Messico: proteste contro gli omicidi del fotoreporter e di quattro donne

Etichettato sotto

Il Manifesto
04 08 2015

Che il Mes­sico sia un paese ad altis­simo rischio per chi denun­cia o com­batte il narco-stato che lo governa, è docu­men­tato dal numero dei morti e degli scom­parsi: secondo cifre uffi­ciali, circa 25.700 per­sone risul­tano desa­pa­re­ci­das negli ultimi anni, in mag­gio­ranza durante l’amministrazione del pre­si­dente neo­li­be­ri­sta Enri­que Peña Nieto, ini­ziata nel 2012.

Il bru­tale assas­si­nio del foto­re­por­ter Rubén Espi­nosa Becer­ril e di quat­tro donne che si tro­va­vano con lui a Città del Mes­sico sta però scuo­tendo il paese. I cin­que sono stati tor­tu­rati e infine uccisi con un colpo alla testa. I corpi delle donne – atti­vi­ste e una dome­stica diciot­tenne – pre­sen­ta­vano anche segni di vio­lenza sessuale.

Al grido di “Adesso basta impu­nità” si stanno svol­gendo mani­fe­sta­zioni in tutto il paese. Atti­vi­sti e gior­na­li­sti sfi­lano con l’immagine del col­lega ucciso sovrap­po­nen­dola al pro­prio viso. Dal 2000 a oggi sono stati assas­si­nati 88 gior­na­li­sti. Con l’uccisione di Espi­nosa sale a 13 il numero di gior­na­li­sti eli­mi­nati nello stato di Vera­cruz – uno dei più peri­co­losi del paese -, gover­nato da Javier Duarte.

E tre risul­tano scom­parsi. Il 2 luglio è stato sco­perto il corpo di Juan Men­doza Del­gado, diret­tore e fon­da­tore del sito web di noti­zie da Vera­cruz, Escri­biendo la Ver­dad. A Xalapa, nello stato di Vera­cruz, il foto­re­por­ter aveva lavo­rato per 8 anni, soprat­tutto per la rivi­sta Pro­ceso, in prima fila nel soste­gno alle pro­te­ste sociali e sede di inchie­ste sco­mode per il potere.

Lo stato di Vera­cruz sin­te­tizza la crisi che atta­na­glia il paese, resa dram­ma­ti­ca­mente visi­bile dal pro­blema dell’insicurezza. A Vera­cruz imper­versa la lotta dei car­telli per il con­trollo delle vie del nar­co­traf­fico e quella per il con­trollo del traf­fico dei migranti. Le aggres­sioni ai gior­na­li­sti sono quo­ti­diane. Anche il gior­nale El Heraldo de Cór­doba è stato attac­cato con bombe incendiarie.

Per la sua atti­vità, Espi­nosa aveva rice­vuto ripe­tute minacce e si era rifu­giato nella capi­tale, Città del Mes­sico. Sabato, poi­ché risul­tava irre­pe­ri­bile, il gruppo di difesa della libertà di espres­sione Arti­colo 19 aveva chie­sto alle auto­rità mes­si­cane di atti­vare il pro­to­collo per loca­liz­zarlo. E così si è sco­perto il corpo e quello delle altre quat­tro vit­time nel Nar­varte, un quar­tiere di classe media della capitale.

Espi­nosa aveva ini­ziato a lavo­rare come foto­grafo di Javier Duarte quando que­sti era can­di­dato a gover­na­tore del Vera­cruz. In seguito aveva però smesso di lavo­rare per le isti­tu­zioni pub­bli­che, ren­dendo sem­pre più visi­bile il suo impe­gno nella denun­cia della vio­lenza di stato con­tro i gior­na­li­sti. Scelse di docu­men­tare l’attività dei movi­menti sociali. Nel novem­bre del 2012, men­tre seguiva le pro­te­ste degli stu­denti con­tro il gover­na­tore Duarte per l’omicidio di un’altra cor­ri­spon­dente della rivi­sta Pro­ceso nel Vera­cruz, Regina Mar­ti­nez, gli venne impe­dito di scat­tare le foto del pestag­gio a uno stu­dente da parte della polizia.

Una per­sona gli si avvi­cinò e gli disse “Smetti di scat­tare foto sennò fini­sci come Regina”. Ruben però non smise di par­te­ci­pare alle mani­fe­sta­zioni e di docu­men­tarle. Il 14 set­tem­bre del 2013, men­tre foto­gra­fava il vio­lento sgom­bero a un pre­si­dio di mae­stri e stu­denti uni­ver­si­tari, a Xalapa, venne bru­tal­mente aggre­dito insieme ad altri gior­na­li­sti, e gli fu seque­strato il materiale.

Pre­sentò nume­rose denunce, ma intanto era diven­tato sem­pre più sco­modo per il gover­na­tore Duarte, che arrivò a com­prare tutte le copie della rivi­sta Pro­ceso per una coper­tina di Espi­nosa, a lui sgradita.

Nel giu­gno scorso, alla vigi­lia delle ele­zioni, docu­mentò l’aggressione subita da otto stu­denti che furono aggre­diti da un gruppo di incap­puc­ciati, pro­ba­bil­mente legati alla Sicu­rezza pub­blica. Da allora comin­ciò ad accor­gersi di essere seguito e il 9 giu­gno, dopo aver nuo­va­mente denun­ciato la per­se­cu­zione di cui era vit­tima, fuggì nella capi­tale. Inutilmente.

Intanto, in una delle 60 fosse comuni clan­de­stine, rin­ve­nute nel comune di Iguala, sono stati sco­perti i cada­veri di 20 donne e 109 uomini. A Iguala, il 26 set­tem­bre dell’anno scorso, sono scom­parsi i 43 stu­denti nor­ma­li­stas, a seguito di una feroce aggres­sione con­giunta di poli­zia locale e nar­co­traf­fi­canti. La loro ricerca, che con­ti­nua gra­zie alla costante mobi­li­ta­zione di fami­gliari e orga­niz­za­zioni popo­lari, ha ripor­tato all’attenzione del mondo l’entità del feno­meno delle scom­parse, la respon­sa­bi­lità e le ina­dem­pienze del sistema poli­tico che stri­tola il paese. Secondo le auto­rità del Guer­rero (lo stato dove si trova Iguala), i cada­veri rin­ve­nuti non sono quelli degli stu­denti della Nor­mal Rural di Ayo­tzi­napa. Atti­vi­sti e fami­gliari dei nor­ma­li­stas con­ti­nuano però a denun­ciare pres­sioni e inti­mi­da­zioni da parte delle auto­rità, e chie­dono che si cer­chi nelle caserme mili­tari, ove – secondo testi­mo­nianze — esi­stono pri­gioni clan­de­stine e luo­ghi di tortura.

Secondo Felipe de la Cruz, por­ta­voce del comi­tato dei fami­gliari dei 43, le auto­rità mes­si­cane hanno offerto un risar­ci­mento di oltre un milione di pesos (62 milioni di dol­lari) affin­ché ces­sino le ricerche.

La pro­po­sta è però stata rispe­dita al mit­tente: “La vita dei nostri figli non ha prezzo”, hanno rispo­sto i fami­gliari. E le mani­fe­sta­zioni con­ti­nuano. Con­tro le pri­va­tiz­za­zioni di Nieto, che sta sven­dendo il paese alle grandi mul­ti­na­zio­nali si stanno mobi­li­tando tutte le cate­go­rie. In prima fila, stu­denti e pro­fes­sori, vit­time dei piani neo­li­be­ri­sti sulla scuola pub­blica. In mar­cia anche infer­mieri, lavo­ra­tori e pen­sio­nati dell’Instituto Mexi­cano del Seguro Social. Pur som­merso dagli scan­dali che lo chia­mano in causa anche a livello per­so­nale, Pena Nieto – ben soste­nuto dai suoi padrini nor­da­me­ri­cani – resta però aggrap­pato al potere.

Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook