Venite a Lampedusa

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28 04 2015

di Giacomo Sferlazzo

Lampedusa subisce da anni lo stesso processo coloniale che ha subito nei secoli l’Africa. I paesi africani sono ricchi di risorse e il colonialismo europeo prima e l’imperialismo Usa/Nato dopo, hanno sfruttato queste terre e questi popoli e continuano a farlo: distruggendo intere aree, uccidendo, depredando (per un breve resoconto rimando a La grande ipocrisia di Alain Goussot) e creando quell’immigrazione di massa di cui vediamo sempre di più la catastrofica natura.

Lampedusa non ha petrolio, non ha coltan, non ha gas né acqua; Lampedusa ha una cosa però che è fondamentale nelle strategie di guerra e nelle nuove politiche coloniali: la sua posizione geografica. Sull’isola ci sono ben dieci radar e il tasso di malattie tumorali è al di sopra della media nazionale. Su soli 22 chilometri quadrati di isola troviamo: polizia, esercito, carabinieri (una caserma), guardia di finanza (due caserme), aeronautica militare (due caserme), guardia costiera (una caserma, marina militare, con la zona della ex base militare Usa ancora recintata e ad uso militare), perfino un corpo speciale che si occupa di spionaggio e guerra elettronica, navi e elicotteri militari, Frontex, aerei militari e camionette di tutti i tipi. «Una presenza che garantisce sicurezza a Lampedusa – la definisce Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa e Linosa – ma assolutamente non invasiva e ben integrata con le esigenze delle mie isole».

 

La posizione di Lampedusa è dunque una risorsa da accaparrarsi, di cui approfittare in modo monopolistico e banditesco, come il petrolio per la Nato o per l’Ue. Anche in questo caso occorre sfruttare retoriche securitarie, umanitarie, ricorrendo pretestuosamente alle stragi ed alle emergenze che gli stessi governi dei paesi imperialisti provocano e determinano. Da questa isola si possono fare operazioni di spionaggio che altrove sarebbe molto più difficile riuscire a portare a termine: il nostro porto ed il nostro aeroporto sono punti di appoggio importantissimi per le operazioni militari in atto, così come lo sono già stati in passato. Il “fronte sud”, del resto, è quello più caldo, sul quale l’occidente ha investito da decenni le proprie risorse militari per depredare il continente africano. A Lampedusa è inoltre possibile produrre emergenze e retoriche che altrove sarebbero impossibili da riprodurre, da gestire e da mettere in scena. L’enorme set “cinemediatico” mobile, che si monta e si smonta secondo le esigenze del potere, vede in Lampedusa un luogo da raccontare in poche ore, con la fretta del Tg che ha bisogno del servizio pronto per l’ora di pranzo o di cena. Un enorme set, dunque, dietro le cui quinte si affollano frementi giornalisti, fotografi, registi ma anche artisti, scrittori, studiosi ed esperti di varia natura: tutti accomunati dalla magica capacità di raccontarci l’isola e i suoi abitanti dopo un soggiorno che nella migliore delle ipotesi dura appena una settimana. Bisognerebbe leggere Edward Said per capire meglio come la costruzione e la rappresentazione culturale di un luogo da dominare siano le premesse fondamentali della sua sottomissione politica, economica e militare. Intendo dire che quello che vedete nei Tg, che leggete in molti libri, in molte mostre e spettacoli teatrali che ormai proliferano su Lampedusa, non sono altro che rappresentazioni basate su stereotipi funzionali alle scelte politiche ed economiche dei paesi “occidentali”.

I naufragi a cui assistiamo impotenti e di cui vediamo crescere il numero di vittime per attirare l’attenzione di telespettatori assuefatti ad immagini di morte e disperazione, vanno inseriti in questa logica di creazione/spettacolarizzazione delle tragedie e delle emergenze. Basta osservare le scelte politiche che seguono ai periodici naufragi per accorgersi di come la questione delle migrazioni si sovrapponga a quella militare. Senza una giustificazione del tipo «dobbiamo salvare vite umane», senza una mobilitazione emotivamente forte come quella dovuta ai tanti morti, senza cioè il ricorso all’emergenza strutturale, alla eccezionalità, sarebbe infatti assai difficile giustificare un nuovo finanziamento di Triton/Frontex. Oltre alla paura e alla commozione di massa, serve sempre anche un Nemico per poter giustificare provvedimenti politici “straordinari”: ecco allora spiegato il ruolo che hanno avuto le demonizzazioni di Gheddafi e di Saddam, così come la funzione svolta dai vari e presunti gruppi terroristici (a proposito di paure, ricordate l’ebola?). Ora assistiamo ad una nuova figura di demone crudele, di Nemico assoluto, di anti-umano, di mostro contro cui indirizzare l’odio e le paure collettive: la figura dello scafista. Una figura usata anche, con la medesima funzione, in occasione della strage del 3 ottobre 2013, per provare ad agevolare una facile e sbrigativa chiusura delle indagini su quello che, per chi conosce i fatti, è stato un naufragio non ostacolato, se non addirittura provocato.


Pensate che chi ha soccorso i naufraghi quella mattina del 3 ottobre (amici che si trovavano sul posto per una battuta di pesca), è stato screditato e non ascoltato, perché dichiara che la guardia costiera arrivò sul luogo del naufragio ben quarantacinque minuti dopo la loro chiamata. Gli stessi superstiti dichiarano che tra le tre e le tre e mezza di notte due barche, di cui una molto simile ad una vedetta militare, accostarono l’imbarcazione dei migranti. Dopo avere puntato i fari sopra i migranti che erano a bordo le due imbarcazioni andarono via, contribuendo così a provocare l’agitazione che poi avrebbe fatto capovolgere e inabissare la barca.

Il Comune di Lampedusa e Linosa si è costituito parte civile contro gli scafisti ma il sindaco non ha mai voluto ascoltare chi aveva soccorso i naufraghi. L’anno dopo, per la giornata in memoria di quella strage, l’Arci insieme al “Comitato 3 ottobre” e al Comune di Lampedusa e Linosa, con i soldi del ministero dell’Interno e dell’Open Society di George Soros, organizzavano una pagliacciata: una farsa grottesca dove la Laura Boldrini dichiarava che vi sarebbe in atto «una guerra tra gli uomini e il mare», dove Martin Schulz elogiava l’Europa democratica, dove la sindaco Giusi Nicolini si profondeva nella solita cantilena con l’immancabile citazione di papa Francesco e dove i superstiti e i parenti delle vittime facevano da comparse a tutto quel coro di retorica e assurdità. In quell’occasione i ragazzi e le ragazze che avevano salvato i naufraghi ebbero una discussione accesa con Valerio Cataldi, cofondatore del “Comitato 3 ottobre” e giornalista della Rai. Cataldi si è occupato abbondantemente della strage, contribuendo a costruire la narrazione istituzionale di quei fatti e usando la voce registrata di uno dei ragazzi che aveva soccorso i naufraghi, senza mai chiedergli l’autorizzazione e senza mai parlare dei fatti di quella notte con loro. A seguito di quella accesa discussione alcuni dei soccorritori sono stati addirittura denunciati da Cataldi per aggressione. Ricordiamo che dopo quella strage venne finanziata e attuata l’operazione Mare Nostrum, operazione militare che costava 400 mila euro al giorno e che non fermò affatto i naufragi.

Lo stesso “Comitato 3 ottobre” si è fatto promotore della giornata della memoria per i migranti morti (nel loro primo comunicato si leggeva «per le vittime del mare», segno che la Boldrini fa scuola….) giornata che va ad arricchire di retoriche e di vuota e funzionale commozione i vaniloqui della Laura Boldrini e dei suoi soci assetati di diritti umani.


Proprio come nei migliori processi coloniali, c’è bisogno di una classe dirigente locale che si allinei alle scelte del governo colonizzatore che, si badi bene, non è quello dell’Italia ma quello a stelle e strisce degli Usa (avete notato come i naufragi sono coincisi con la visita di Renzi da Obama e come Obama spinga per la guerra in Libia?).

Come nei migliori processi coloniali, infatti, l’autonoma economia locale deve essere scoraggiata e la vita sul posto sfavorita. Il turismo, la nostra prima forma di economia, è stato in questi anni messo a dura prova, dalle scelte politiche e dall’uso (come dicevamo prima) di Lampedusa come grande set mediatico. Un esempio concreto, fra i tanti: anche se un naufragio accade davanti le coste libiche, ad un centinaio di chilometri da Lampedusa, i giornali e i telegiornali titolano «Naufragio a largo di Lampedusa». Ovviamente chi non sa la reale situazione immagina che sulle spiagge dell’isola arrivino cadaveri e che le strade dell’isola siano invase di pericolosi infiltrati dell’Isis o malati di ebola. Chi conosce veramente Lampedusa sa che non è cosi, che Lampedusa è uno dei posti più belli al mondo, dove è vero che ci sono stati momenti tristi e difficili, momenti in cui non avrei suggerito a nessuno di venire in vacanza qui, ma che quei momenti sono stati episodi che hanno reso l’isola un luogo da conoscere, da vivere, di cui innamorarsi. Un’isola che vibra di un’energia magica che nessuno potrà portarle via. Un’isola dove molti hanno conservato un sentimento di umanità altrove invece andato perso. Dove ci sono anche i razzisti e perfino i leghisti, pensate…. Un’isola complessa dunque, piena di contraddizioni che sono le contraddizioni del mondo capitalista e globalizzato. Ma da qui si può capire il mondo e nonostante non sia un bel mondo, da qui osservando i riflessi di questo mare, la luce di questo sole, sembra ancora di intravedere una speranza, sembra ancora possibile la pace e la giustizia.

Inaugurazione del Festival alla Porta d’Europa. Lampedusa in Festival 2014. (foto di Alessia Capasso tratta dalla pagina fb di Lampedusa In Festival)
Noi lampedusani possiamo avere un ruolo importante oggi negli equilibri mondiali. Noi lampedusani dobbiamo avere la consapevolezza di potere incidere nella storia, di poter scrivere una nota di speranza. Il nostro sforzo deve essere prima di tutto lo studio e la conoscenza.

Mi rivolgo ai giovani, non sprecate il vostro tempo, impiegatelo per conoscere, per praticare la condivisione, per praticare non solo la solidarietà ma la prassi politica. Mi rivolgo a tutte/i voi: il nemico non è il migrante, il nemico è questo sistema economico, è l’Ue, è il Fondo monetario, è la Bce, sono le multinazionali.

Abbiamo fatto tanti errori, abbiamo anche noi tante responsabilità. Ma dobbiamo procedere verso l’unione (sappiamo che in questo momento è la cosa più difficile), dobbiamo procedere nella lotta alla militarizzazione, dobbiamo riprenderci i nostri spazi, il nostro porto, le nostre terre occupate dalle caserme e dai radar. Da soli, però, non potremo mai farcela. A tutte/i coloro che si chiedono cosa potere fare per sostenere Lampedusa, cosa fare per sostenere un’ altra idea idea del Mediterraneo, un’idea di pace, di condivisone, di dialogo, di conoscenza, se vi chiedete come fare, noi vi diciamo che un modo c’è: sostenete l’economia locale. Venite in viaggio a Lampedusa. Non vogliamo essere costretti anche noi a diventare migranti e lasciare l’isola ai mercenari dell’accoglienza e ai militari, vogliamo restare qui e costruire una Lampedusa ed un Mediterraneo di Pace.

Il 1 maggio è una prima occasione. Sosteneteci. Senza paura.

* Artista, antirazzista, cantautore, Giacomo Sferlazzo è tra i promotori del collettivo Askavusa di Lampedusa (nato nel 2009 dopo le proteste contro la realizzazione di un Centro di identificazione ed espulsione nell’isola) e del Lampedusa Filmfestival

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