Sono un’operatrice dello Sprar

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Corriere delle migrazioni
14 04 2015

Questa lettera/articolo ci è giunta da un’operatrice che lavora presso un centro per l’accoglienza dei migranti a Roma. È una cronaca di vita quotidiana, fra disagi e e voglia di reagire, e lancia un invito a unirsi e a conoscersi per chi, in ogni parte del Paese, opera in questi settori. L’autrice non può firmarsi, rischierebbe di non lavorare più. Ma noi la conosciamo e possiamo garantire sulla veridicità del suo racconto.

Le sei meno un quarto, suona la sveglia, mi tiro su dal letto e poi bevo un caffè, mi vesto e esco da casa, ancora mezza addormentata, per prendere l’autobus. Quarantacinque minuti, un’ora, ed eccomi arrivata. Altri dieci minuti di cammino in una strada desolata, sporca, con cumuli di immondizia ai lati della via, mentre il sole sta sorgendo dove il cemento incontra una campagna tossica, abbandonata.

Mi chiedo: «Siamo ancora a Roma?». Infine eccomi all’ingresso, sono arrivata al lavoro: un centro di accoglienza SPRAR per richiedenti asilo e rifugiati. Queste strutture costituiscono, dal 2002, una parte del sistema di “seconda accoglienza”. Negli ultimi anni a Roma ne hanno aperti molti come questo, sparsi nelle periferie più difficili e disagiate.

Ogni volta che percorro la strada per arrivare, rifletto su quanto possa essere relativo il concetto di “integrazione nel territorio” per le persone che abitano in questo e in tanti altri centri: fuori dal raccordo, con un autobus ogni 45 minuti se va bene, a circa 2 ore dal centro della città e almeno mezz’ora a piedi dal primo bar, per non parlare di un supermercato o delle poste. Intorno qualche casa, automobili, pecore e la realtà quotidiana che sembra uscita dalla pellicola di una città pasoliniana di altri tempi. Ma aprire una struttura qui, alle cooperative interessate a massimizzare i profitti, costa ovviamente meno che in centro città o ai Parioli.

Il collega che del turno di notte mi consegna i compiti per la giornata e serviamo la colazione agli ospiti, ancora mezzi addormentati: una merendina ciascuno e due bicchieri a scelta di qualche bevanda che viene fuori dalla macchinetta: simil-caffè, simil-latte, simil-tè. Alle 9 la cucina chiude tassativamente, quindi se qualcuno arriva in ritardo non farà colazione.
Mentre gli ospiti che vivono nel centro iniziano la loro giornata – chi va a scuola, chi a lavoro, chi a trovare amici, chi semplicemente in giro e chi, invece, gironzola per il centro – comincia il nostro lavoro.

Mi ha raggiunto l’altro collega del turno diurno, siamo in due per circa cento persone. C’è da accompagnare alcuni ragazzi a rinnovare alla ASL la tessera sanitaria: loro sarebbero assolutamente in grado di farlo in maniera autonoma ma, purtroppo, c’è da lottare e discutere con gli impiegati dello sportello, che giorni fa ci hanno dichiarato che non sanno come funziona il software per rinnovare le tessere e le esenzioni e quindi fanno un po’ come capita: qualcuno può avere il rinnovo per 6 mesi, qualcuno per 2, qualcuno viene rimandato a casa. Uno di noi si avvia con i ragazzi armato di pazienza e determinazione, l’altro rimane a sbrigare i compiti più vari: aiutare ospiti che vengono a redigere il curriculum vitae, indirizzare chi ha le visite verso i vari ambulatori con tanto di mappa alla mano, lavorare con l’avvocato e l’assistente sociale per procurare documenti per la commissione d’esame che dovrà valutare la richiesta d’asilo e che i nostri ospiti aspettano con ansia, o visionare bandi di formazione o lavoro a cui loro potrebbero partecipare.
C’è una grande quantità di cose da fare e il tutto è inframezzato da richieste di vita quotidiana: aprire la porta della stanza della lavatrice (misteriosamente tenuta sotto chiave), distribuire medicine, fornire il cambio delle lenzuola o la carta igienica. Se penso a quanto del nostro tempo viene sprecato per assolvere a mansioni come queste… tutto probabilmente sarebbe più facile se le persone potessero gestire la loro vita in maniera autonoma: cambiare le lenzuola quando gli pare, lavarsi i vestiti quando ne hanno bisogno, cucinare quello che preferiscono, gestire in autonomia i propri soldi. Scegliere il posto dove vivere e non essere costretti a condividere lo spazio con altri 99.
Ma non si può fare perché, anche se siamo in un centro SPRAR, in quello che veniva definito il fiore all’occhiello dell’accoglienza italiana, gli ospiti devono essere controllati, indirizzati, contenuti. Come se fossero bambini, e bambini a lungo andare ci diventano, oppure pazzi, e noi con loro, perché questo sistema è soffocante, non è fatto per gli esseri umani.

Mentre mi perdo in questi pensieri e mi viene un po’ di angoscia, ecco che arriva il camion del catering, e sono subito riportata alla realtà. Bisogna scaricare il cibo, preparare tutto per il pranzo, non c’è più tempo di pensare. Insieme all’altro collega iniziamo a servire i pasti, dividendoli in porzioni in base a precise istruzioni: non più di una bottiglia d’acqua a testa, non più di un rosetta, 3 polpette, tot grammi di pasta o di zucchine. E’ a pranzo che tutte le frustrazioni e il malessere, dovuto ad un sistema di accoglienza lacunoso, trovano libero sfogo: l’ansia della commissione che non arriva, il dolore per la consapevolezza di chi si è lasciato a casa e la difficoltà a trovare un ambiente che includa, e si trasformano in litigi, richieste aggressive, tentativi di avere la meglio sugli altri, insulti espliciti.
Questo disagio si riversa come uno tsunami su chi sta dietro quel bancone e riempie i piatti, magari ha passato anni della sua vita a studiare, ha accettato quel lavoro perché crede nell’importanza di una figura che medi l’incontro in una nuova società di persone di diversa provenienza, che favorisca l’inclusione, l’autonomia, e la ricostruzione di percorsi di vita. Invece eccomi qua, vittima di un sistema violento e malato, esattamente come chi ho di fronte e sfoga su di me la sua rabbia. E io, che sono un essere umano, a un altro essere umano rispondo con la mia di rabbia, la rabbia di chi vede le proprie aspirazioni e speranze impiegate in un progetto fallimentare, con contratti di lavoro che non consentono di pianificare la propria vita e crearsi un futuro, progetti precari per lavoratori precari, e a volte prevale un senso di stanchezza e di amarezza.

Come se non bastasse non abbiamo lo stipendio da due mesi: ci hanno detto che il comune non sta pagando le cooperative. Non posso chiedere ferie né malattie, perché il mio è un contratto a progetto. Ma questo, a chi ci sta di fronte, non riusciamo a spiegarlo. E così loro spesso ci vedono lontani, annoiati, e noi a lungo andare non riusciamo a trovare un contatto con l’essere umano, al di là dell’ospite.
Sono le 15, firmo le mie ore e torno a casa, la giornata è stata un po’ pesante. Mentre mi avvio alla fermata dell’autobus tanti sono i pensieri che mi ronzano ancora in testa, ho bisogno di riposo, di smettere un attimo di pensare e di condividere questo magone con qualcuno.

Qualcuno con cui dividere il magone, la nostra operatrice lo ha trovato. Il 12 dicembre 2014 si è tenuta la prima Assemblea dei Lavoratori dell’Accoglienza di Roma. Un’assemblea spontanea, auto organizzata, dove è stato avviato un percorso politico di dialogo e critica al sistema di accoglienza, «con la consapevolezza che le nostre condizioni di lavoro, spesso disastrose, sono figlie della stessa idea di business e di profitto che porta abusi e disservizi agli ospiti dei centri». «Da soli eravamo frustrati, isolati, sempre più corrosi da questo sistema di pensiero», hanno detto i partecipanti. «Adesso abbiamo una lunga strada in salita da percorrere, ma siamo determinati, ci sentiamo più forti. E soprattutto non siamo soli». L’intenzione è quella di allargare il giro. Da qui, l’invito: «Se sei un operatore o un’operatrice dei centri di accoglienza e ti sei ritrovato/a in questa storia, se vivi quotidianamente situazioni di sfruttamento del tuo lavoro e non accetti più i compromessi che esso ti impone, unisciti alla nostra lotta».
Per informazioni scrivi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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