Il suono dell’ulivo

Comune - info
20 04 2015

di Rosaria Gasparro

ORIA (BRINDISI), DOMENICA 19 APRILE – «Ci sono posti dove bisogna esserci, perché se non ci siamo cosa racconteremo ai nostri figli» dice Florenza Mongelli alla fine del suo “Parole e suoni dalla natura” sotto uno degli ulivi segnati di rosso. Per questo domenica siamo ad Oria, dove hanno abbattuto gli alberi. Per questo qui c’è un presidio permanente di giovani che non ci tengono che si racconti di loro. Non ci tengono a parlare. L’importante per loro è esserci. Sono quelli che sono saliti sugli alberi, sulle ruspe. Che lo rifaranno. È da qui che vogliono ripartire. È da qui che vogliono costruire consapevolezza ecologica su come abitare la terra, su come prendersi cura.

Mattia Pantaleoni mostra praticamente come autoprodurre biofertilizzanti. Una chimica amica per una terra libera dai veleni, un laboratorio di agricoltura organica e rigenerativa (leggi anche Manuale di tecniche naturali per curare un uliveto).

Con “Verde brillante”, alle radici del problema, inizia una dichiarazione d’amore per gli alberi. Un elettrodo nelle radici e uno sulle foglie e si diffonde il suono dell’ulivo, le vibrazioni della sua linfa catturate dal sintetizzatore e trasformate in musica dal pianoforte. È un suono malinconico, l’albero non sta bene, ma è vivo. Quando qualcuno lo tocca il suono si arresta, continua se a farlo è un bambino. Perché gli alberi sono sensibili, ci dicono Antonella Cavallo (autrice della “Musica delle piante”) e Fiorenza, «possiedono tutti e cinque i sensi dei quali è dotato l’uomo: vista, udito, tatto, gusto e olfatto. Ognuno sviluppato in modo «vegetale», s’intende, ma non per questo meno affidabile. È dunque lecito pensare che da questo punto di vista siano simili a noi? Tutt’altro: esse sono estremamente più sensibili e, oltre ai nostri cinque sensi, ne possiedono almeno un’altra quindicina. Per esempio, sentono e calcolano la gravità, i campi elettromagnetici, l’umidità e sono in grado di analizzare numerosi gradienti chimici».

 Luigi D’elia racconta in modo struggente “La Grande Foresta” davanti ad uno degli alberi secolari abbattuti. La foresta che una volta copriva il Salento e sentiamo il brivido pensando alla foresta di oggi. Che qui ha gli occhi che ti guardano. «Sette volte bosco, sette volte prato e tutto tornerà com’era stato» dice il bambino della storia ed è la foresta che continua a crescere.


Settecento in fondo al mare. Siamo qui per gli ulivi ma siamo anche lì. C’è un collegamento sentimentale, dice Jean Claude. Con chi soccombe per l’indifferenza, una specie tutta umana di xylella.

 

* Maestra di una scuola primaria pubblica, vive a San Michele Salentino (Brindisi). Altri suoi articoli sono qui. L’adesione di Rosaria alla campagna di Comune-info “Ribellarsi facendo”

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