Gli ospedali fantasma dell'Unione Europea in Nigeria

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Ospedale a LagosMarco Omizzolo e Roberto Lessio, Zeroviolenza
15 aprile 2015

Il popolo nigeriano dimostra una straordinaria capacità di sviluppo che colloca il paese al vertice tra quelli africani più sviluppati. Tra il 2000 e il 2013 la sua crescita media annua è aumentata dell'8,2 per cento e nel 2014 il PIL è cresciuto ancora. Ha ormai superato il Sudafrica nelle classifiche internazionali e ambisce a sedere entro qualche anno al tavolo dei potenti della terra.

Certo un'ambizione legittima ma che deve fare i conti con emergenze diffuse: epidemie, corruzione, terrorismo, narcotraffico, pirateria, mafie transnazionali, problemi ambientali, tanto per dirne solo alcune. Il gruppo jihadista Boko Haram, attivo soprattutto nelle aree del nord-est del paese, ad esempio, miete vittime innocenti a ripetizione, soprattutto donne e bambini. Il 22 febbraio scorso un attentato terroristico eseguito a Potiskum, nello Stato dello Yobe, ha provocato la morte di cinque persone e il ferimento di altre dodici. Il “kamikaze”, se così può essere definita, era una bambina di circa sette anni, rapita e costretta alla strage. Orrore puro.

Il 3 gennaio 2015, il gruppo terroristico ha preso d'assalto Baga (nello stato del Borno) e praticamente distrutto 16 villaggi vicino al lago Ciad, prendendo il controllo di una base militare dell’esercito regolare nigeriano. Le forze federali nigeriane hanno risposto con raid aerei e per diversi giorni Boko Haram ha ucciso indiscriminatamente tutti i residenti coi quali poteva avere rapporti. Una strage di una violenza inaudita. Secondo il quotidiano britannico The Guardian i morti sarebbero stati circa duemila.

È evidente la necessità per migliaia di nigeriani di scappare da questa violenza senza tregua per rifugiarsi nel campo profughi di Minawao, nel nord del paese. Una condizione che dovrebbe far riflettere i tutori dell'ordine nazionale e i colonnelli fascio-leghisti italiani. Come Borghezio, Salvini e quelli di Casa Pound. La loro retorica del “aiutiamoli a casa loro” viene smontata senza possibilità di replica dalle condizioni che milioni di persone sono costretti a vivere nei loro luoghi natali. Violati i loro diritti fondamentali e in costante pericolo di vita non hanno altra scelta che fuggire, per trovare riparo nei campi profughi, nei paesi circostanti a quello di origine e infine in Europa, magari presso un parente già residente.

Noi invece abbiamo il dovere e l'obbligo internazionale di accoglierli e garantirgli i diritti negati a casa loro con il fuoco del fucile e della persecuzione. Almeno se vogliamo continuare a definirci, chissà per quanto, civili e democratici. Secondo le Nazioni Unite in Nigeria gli sfollati sono circa un milione e 157.000 invece le persone che si rifugiano negli Stati confinanti. Nei campi profughi succedono drammi mostruosi. Alcuni operatori umanitari locali sono stati accusati di stupro, traffico di bambini e altri abusi. Intanto le recenti elezioni hanno riportato al governo l'ex dittatore Muhammadu Buhari.
Buhari ha 72 anni ed è stato già implicato nel colpo di Stato che portò Yakubu Gowon al potere nel 1966, poi ministro del petrolio e delle risorse naturali sotto il governo militare di Olusegun Obasanjo dal 1977 al 1979, e infine presidente dal dicembre 1983 all’agosto 1985, quando prese il potere con un colpo di Stato deponendo il presidente eletto Shehu Shagari.

Nel Delta del Niger, regione ricca di petrolio del sud-est della Nigeria, le cose non vanno meglio. Le attività delle multinazionali del petrolio violano sistematicamente un ambiente naturale delicato generando problemi ambientali, sociali e sanitari continui nella popolazione e nei lavoratori. Troppo poco si parla di quanto accada in quella regione della Nigeria. La questione ambientale è in questo caso intimamente legata a quella economica, sociale, sanitaria e chiama in causa la genesi del capitalismo contemporaneo, spesso predatorio e di matrice Occidentale.

Tra i maggiori combattenti per la causa ambientale e sociale del Delta del Niger è importante ricordare lo scrittore e attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa, che aveva denunciato i danni ambientali causati dalle estrazioni petrolifere, arrestato nel 1995 e poi impiccato. Inoltre le truffe sono milionarie e coinvolgono anche note imprese italiane: non più tardi del settembre scorso è scoppiato l’ennesimo scandalo che vede di nuovo coinvolta la nostra “cara” ENI.

Esiste anche un'altra Nigeria, tradita dall'Unione Europea che ha millantato interventi concreti in suo favore, salvo lasciare sul campo inutili cattedrali nel deserto. Operazioni forse di pura speculazione o semplicemente di incapacità, spreco di risorse economiche pubbliche. O forse una grande e squallida truffa ai danni dei nigeriani e degli europei compiuta da qualche cricca del malaffare di Bruxelles. Questo solo il tempo e qualche magistrato interessato potrà appurarlo. Nello Stato di Edo, nella Nigeria meridionale, esiste un'emergenza poco nota, quella sanitaria, che determina centinaia di morti ogni anno, soprattutto donne e bambini.

Tra il 2007 e il 2014, il documentarista Alberto Cicala, che da anni in Nigeria gestisce una scuola di cinema per ragazzi di strada e vittime del traffico di esseri umani (Butterfly School of Cinema for indigents), ha raccolto molto materiale video e fotografico sulle condizioni di vita delle donne nigeriane, sfruttate dagli uomini, a volte malate e spesso scartate da un sistema sanitario che non presta loro le cure mediche necessarie.

Spesso gli abitanti dei piccoli paesini fluviali della Nigeria vivono di pesca. Le acque sono però contaminate dalle fabbriche che scaricano in esse i propri scarti di lavorazione o per la decomposizione di cadaveri umani e animali. La popolazione locale si nutre di frutta e verdura coltivata con acqua anch'essa contaminata o fatta crescere in terreni inquinati da acidi vari. I contenitori in plastica contenenti olio per motore vengono invece abbandonati sulle strade e usati dai bambini per giocare. Si dipingono il viso per assomigliare agli adulti esponendosi alle conseguenze dirette di quelle sostanze nocive, spesso mortali. Non a caso il tasso di tumori è elevatissimo come la relativa mortalità infantile.

Nella stagione delle piogge per asciugare i vestiti e riscaldarsi molte donne bruciano pneumatici e oggetti di plastica, ipotecando la propria salute, quella dei loro figli e del villaggio. Tutto questo mentre i principali capi villaggio (native doctor), millantano poteri soprannaturali che usano per ricavare denaro e producendo solo l'aggravarsi delle condizioni di salute dei malati e infine la loro morte. Lungo il ciglio delle strade sterrate nigeriane, passando da un villaggio ad un altro e documentando tutto, Alberto Cicala è diventato testimone della tragedia di un popolo ancora fiero ma spesso condannato a morte dall'indifferenza generale e dalle ipocrisie europee.

L'Unione Europea ha investito milioni di euro in Nigeria nella costruzione di ospedali edificati nel nulla, mai completati, oggi vuoti a perdere senza alcuna utilità. Soldi pubblici ovviamente, sperperati con incredibile facilità. Tanto nessuno controlla mai i risultati di quegli interventi. Nessuno tranne Alberto Cicala, che in perlustrazione negli angoli più sperduti della Nigeria ha ripreso e denunciato i limiti e le contraddizioni della cooperazione internazionale europea. Di quegli ospedali, reclamizzati in Europa con tanto di bandi e proclami, sono rimaste le pareti in cemento, spesso dipinte con colori vivaci ma privi di ogni funzione.

L'unico risultato è la nascita di aspettative, soprattutto nelle donne malate, che vagano per chilometri, spesso a piedi, alla ricerca degli ospedali europei che puntualmente non trovano. Qualcuno dovrebbe indagare su questi risultati e capire se esistono organizzazioni europee o persone che hanno lucrato sulle miserie e malattie dei nigeriani facendo fallire progetti quanto mai necessari in quel paese. I responsabili dovrebbero pagare per questo loro crimine morale e scarsissimo impiego di risorse economiche pubbliche.

Se non bastasse, donne e bambini provenienti dai villaggi sono spesso rifiutati dagli ospedali di primo soccorso. Le dirigenti degli ospedali dicono esplicitamente “se non hanno soldi noi non le accettiamo e devono tornarsene a casa”. Una condanna a morte in sostanza. Le donne malate, con spesso a carico uno o più figli, si siedono sul ciglio della strada in attesa che qualcuno le soccorra. Attesa vana. Lungo le strade delle città è facile trovarle gravemente malate, con enormi tumori, in attesa che qualcuno si fermi e lì spesso finiscono di vivere.

Come riportano le dirigenti degli ospedali visitati da Alberto Cicala durante il suo reportage, “le donne che rifiutiamo in ogni caso vengono segnalate con un report scritto all'associazione per gli aiuti ospedalieri, un fondo comune che cerca di aiutare coloro che non hanno i soldi per pagare visite e terapie, ma sono attese lunghe ed estenuanti e solo nel 1% dei casi si riesce a pagare almeno la prima visita di controllo. Per il resto tornano nel proprio villaggio e si lasciano morire naturalmente. È un modo per dire che esiste l'associazione per avere proventi ma poi non fanno nulla”. Intanto, l'associazione Mater Africa per la Cooperazione Internazionale Onlus sta realizzando il progetto Woman NO cry per portare a quelle donne, ultime tra le ultime, i soldi necessari per curarsi.

Il documentario “Ombre nel buio” di Cicala sarà pronto per settembre del 2015. Un modo intelligente per denunciare quanto accade in Nigeria, le responsabilità dell'Europa e i drammi di un popolo che vuole emergere, sconfiggere terroristi e trafficanti, vivere una vita migliore. Una speranza che l'Europa non può affossare ma sostenere, se vuole definirsi civile e democratica. Altrimenti è solo retorica e affari sporchi.

Ultima modifica il Giovedì, 16 Aprile 2015 13:20
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