Le ombre migranti del Sahel

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24 06 2015

Non tutti hanno la fortuna di portare la pazza corsa verso la speranza di una vita migliore fino ai comodi scogli di Ventimiglia. Non tutti riescono a raggiungere gli spensierati locali di un edificio italiano sotto le cui finestre la gente passa e urla che gli fai paura e te ne devi andare. Molti non ce la fanno. Non riescono nemmeno ad arrivarci a quel mare profondo e blu che ne ha inghiottiti tanti da non poterli più digerire. Non ce l’ha fatta Keita, derubato e torturato dalla polizia libica, che si dispera umiliato perché è tornato in Senegal vinto e senza nemmeno un regalo (a parte la sua vita) per i bambini. E non ce l’ha fatta Lucky, che sognava di vivere facendo le trecce ma ha contratto l’Aids e coprirà i capelli per sempre nel reparto di accoglienza delle suore di Santa Teresa. Sono le ombre che camminano nei deserti del Sahel. Dal suo ineguagliabile osservatorio a Niamey, Mauro Armanino riesce a vederne il profilo e le disegna per noidi Mauro Armanino

Seduto nell’ufficio Keita mostra le mani, la pianta dei piedi e le ginocchia. Proprio lì lo picchiavano coi bastoni i poliziotti di Ghadames, in Libia. Bastoni qualunque che come dappertutto fanno male se accompagnati da insulti. Sono entrati di notte nella casa dove Keita si trovava con altri amici senza documenti. Sapevano che era stati pagati il giorno prima. Erano i soldi del viaggio a Tripoli e oltre per il Mare Nostro. Mesi di lavoro andati in polvere in pochi minuti. Dopo una mezza giornata in prigione li hanno abbandonati nel deserto alla frontiera dell’Algeria. Keita sa che in Italia ci sono tanti senegalesi come lui che si trovano bene. A Genova, in Via Pré, c’è il negozio Touba, santuario meta di pellegrinaggi per i Muridi. In poco spazio si vendono trecce finte, profumi, generi di inutile necessità e soprattutto informazioni. Si organizzano viaggi commerciali fino a Dubai e ritorno. Paese che vai senegalese che incontri. Keita è stanco del viaggio. Il deserto non è mai alle spalle.

Keita era partito dal Senegal con 450 mila franchi circa, che fanno 680 euro. La somma era stata inghiottita dal viaggio e dalla libera circolazione di beni, persone e ladri. Dall’Algeria era passato in Libia col proposito di guadagnare abbastanza per pagarsi il viaggio di mare. Torna ferito alle mani, ai piedi e alle ginocchia. Ora che è cominciato il Ramadan non riesce a fare la preghiera come si deve al Dio come avrebbe voluto. Lo aspetta la moglie che era d’accordo col viaggio, questo almeno afferma sottovoce. La prima delle figlie si chiama Fanta e ha 12 anni. Il secondo si chiama Moussa e il terzo, di poco più di due anni, si chiama Khedim che vuol dire servitore. A Keita dispiace con vergogna di non portare neppure un regalo ai suoi figli se non la sua vita. Sulla strada di ritorno gli hanno portato via quanto rimaneva per il viaggio e solo un viandante come lui lo ha salvato. Ha il rammarico di non poterlo rimborsare. Rialza i pantaloni e mostra i ginocchi ancora segnati.

Di fortunato lei ha solo il nome. L’hanno chiamata Lucky, in quei giorni in Liberia. Tutto sembrava funzionare bene. I comandanti e i comandati del battello in buona maggioranza schiavi o loro discendenti. Poi la guerra spazza le gerarchie. A 14 anni per salvarsi deve scappare nella vicina Guinea. Rimane anni e impara a fare trecce. Diventa un’esperta parrucchiera e decide il viaggio in Kenia. Suo padre era stato ucciso nel memorabile 6 di aprile nella Monrovia che tutti ancora ricordano. Sparavano a tutto e i gruppi armati passavano da un quartirere all’altro per eliminarsi a vicenda. Lucky non ha mai cominciato la pace, da allora. Dal Kenia, con James, amico incontrato all’aeroporto, passano nel Sudan. Aveva raccolto informazioni sbagliate. Sono messi fuori del paese. Senza documenti, soldi e futuro. Le guerre si portano dentro per sempre come un bagaglio impossibile da spedire. Lucky ha lasciato due figli a casa. Il terzo è morto in seguito alla guerra.

E’ partita stamane al Centro di Depistaggio Anonimo e Volontario. Sono gli ammalati di AIDS che passano veloci negli uffici del servizio. Lucky è tornata con la risposta positiva dall’esame del sangue. Ha 35 anni e da qualche settimana non riesce a mangiare. E’ passata ieri e voleva tornare al paese di fretta. Sapeva il perché e allora ha accettato il depistaggio. La data di oggi col numero anonimo 1197. Il risultato arriva come una conferma di sorpresa che anche lei sapeva. Le suore di Madre Teresa hanno un reparto di accoglienza per questi malati e Lucky ha accettato di abbandonarsi nelle loro mani. A Monrovia abitava nella centralissima Ashmun Street. La casa dove ancora vive suo padre è poco lontana dalla Cattedrale del Sacro Cuore di Gesù. Forse per questo insisteva per tornare lì, come un’ombra migrante.

Niamey, giugno 015

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* Mauro Armanino è nato a Chiavari nel 1952. Già operaio e sindacalista della Flm a Casarza Ligure. Volontario in Costa d’Avorio, sostitutivo del servizio militare. Poi ordinato prete missionario presso la Società delle Missioni Africane di Genova. “Sono stato cappellano dei giovani in Costa d’Avorio fino al 1990. Dopo alcuni anni a Cordoba in Argentina sono partito in Liberia per sette anni. Ho conosciuto la guerra e i campi di rifugiati. Al ritorno da questa esperienza sono rimasto in centro storico a Genova coi migranti e ho operato come volontario nel carcere di Marassi per gli stranieri di origine africana. Da oltre due anni mi trovo in Niger per un servizio ai migranti e nella formazione. Sono stati pubblicati alcuni miei libri dalla Emi, l’editrice missionaria (Isabelle, 5 nomi per dire Liberia, La storia si fa coi piedi). Con l’editrice Gammarò di Sestri Levante è uscito il libro-tesi: La storia perduta e ritrovata dei migranti, per Hermatena (Bologna) ho pubblicato La nave di sabbia. Migranti, pirati e cercatori nel Sahel”.

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