“Sbatti il mostro in prima pagina”, anche quando non esiste

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Dinamo Press
18 05 2015

Pochi giorni fa un bambino senegalese litiga con una sua compagna di classe. Parte la crociata dei media italiani: "Spintonata perché portava il crocifisso". La retorica del mostro non risparmia neanche i bambini, soprattutto se stranieri.

“Va garantito l'anonimato del minore coinvolto in fatti di cronaca, anche non aventi rilevanza penale, ma lesivi della sua personalità, come autore, vittima o teste; (…) va altresì evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possano con facilità portare alla sua identificazione, quali le generalità dei genitori, l'indirizzo dell'abitazione o della residenza, la scuola, la parrocchia o il sodalizio frequentati, e qualsiasi altra indicazione o elemento: foto e filmati televisivi non schermati, messaggi e immagini on-line che possano contribuire alla sua individuazione”, Carta di Treviso, norme 2 e 3.

Da un paio di giorni le home page dei principali quotidiani nazionali – Repubblica e Corriere della Sera in primis – mettono in primo piano una notizia: “Bimba aggredita fuori scuola perché portava crocifisso al collo”. Secondo quanto riportato dai solerti giornalisti, la ragazzina sarebbe stata spinta da un compagno di classe, senegalese, per la sua appartenenza religiosa: da qui è partito un fitto lancio d’anatemi contro il bambino e la sua famiglia a cui, ovviamente, ha partecipato anche Matteo Salvini che, su Facebook, ha scritto: “A Terni una ragazzina di 12 anni è stata aggredita da un coetaneo all'uscita della scuola, 20 giorni di prognosi per la bimba.

L'aggressore è un ragazzino africano (non imputabile perché troppo giovane) che da giorni insultava e minacciava la coetanea, perché portava al collo una collanina con il CROCIFISSO. Il ragazzino, e i suoi parenti, vengano rispediti AL LORO PAESE!!! Che bella integrazione”.

La psicosi de “l’immigrato che viene in Italia a delinquere”, dei “miliziani dell’Isis che arrivano con i barconi” e, ultimo ma non meno importante, dello “straniero che ci ruba casa e lavoro”, è ormai totalmente fuori controllo. Nonostante nessuna statistica e ricerca fino a oggi abbia mai mostrato l’equazione “migrante-criminale”, nonostante si faccia notare che chi arriva con i barconi è chi scappa dall’Isis, nonostante gli stranieri siano i più discriminati e sfruttati sul posto di lavoro e, se arrivano prima in graduatoria per avere la casa (cosa che in realtà accade abbastanza di rado), è solo perché stanno messi molto peggio di altri cittadini, c’è chi ancora parla per falsi luoghi comuni e ritornelli intrisi d’odio. Ma odio verso di chi?

Non verso i palazzinari e i costruttori, che della speculazione edilizia hanno fatto un’arte, non verso i datori di lavoro che vogliono assumere solo persone da sfruttare per i propri profitti – meglio poi se clandestine, così sono anche più ricattabili -, non verso i vari Buzzi e Carminati che, grazie al business dei centri d’accoglienza hanno fatto più soldi sulla pelle dei migranti che con il traffico di droga. No. L’odio è piuttosto indirizzato verso le principali vittime di questo stesso sistema di ricatto e sfruttamento.

È vero che non sempre si possono costringere le persone a ragionare, ma è anche vero che c’è chi ce la sta mettendo davvero tutta per alimentare il clima d’odio nei confronti di chi è più povero, diverso o emarginato. Una fetta consistente di questa responsabilità ce l’ha la classe politica che, da anni ormai, ha capito che le campagne elettorali che funzionano sono quelle che toccano le corde più basse dall’animo umano: e quale miglior soggetto dello spauracchio dei giorni nostri, del migrante, l’uomo nero per eccellenza? Un tempo erano gli “zingari”, poi il pericolo sono diventati gli albanesi e i rumeni, adesso è la volta di africani, arabi e – ormai un’evergreen – dei rom. Da Grillo a Salvini il linguaggio politico odierno è intriso d’odio verso queste persone, capro espiatorio di qualunque male attraversi il paese. Quindi si inscenano giornalmente siparietti che vanno dalla Santanché, che chiede quale sia la nazionalità dei piloti dell’Airbus della German Wings a Salvini, che si sente in dovere d’intervenire in una banale lite tra ragazzini delle medie.

L’episodio dei giorni scorsi, quello del bambino sbattuto in prima pagina perché si era picchiato con una compagna di classe, è stato uno dei momenti più bassi del giornalismo italiano. “Picchiata perché portava il crocifisso” è stato il titolo di apertura di questi articoli: nessuno si è preoccupato di verificare una fonte più attendibile della bambina e della mamma, nessuno si è preoccupato di sentire anche la versione del bambino ma, cosa ancora più scandalosa, nessuno ha pensato al fatto che una “notizia” del genere non avrebbe proprio dovuto essere data. Una banale lite tra ragazzini fuori da scuola è diventato un caso nazionale grazie al quale adesso, con molta probabilità, la famiglia e il ragazzino si troveranno a vivere una situazione non poco di disagio nella piccola cittadina in si sono inseriti. Lo sciacallaggio mediatico è arrivato a un punto talmente vergognoso da pubblicare le foto del bambino - definito aggressore – mentre gioca a biliardino in parrocchia.

“Sbatti il mostro in prima pagina anche quando non esiste” è il nuovo imperativo della politica e dei media: poi, se l’informazione si rivela errata, non ha nessuna importanza se si sia intanto rovinata la vita di un’altra persona, anche se questa fosse solo un bambino.

È doveroso far notare a queste persone che gli spintoni tra bambini non sono cose che capitano solo ai giorni nostri, da imputare alla presenza di bambini stranieri all’interno delle classi: queste cose succedono dall’alba dei tempi e, se ogni prima pagina avrebbe dovuto parlare delle risse accadute fuori dalle scuole medie, i quotidiani avrebbero dovuto avere il triplo delle pagine e parlare solo di quello.

Oggi interessava rovinare la vita di quel bambino perché funzionale sia al clima politico sia alle direttive editoriali di qualche giornale. La banalità di quei due spintoni – dati, si è poi scoperto, perché erano giorni che il bambino era preso in giro perché di colore e non per il crocifisso – non è nemmeno paragonabile alla banalità del male che ha permeato questa vicenda. Perché non è possibile che chi ha gettato benzina su una vicenda del genere, non fosse consapevole delle torture psicologiche cui avrebbero sottoposto un bambino di dodici anni.

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