale. Come dice nel film Donne di Fukushima “Dobbiamo far cadere questo governo”.

India, bande Gulabi

Le storie dell’orrore di matrimoni infantili e di stupri di giovani donne e ragazze in India sono devastanti, e in aumento. La reazione dei media, dei tribunali e dell’opinione generalizzata della maggior parte degli uomini del paese, che sono da incolpare le donne e le ragazze, aggravano ancor più tutto.

Nell’ultimo decennio si è andata levando una nuova forza – una forza rosa – non basata sul sistema legale, poiché è totalmente corrotto, bensì organizzata esclusivamente da donne di paesi e villaggi in tutta la regione settentrionale del paese. Questa nuova forza chiama gli uomini a rispondere delle violenze e così facendo cerca di prevenirle per il futuro.

Quella iniziata con poche donne è oggi una rete informale dovunque da decine di migliaia a 400.000 donne, vestite di sari rosa e che brandiscono bastoni di bambù. Sono chiamate Banda Gulabi (Banda Rosa) e mentre progrediscono la loro visione consiste nel “proteggere gli impotenti dalla violenza e combattere la corruzione”.

La loro attenzione è ai diritti delle donne e alla lotta alle violenze contro le ragazze e le donne. Sono prevalentemente note per picchiare gli uomini fino allo svenimento quando violano donne o ragazze, ma combattono anche contro i matrimoni infantili, aiutano a organizzare matrimoni basati sull’amore e operano in vari modi per assicurare che i poveri siano protetti.

“Sì, combattiamo gli stupratori con i lathis [bastoni]. Se scopriamo il colpevole lo facciamo nero e blu così non tenterà più di fare del male a una ragazza o a una donna”, ha spiegato la fondatrice dei gruppi, Sampat Devi Pal.

Ma la difesa non è la loro sola attività. Come scrivono sul loro sito web, “assistono e addestrano [anche] le donne ad accrescere le loro competenze per diventare economicamente sicure e sviluppare fiducia per proteggersi dagli abusi mediante scelte di sostentamento sostenibili”.

Resistenza quotidiana come una barricata in fiamme

Ci sono innumerevoli lotte, come quelle che ho citato in Argentina, Canada, Giappone e India, in cui le donne lottano per sopravvivere, proteggere chi è loro attorno, e si sforzano di costruire un mondo migliore, insegnando contemporaneamente ad altre come fare lo stesso. Veniamo da una lunga tradizione di donne di tutto il mondo che si sono costantemente organizzate per un mondo migliore, difendendo il prossimo e tutto ciò che deteniamo in comune.

E poi ci sono le lotte per la sopravvivenza che spesso ricevono meno attenzione poiché possono apparire meno eccitanti – possono non esserci barricate o azioni nelle strade – ma queste storie di sopravvivenza non sono meno potenti e sono anche parte di ciò che sta trasformando il nostro mondo – creando mondi nuovi – e proponendo alle giovani donne e alle ragazze un esempio che ci sono modi diversi di vivere, di essere e di relazionarsi.

Nel celebrare la Giornata Internazionale della Donna celebriamo tutto ciò che abbiamo realizzato, la forza che abbiamo e creiamo, e ricordiamo che questa forza si manifesta in ogni sorta di modi, dalle barricate in fiamme alle reti di case sicure per le donne violentate, dagli slogan dei nostri raduni pubblici emancipati alla nostra sopravvivenza giorno dopo giorno.

 

Fonte: teleSUR, tradotto da Giuseppe Volpe per znetitaly.org (creative commons CC BY-NC-SA 3.0)

* Scrittrice e insegnante. Il suo ultimo libro, scritto con Dario Azzellini, è They Can’t Represent Us! Reinventing Democracy from Greece to Occupy.

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