Se lavorare a scuola deve avere un senso

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14 07 2015

di Raimondo Giunta*

La scuola si pasce di speranza e di futuro; la scuola si nutre di libertà, di intelligenza, di passione e di collaborazione. Su questi parametri vanno misurate tutte le innovazioni a scuola; vanno misurate sul parametro delle opportunità che vengono date alle nuove generazioni per essere cittadini e lavoratori.

Per essere più chiari e precisi: le innovazioni riescono a cambiare le procedure abituali di riproduzione delle élites, dei quadri operativi del mondo economico, della ricerca, dei servizi secondo criteri di pari opportunnità? Esiste una correlazione tra innovazioni e possibilità di inserimento nel mondo del lavoro? La scuola sarà in grado di dire qualcosa di diverso e di meglio rispetto alla situazione attuale o continuerà ad essere l’anello debole del rapporto col mondo del lavoro, degli assetti economico-sociali?

Nella scuola è impresa ardua fare sintesi dei vari aspetti del sapere e della cultura umana e trasformarli in un progetto di vita per le nuove generazioni, che vi trascorrono il tempo della loro crescita, il tempo del loro passaggio dall’infanzia all’età adulta. Sarà impresa ancora più complicata dopo la manomissione alla quale è stata sottoposta, che l’ha resa più povera di slanci e di umanità.

I giovani dovrebbero apprendere a scuola quel che è sufficiente per assumere il ruolo di adulto: la capacità di svolgere un lavoro, la capacità di assumere delle responsabilità pubbliche e sociali, la capacità di esprimersi e farsi valere, la capacità di convivere, la capacità di scegliere e di accettarne le conseguenze, la capacità di finalizzare e progettare la propria vita. Troppe cose importanti e tutte necessarie per un’istituzione molto rinchiusa in se stessa, incattività dagli sfregi che ha subito, senza prestigio, senza identità educativa.

L’intruglio che con inaudita e insipiente frettolosità si è voluto approvare, spacciandolo per “buona scuola” non punta sulle competenze, nè sulla formazione della personalità, nè sui valori. Un pastone indigesto che affida agli arbitri di un capo e alla guerra di tutti contro tutti il compito di essere efficiente ed efficace in un campo dove contano solo responsabilità, cultura, intelligenza, libertà, autonomia, fiducia, dialogo, collaborazione.

In un momento particolarmente delicato della società ci si trova davanti all’intenzione dichiarata di cancellare ciò che ha consentito al sistema di istruzione di fare la propria parte. Intendo dire di quell’insieme di regole, di rapporti, di atteggiamenti, di procedure, che costituiscono la cultura di ogni singolo istituto e che costituisce lo sfondo morale della vita scolastica.

Ogni scuola ha la sua propria atmosfera che la rendono unica e che esercita un forte influenza su quelli che vi lavorano; sono destinate al fallimento le innovazioni che ignorano l’istituto come luogo di vita e di cultura. La legge delega approvata impedirà la valorizzazione e lo sviluppo delle energie professionali e intellettuali degli insegnanti, per gli evidenti tratti di autoritarismo che la distinguono.

Pensare l’istituto come luogo di cambiamento significa prendere in carico la sua complessità sociologica, psicologica, antropologica; non significa procedere per le vie spicce dei premi agli “adempienti” e delle punizioni per i “ricalcitranti”.

Con le nuove disposizioni sarà impossibile sviluppare un qualsiasi sentimento di appartenenza al proprio istituto, condizione cruciale per dare impulso positivo all’attività didattica e darle il senso unitario che si pretende in ogni piano dell’offerta formativa. Senza la libera continuità della permanenza nel proprio istituto, l’attività scolastica sarà un’inutile e ingiustificata fatica di Sisifo. Non si farà tesoro delle esperienze compiute, nè insegnamento dagli errori commessi.

L’istituto non è una semplice unità amministrativa, ma luogo di formazione e di educazione che deve avere un progetto e questo potrà essere portato avanti se il corpo docente agisce come collettivo di persone morali, libere, responsabili, capaci di impegnarsi nel difficile compito di preparare le nuove generazioni al lavoro e alla cittadinanza.

Se lavorare a scuola deve avere un senso bisogna rifiutare le scelte fatte con la legge delega; bisogna aprire subito la lotta per ritornare alla scuola del dialogo e della libertà.

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* ex dirigente scolastico

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