"Vivere l’arcobaleno"

Maria Gigliola Toniollo
da "La famiglia omogenitoriale in Europa" (Ediesse)

(…) Sino a pochi anni fa, dire "genitorialità omosessuale" era un parlare astratto, il termine "omogenitorialità", infatti, fu un neologismo del '97 creato dall’Associazione dei Genitori e Futuri Genitori Gay e Lesbiche francese, che coniarono il termine "homoparentalité". L'omogenitorialità è quindi una dimensione relativamente nuova nel nostro contesto sociale e, come tale, solleva critiche, dubbi, paure, pregiudizi, domande:
è che basterebbe guardarsi attorno e sapere le cose, dato che già nel 2005 uno studio importante, Modi-di, ricerca
sulla salute di gay, lesbiche e bisessuali realizzata in Italia da Arcigay, con il sostegno dell’Istituto Superiore di Sanità, aveva contato nell’Italia di allora almeno centomila figli e figlie con un genitore omosessuale.

Solo il retore della così detta famiglia tradizionale continua così a declamarne ai posteri e ai contemporanei la grandezza e la dominante singolarità, a insignirla del diritto a ogni priorità, attenzione, aiuto e rispetto da parte delle Istituzioni, almeno di principio, mentre la vera famiglia, anche se continua impropriamente a costituire il nucleo dell’organizzazione sociale, magari sulle spalle della fatica femminile, è diventata oggi nell’Occidente democratico sempre più multiforme, in uno scenario di realtà ricomposte, genitorialità condivise, mamme single che fanno crescere i figli con l’aiuto di amiche, di sorelle, di altre mamme o di nonni e di nonne.

Nelle «rainbow family» figli e figlie nascono come tanti: da genitori sposati e non sposati, grazie a tecniche di fecondazione assistita, con dono di gameti esterni e, come tanti, crescono con una o più figure genitoriali dello stesso sesso, come accade da sempre per madri single che educano i propri figli senza un partner maschile o per genitori divorziati o vedovi che chiedono aiuto a mamme, zie e sorelle o padri senza l’ausilio di una madre, come i divorziati che hanno figli in affidamento o in affidamento congiunto.

Anche la ratio del legame giuridico nella filiazione sta cambiando: da vincolo di sangue, biologico e genetico si fa avanti sempre più la genitorialità elettiva e sociale. Per l’Italia, già la riforma del diritto di famiglia del 1975 aveva rappresentato, con le istanze di parificazione dei coniugi e dei figli naturali, nella sua attuazione della Costituzione, un punto di svolta, il mutamento di prospettiva della famiglia patriarcale ribadita dal codice del 1942.

Con le nuove possibilità offerte dalla scienza, scegliendo di percorrere la propria scelta di genitorialità, le coppie di persone dello stesso sesso hanno cambiato il principio della «sterilità sociale», nei Paesi più civilmente avanzati possono ricorrere all’adozione legittimante, alla fecondazione assistita con doni di gameti esterni, sino alla gestazione per altri, soprattutto oggi in Canada o negli USA, dove è prevista la garanzia che le donne coinvolte siano perfettamente consapevoli, autodeterminate e tutelate nella scelta del particolarissimo
servizio sociale che assolvono.

Il problema che si pone quindi è che, mentre la famiglia si sviluppa in una geometria rigorosa, ma eclettica e vive in un mondo che cambia di giorno in giorno, la legge di alcuni Paesi, tra i quali il nostro, resta abbarbicata su posizioni arcaiche, così che per il legislatore esiste soltanto un tipo di famiglia, concreta ambizione di «ordine» di parti politiche autoritarie e illiberali, quelle che in genere non disdegnano di sottoscrivere apertamente omofobia e transfobia, anche se il mondo civile non si ferma e non cede alla stigmatizzazione.
(…)
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