De Oliveira, nel teatro libero delle passioni

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Rinaldo Censi, Il Manifesto
3 marzo 2015

Maestri. Un'idea di cinema senza regole dove tutto è possibile. E chi si sarà mai azzar­dato a scri­vere un "coc­co­drillo" su Manoel de Oli­veira? E a quale età avranno comin­ciato a pen­sare di scri­verne uno? Ottant'anni? Novanta?
Alla fine, data la scorza di que­sto signore por­to­ghese nato a Oporto ("fos­sile di Oporto", così lo chia­mava João Cesar Mon­teiro), c'era il rischio che lo scriba potesse pas­sare a miglior vita prima di lui. Credo che nes­suno, per sca­ra­man­zia, abbia mai osato scri­verne uno.

Mi è capi­tato di incon­trare Manoel De Oli­veira nel novem­bre del 2008, a Bolo­gna, all’interno di un festi­val inti­to­lato Le parole dello schermo. A Rimini, in quei giorni, gli avreb­bero con­se­gnato il Pre­mio Fel­lini. Insomma, all’epoca aveva novan­ta­nove anni. Le fonti ana­gra­fi­che sono ambi­gue. Quelle uffi­ciali dicono che è nato l’11 dicem­bre del 1908. Ma girava voce che di anni se ne fosse tolto qual­cuno. L’ho incon­trato per inter­vi­starlo. In maniera gen­tile mi ha detto che avrebbe pre­fe­rito man­giare un gelato e – magari – fare l’intervista dopo. Era novem­bre inol­trato. Ho sgra­nato gli occhi ed è finita che abbiamo solo gustato il gelato.

Dopo­tutto, credo che sia stato meglio così. Oggi che se n’è andato dav­vero, all’età di 106 anni, con­si­dero quel gelato con­di­viso con lui un sereno momento ricrea­tivo, pas­sato con qual­cuno che non amava trom­bo­neg­giare sulla pro­pria pro­du­zione arti­stica – anzi. Avrebbe potuto atteg­giarsi come «vene­rato Mae­stro», pre­di­care man­te­nendo una posa (l’oratoria era uno degli stru­menti «tec­nici» che lo intra­ga­vano mag­gior­mente – vedi ad esem­pio Pala­vra e uto­pia), ammor­bando il mondo con digres­sioni let­te­ra­rie, arti­sti­che. Invece amava man­te­nere un pro­filo basso.

Que­stione di deco­rum appunto, frutto di un’educazione rice­vuta (imma­gino) fami­lia­riz­zando con i trat­tati sull’oratoria di Quin­ti­liano, Cice­rone, fino alle Let­tere al figlio di Lord Che­ster­field. Tutto quello che aveva da dire lo met­teva nei film.

Un’idea di cinema senza regole dove tutto è pos­si­bile. Era lì, nei film, che lo spet­ta­tore poteva assi­stere allo sro­to­larsi e al dibat­tersi di un vero e pro­prio tea­tro delle pas­sioni: filo­so­fi­che, reli­giose (Acto de Pri­ma­vera), amo­rose. Benilde, Ange­lica, la Ema della Valle del pec­cato (sono i primi esempi che mi tor­nano in mente): qual­cosa come un ingran­di­mento dei sen­ti­menti viene colto nella gestua­lità, nella parola, infine nello sguardo stra­niato, ambi­guo, di alcune figure colte in un atto cine­ma­to­gra­fico capace di ren­dere evi­dente il dub­bio che ognuno di noi prova davanti ad una parola che si fa imma­gine.

Noi siamo i veri­fi­ca­tori di que­sti pic­coli tea­tri, spe­cie di fiabe, della loro tenuta: la tenuta dell’immagine. In ogni film di Manoel de Oli­veira siamo presi den­tro que­sto spa­zio limi­nare mac­chi­nato dalla finzione.

Cosa può il corpo di un attore, modu­lato su una serie di rac­conti, dia­lo­ghi, con­ver­sa­zioni, spe­cie di mario­netta senza carat­tere, o psi­co­lo­gia? Dramma, com­me­dia? La figura rende sem­pli­ce­mente per­cet­ti­bile lo spa­zio del loro svuo­ta­mento: nes­sun vero e pro­prio dramma, se non la sua fin­zione. Le pas­sioni ven­gono diba­tutte: come a tea­tro, appunto. E de Oli­veira, fil­mando la parola, ren­dendo pla­stica la giu­sta distanza tra il corpo e la mac­china che lo riprende (ma per fis­sare cosa? Il nulla della sostanza di cui sono fatti i fan­ta­smi?) ci dice infine che il cinema non ha regole, e che tutto è possibile.

Bidi­men­sio­na­lità dell’inquadratura, scelte delle focali, inven­zioni improv­vise come lampi (Inquie­tu­dine): sì, il cinema non ha regole, è così; e se gli chiedi che cos’è il cinema?, ti senti rispon­dere: gelato, gelato. Non so per­ché, ma ripenso a quel lungo car­rello nel finale (ma era il finale?) di Viag­gio all’inizio del mondo, alle inqua­dra­ture di interni vuoti in O dia do dese­spero, e alla ruota pano­ra­mica in Place de la Con­corde, fil­mata in Ritorno a casa. Mi ha sem­pre fatto pen­sare ai mec­ca­ni­smi della pro­ie­zione, al tempo stesso che si sro­tola nel pro­iet­tore. Forse il cinema è dav­vero fatto solo per que­sto: farci testare la pre­senza dei fan­ta­smi. Il tempo di una durata di proiezione.

Ultima modifica il Venerdì, 03 Aprile 2015 17:13
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