Ministro Poletti, vacci tu a lavorare d’estate

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25 03 2015

di Alessandro Pertosa*

Il potere getta la maschera luciferina, e dallo svelamento appare il volto di un mostro infernale. Non che ci aspettassimo una fata o evanescenti dolcezze, ma la realtà supera di gran lunga ogni nostro incubo più fosco. Si aggira per il mondo un dominio osceno, abominevole, disumano, pronto a coartare le libertà personali in nome della crescita continua, del fare comunque, della produzione senza requie, della competizione onnivora.

Il capitalismo è alla frutta, lo sappiamo, ma non è ancora morto; e così in attesa dell’Armageddon, i politici di mezza tacca dichiarano guerra alla libertà in nome del lavorismo. Il potere ritiene che per far ripartire questa fantomatica crescita, per consentire all’economia di mettersi di nuovo in moto (anche se non si sa bene dove si voglia andare), non sia sufficiente allungare i termini per il pensionamento, o costringere le persone a lavorare sempre di più con contratti meno sicuri, estendere la prodigiosa flessibilità, ridurre i diritti di chi si schianta dalla fatica, et similia; no, oltre a frantumare la pazienza e la speranza agli adulti è venuto il momento di prendersela coi più giovani, con quei ragazzi considerati fannulloni che d’inverno bamboccionano a scuola e d’estate trascorrono colpevolmente tre mesi di vacanza. Figuriamoci se una società come la nostra può tollerare che un ragazzo di quindici, sedici o diciassette anni possa starsene tranquillo e beato a fissare il tramonto all’orizzonte, magari disteso su una sdraio, con un bicchiere di succo fresco in mano. Eh no, signori miei, il signor Giuliano Poletti, ministro del lavoro, ha tuonato contro questo scandalo. Un mese di riposo, passi pure, ma tre sono davvero un’indecenza.

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Foto di Alessandro Di Ciommo per Comune
Ora, se l’affermazione si limitasse a un giudizio morale di un singolo politico non avremmo nulla da obiettare: ognuno è libero di pensare ciò che crede rispetto al modo di condurre la propria vita. Se Poletti ritiene che riposarsi tre mesi sia un’indecenza, bene, pazienza, ci spiace per lui, che se arriva a queste conclusioni deve condurre una ben misera vita. Il problema però sorge nel momento in cui il Poletti se ne esce con una proposta che vorrebbe tramutare in legge. Il riposo viene così finalmente normato da questo strabiliante potere che stabilisce persino quanti giorni di ozio estivo spettano a uno studente. Secondo il ministro è assurdo consentire agli alunni di vivere da nullafacenti per tre mesi, ma dopo un po’ di riposo è bene che i ragazzi vengano impiegati a lavoro, con l’intento di istaurare un rapporto sempre più stretto tra la scuola e il mondo della produzione. E tutto ciò, chiaramente, avrebbe una funzione educativa. Il giovane deve capire sin da subito che si sta al mondo per lavorare, che la produzione è lo scopo ultimo dell’agire umano e che chi ozia è bene spingerlo ai margini della società. Perché è chiaro che se non lavori, allora mi sei nemico e non devi nemmeno mangiare.

«Non troverei niente di strano – dice Poletti – se un ragazzo lavorasse tre o quattro ore al giorno per un periodo preciso durante l’estate, anziché stare solo in giro per le strade». Ma, lo ribadiamo, che Poletti non ci trovi nulla di strano nel far lavorare d’estate gli studenti, interessa davvero poco. Il problema è che egli, dall’alto (io direi, meglio, dal basso) della sua posizione pretende che un’opinione personale diventi legge. E che succede se un ragazzo, che magari è stato persino bocciato, non volesse andare a lavorare? Gli mandiamo i carabinieri a casa? E se un altro, invece, dopo la media dell’otto non avesse alcuna intenzione di prestarsi a una metodica schiavista, chiamata stage, cosa gli facciamo? Lo rimandiamo a settembre in tutte le materie? No perché si paventa anche la possibilità che questo lavoro estivo possa tramutarsi in crediti formativi: quindi il lavoro (schiavista e mal pagato: anzi forse per nulla pagato) diviene a tutti gli effetti un momento scolastico. Un momento scolastico che serve al potere per avere manovalanza pressoché gratis.

Questa è un’autentica follia! Ci auguriamo che Poletti venga folgorato da un barlume di lucidità e che ci ripensi. Altrimenti non resta che la rivoluzione passiva: i ragazzi non dovranno far altro che rifiutarsi di sottostare a un sopruso indegno di un paese civile. Sottrarsi al dominio, fuggire dall’impegno gravoso, lasciar cadere nel vuoto l’affronto alla libertà personale: sono queste le azioni da compiere. È questa la rivoluzione che ci attende. Se Poletti ci tiene proprio, andasse lui a fare gli stage d’estate: noi, dalla terrazza vista mare, lo osserveremo sudare con grande interesse.

Abbasso il lavoro. Evviva l’ozio creativo. Evviva la felicità, per cui siamo stati fatti.

 

* Ricercatore in filosofia, Alessandro Pertosa scrive irregolarmente di filosofia, economia, teologia, bioetica, decrescita.

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