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venerdì 17 novembre 2017



«Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita».
Il dottor Živago, Boris Pasternak


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L'educazione interrotta. A chi giovano i tagli ai servizi dell'infanzia?

Protesta asili nidi RomaSara Di Pietro, Zeroviolenza
28 maggio 2015

Allo stato di degrado dei servizi educativi nella nostra città colpiti come molti altri da tagli e disinvestimenti, ha reagito il gruppo Ge.Ro.Ni.Ma (Genitori di Roma Nidi e Materne), con un confronto molto partecipato lo scorso 16 maggio alla Città dell'Altra Economia tra genitori, educatrici, funzionari, rappresentanti dei sindacati di base e non, che hanno analizzato insieme l'attuale situazione dei servizi educativi di Roma Capitale.

Facciamo un esempio molto semplice che riguarda il nido comunale. Al dicembre 2014 i bambini con età inferiore ad un anno a Roma erano 23.007 (dati: Anagrafe di Roma). Se teniamo conto del fatto che si possono iscrivere per la prima volta nei nidi le bambine e i bambini nate/i dal 1° gennaio 2013 e quelle/i la cui nascita avverrà entro il 31 maggio 2015, possiamo considerare che tutti i 23.007 bambine e bambini siano potenziali iscritti al servizio asilo. Confrontiamo questa cifra con i posti disponibili nei nidi su Roma per il 2015/2016 per l'iscrizione nelle sezioni “piccoli” e “medi”: a fronte di 23.000 potenziali iscritti, nel bando 2015/2016, ci sono 4.713 posti disponibili. Ciò vuol dire che circa 19mila bambini non potranno accedere agli asili nido comunali. A loro restano, quindi, le soluzioni “alternative”. Nella migliore delle ipotesi il nido aziendale (sono solo 22 su tutta Roma), altrimenti servizi educativi convenzionati e i privati, con un costo che oscilla tra i 250 e i 700 euro mensili. Finiti i servizi educativi, restano babysitter, tagesmutter, nonni e welfare familiare.

Per chi, come noi, ha scelto di iscrivere i propri figli e le proprie figlie al nido e alla scuola dell'infanzia comunale, questi costituiscono un elemento importante di socializzazione del bambino e della bambina. Permettono di uscire dalla famiglia, aprono un mondo in cui coetanei e adulti estranei forniscono l'opportunità di capire che esistono relazioni diverse, regole diverse, forse perfino migliori di quelle che esistono in famiglia.

Affidare il proprio figlio ad una struttura come il nido o la scuola dell'infanzia non è solo un gesto dettato dalla necessità economica - elemento comunque non trascurabile - è anche una scelta educativa molto importante. Questo aspetto è stato troppe volte dimenticato dalle amministrazioni comunali passate e presenti.

Nell'agosto del 2014, sull'onda dei tanti “scandali” che di volta in volta ricevono l'attenzione dell'opinione pubblica, salvo poi cadere nel dimenticatoio, noi cittadini romani abbiamo scoperto di avere un problema: le indicazioni del Ministero delle Finanze sul vincolo di bilancio imponevano una revisione drastica delle spese del Comune di Roma, ormai Roma Capitale.

Dai dipendenti delle biblioteche ai vigili urbani, dalle educatrici alle impiegate delle società partecipate, i lavoratori e le lavoratrici comunali si sono ritrovati sotto accusa perché rei di aver ingiustamente percepito una parte della propria retribuzione, il “salario accessorio”, senza che questa fosse determinata seguendo criteri oggettivi, connessi alla “produttività”.

Di corsa, il Comune si è affrettato a realizzare una modifica generale e unilaterale del contratto per tutte le categorie, un atto che permettesse di far quadrare i conti. Ironia a parte, centinaia di dipendenti comunali e delle partecipate sono stati inseriti in un unico calderone, nel tentativo di ridefinire l'organizzazione del lavoro, riequilibrando i criteri con cui si assegnava la parte accessoria dello stipendio.

La risposta dei dipendenti è stata immediata, con scioperi bianchi, presidi e manifestazioni. Così è stato anche per i servizi educativi e scolastici in capo al Comune di Roma e ai Municipi.
Maestre, educatrici e genitori si sono trovati, ad anno già iniziato, di fronte ad un riassetto organizzativo del servizio che creava confusione e non garantiva più il rapporto frontale 1/6 tra educatrici e bambini nei nidi, nè quello 1/25 nelle scuole dell'infanzia.

Il contratto unilaterale ha inoltre reso più rigidi i turni ed eliminato la sostituzione della prima assenza di una educatrice, riducendo automaticamente il numero delle educatrici presenti all'interno dei servizi. Questo ha peggiorato il clima presente nell'ambiente con un'immediata ricaduta sul benessere di lavoratrici e bambini.

L'atto unilaterale, poi, individua figure specifiche all'interno del nido, che, in virtù della maggiore esperienza, si sono ritrovate a svolgere anche attività amministrative. Ciò si aggiunge ad un processo di gerarchizzazione del lavoro nei servizi educativi, dove alcune coordinatrici didattiche sono diventate POSES, figure che riuniscono in sé sia funzioni di coordinamento pedagogico che funzioni organizzativo-amministrative. A tutto scapito del lavoro collegiale delle educatrici e delle maestre, elemento indispensabile per garantire un progetto educativo serio, ottenuto con la condivisione delle esperienze e delle innovazioni, ma fatto anche di ragionamento e confronto con i genitori sulle necessità e sulle sfide educative che i cambiamenti sociali impongono, anche ai bambini così piccoli. La battaglia all'interno del corpo docente è proseguita fino a febbraio 2015, quando si è giunti ad una sospensione dell'atto unilaterale, in attesa di una nuova delibera di Giunta.

In questo contesto noi genitori ci siamo trovati giocoforza a dover prendere una posizione.

In primo luogo perché i bambini hanno subito disagi causati dall'applicazione del nuovo assetto organizzativo e in secondo luogo perché abbiamo constatato che le educatrici e le maestre coinvolte apparivano stanche, sfiduciate e sotto stress. Vedere i bambini spostati da una sezione all'altra per poter assicurare che ci fosse il numero di educatrici o maestre necessarie a garantirne la sicurezza non ha rassicurato noi utenti sulla bontà e la giustezza delle misure intraprese.

Al contrario, ci siamo ritrovati a ragionare su come migliorare il servizio, anche al di là della battaglia necessaria e urgente per l'annullamento dell'atto unilaterale.

Abbiamo firmato petizioni, diffide e scritto appelli. Abbiamo organizzato flash mob e sollecitato l'Amministrazione comunale ad ascoltare anche la voce degli utenti. Una delle reti di genitori, che ha da poco assunto il nome di “Gruppo 0-6”, ha anche avviato, con l'aiuto di avvocati, un ricorso al TAR che sottolineava come l'applicazione del contratto unilaterale mettesse a rischio la sicurezza dei bambini. Ricorso che è stato accolto dal Tar, pronunciatosi il 22 maggio scorso in favore dei ricorrenti, anche se indicando la sospensiva delle sole disposizioni dell'atto unilaterle che non garantiscono il rapporto educatrice/bambino previsto dalla normativa

Nel frattempo, ed è storia dell'ultima settimana, CGIL-CISL, UIL, CSA hanno sottoscritto con il Comune una preintesa basata su alcuni elementi organizzativi tra i quali la sostituzione di tutte le assenze, l'applicazione di un rapporto educatrici/bambini di 1/7 secondo la legge regionale in vigore, la settimana lavorativa di 30 ore per le insegnanti della scuola materna; nessun accordo invece sulla parte economica della trattativa, che dovrà essere oggetto di decisione collegiale per tutte le categorie lavorative coinvolte.

Nella giornata di ieri 25 maggio, la preintesa è stata accolta dalla Giunta capitolina, che, con delibera, ha ridefinito ancora una volta il modello organizzativo, anche se in piena linea con le scelte fatte con l'accordo unilaterale. Di fatto, il rapporto educatrici/bambini è innalzato a 1/7 e non è escluso che possa essere revisionato in sede regionale, dove è in discussione un nuovo testo di legge per i servizi educativi.

Non è chiaro, inoltre, in che modo saranno stanziate le risorse necessarie a garantire il servizio, dal momento che nel bilancio previsionale del 2015, Roma Capitale ha previsto un taglio di 2,4 milioni di euro alla voce “personale” dei servizi educativi.
Insomma, sembra davvero che tutto sia cambiato perché niente cambi veramente...

Restano infine i dubbi sulle reali intenzioni celate in un disegno più complessivo, che dalla “buona scuola” del governo passa per la legge regionale di riorganizzazione dei servizi educativi e scende fino ai servizi di prossimità.
A chi giova, in ultima istanza, depotenziare un servizio, in termini di qualità e quantità?

L'incontro del 16 maggio ha messo in luce la necessità di lavorare insieme, genitori, educatrici e parti sociali, nella costruzione di un modello organizzativo che tenga conto delle necessità di tutte le realtà che gravitano attorno al servizio educativo 0/6, per poter tenere insieme i diritti dei bambini, dei genitori e delle lavoratrici, come suggeriva un illuminato Loris Malaguzzi. Occorrerà, da oggi in poi, lavorare in questa direzione.