Così si decapitano Ministero e tutela

Duchamp-Mile-of-string-1942Fausto Zevi, Patrimonio sos.it
25 agosto 2015

Il funerale dei Casamonica, mediaticamente più impattante, ha rapidamente estromesso dai titoli dei giornali il dibattito, che dobbiamo far in modo che resti ancora ben aperto, sulle recenti (e non meno inqiuetanti) nomine dei direttori dei grandi Musei italiani.

Ma ha ragione Montanari (che dobbiamo ringraziare, una volta di più, per la battaglia che sta conducendo in difesa dei nostri beni culturali): è stato un errore portare l'attenzione, con accento quasi esclusivo, sulla presenza, tra i nominati, di tanti “stranieri”, ben 7 su 20, sì che quello che in altri casi poteva riguardarsi come l'eccezione, giustificata dal non trovarsi nel nostro paese le competenze adeguate per incarichi determinati, sembra trasformarsi in una regola.

Una regola (ha detto bene Sgarbi) volta a mortificare e penalizzare sistematicamente i tecnici dei nostri Musei nel raggiungere quelle funzioni direttive che rappresentano non solo il legittimo coronamento di una carriera, ma la possibilità di realizzare progetti di ricerca ed esperienze museali spesso perseguite nell' attività scientifica di un'intera esistenza.

Che si tratti di una scelta a priori è indubbio: per il profilo degli eletti, in molti casi palesemente inadeguato e certo non confrontabile con quello di tanti funzionari in servizio nella amministrazione; ma, almeno in un caso a mia conoscenza, confermato da un commissario ad una candidata vanamente in concorso per un posto, destinato, così le è stato detto, a candidati esterni.

I sette posti agli “stranieri”, infatti, hanno fatto passare in secondo piano la circostanza che i tredici posti residui, tutti salvo uno, sono stati assegnati a personaggi esterni alla Amministrazione dei Beni Culturali: posso ben immaginare il disagio dell’ unica salvata tra i tanti, tantissimi sommersi. Le ragioni certo non sono da ricercare in quegli ambiti normalmente concorsuali, come la competenza e l'attività scientifica, le pubblicazioni, l'esperienza direzionale in strutture equipollenti o confrontabili. Mi limito ai casi che meglio posso giudicare, quelli degli archeologi, che a me appaiono singolarmente gravi. Riguardano quattro strutture museali, tutte nel Mezzogiorno, a cominciare dal Museo Nazionale di Napoli che, per le antichità classiche, è il maggiore del nostro paese e, per certi riguardi, del mondo.

In due casi almeno i protagonisti risultano (non solo a me) totalmente sconosciuti. Nel caso del primo la mia ignoranza è giustificata dal fatto che, pago di conoscere quanto ha scritto e detto in merito Mario Torelli realizzando il magnifico Museo di Cortona, ignoravo l’esistenza di una guida di quel museo scritta dal nuovo titolare dell'Archeologico di Napoli, il dott. Giulierini, che non risulta abbia altri titoli di qualche peso, salvo la direzione dello stesso Museo coritano ottenuta, a quanto pare, per nomina diretta. Sarà interessante vedere, nell'accesso agli atti concorsuali, quali meriti abbia individuato la commissione per preferirlo a funzionari dal prestigio internazionalmente riconosciuto, di cui l'archeologia napoletana può legittimamente menare vanto; e cito solo, per il caso in questione, Valeria Sampaolo, Maria Paola Guidobaldi, Francesco Sirano, tutti inclusi, e con punteggi altissimi, nella selezione iniziale dei dieci prevista dalle regole del concorso.

Lo stesso vale per Paestum, anche se il giovane Zuchtriegel, pur affatto sprovvisto di esperienze per quanto riguarda Musei e gestione di zone archeologiche (ha fatto la guida a Berlino, è quanto ha dichiarato al Corriere della Sera), ha scritto qualche buon articolo di argomento etrusco-laziale, preludio ad una carriera universitaria che di buon grado gli auguriamo svilupparsi in futuro. Ma va ancor peggio con le ultime due nomine, quella della sconosciuta signora Degli Innocenti di Pisa, attualmente funzionaria in un centro museale della Bretagna di interesse assolutamente locale, che si apprende essere in possesso di un master in storia e archivistica medievale: dunque una medievista, che ci si domanda a chi e perché sia venuto in mente di preporre al Museo della più importante città greca d’Occidente, quella Atene della nostra penisola che in età classica fu Taranto.

Quanto a Malacrino, il solo fra i quattro che abbia al suo attivo una reputazione consolidata e una rispettabile sequenza di pubblicazioni, è nondimeno un architetto, non un archeologo, e quindi a priori non in possesso dei requisiti necessari per dirigere il Museo che custodisce i bronzi di Riace. Questo infatti è un altro insegnamento che si ricava dall’esito del concorso: che per dirigere un Museo archeologico, diversamente da quanto si è praticato per secoli, da Winckelmann in poi, e anche prima, ormai non serve più la tradizionale preparazione, fatta di studi universitari specifici e di sempre più elevata specializzazione; i colleghi storici dell’arte hanno già denunziato il caso Felicori, del tutto analogo.

Così, le categorie professionali degli storici dell’arte e degli archeologi, tradizionalmente caratterizzate da un’elevata coscienza professionale e quindi potenzialmente ostative e resistenti ad azioni nocive al patrimonio, possono essere sostituite, senza colpo ferire, con dirigenti di altra estrazione e qualifica. Il corollario dovrebbe essere, per coerenza, l’abolizione, nelle Università, delle scuole di specializzazione e dei masters, e forse anche, in definitiva, della laurea magistrale, che non procurano titoli utili per future attività professionali. Naturalmente avverrà proprio l’opposto (a poltrone e poltroncine non si rinunzia), anzi ci si appresta ad un’altra riforma-pasticcio che snaturerà un’istituzione di eccellenza tra le più prestigiose all’estero che l’Italia abbia avuto e abbia, la Scuola Archeologica Italiana di Atene, dipendente (e un tempo ci appariva una fortuna!) dal MiBAC.

Questi i dati; mi astengo dallo scendere sul terreno delle congetture e dal cercare il cui prodest, anche se non sembra difficile assegnare nomi e cognomi ai “patroni”, più o meno occultamente alle spalle delle singole nomine. L’operazione complessivamente è gravissima. Non possiamo accreditare il ministro Franceschini e i suoi consiglieri di una così scarsa intelligenza da non rendersi conto che, ancor oggi, il MiBAC tra i suoi funzionari tecnici comprende livelli di professionalità e di competenza che è raro trovare altrove nella pubblica amministrazione: una risorsa eccezionale, dunque, che qualunque buon dirigente d’azienda curerebbe di conservare e potenziare. Il fatto che, viceversa, si sia voluto deliberatamente umiliarli, facendoli apparire agli occhi dell’opinione pubblica come inetti e impreparati e quindi inadeguati a dirigere le strutture che pure grazie a loro continuano a funzionare, significa falsificare pretesti per riforme sempre più incisive contro la specificità professionale del Ministero. Ma un collega mi ha fatto meglio riflettere su un altro risvolto, e forse su una delle finalità profonde dell’operazione.

E’ di poco tempo addietro la riforma del MiBAC, che ha separato le Soprintendenze dagli Istituti museali che ne dipendevano, creando una dicotomia fra il territorio, da un lato, e, dall’altro, i musei come luoghi di presentazione delle forme di cultura espresse dal e nel territorio stesso, che finirà per distruggere la specificità storica del nostro paese: anche i risvolti pratici di questa separazione sono enormi, tra l’altro per le gigantesche spese che comporterà il raddoppio degli apparati se si vorranno mettere le nuove strutture in grado di funzionare.

Finora, quanto meno in molte delle Soprintendenze archeologiche, la situazione ancora regge perché vige uno spirito di collaborazione, direi anzi di mutuo soccorso, tra funzionari che, pur se ora divisi in strutture diverse, hanno però un’origine e una formazione comuni e intendono reciprocamente la realtà dei problemi che ciascuno deve affrontare. Decapitando, come si è fatto, le strutture dei musei della loro dirigenza attuale, sostituendola interamente con persone attinte dall’esterno nel modo che sappiamo, e che nulla condividono, né formazione né esperienze, con i colleghi delle altre istituzioni, si accelera quella separazione definitiva, senza ritorno, che ridurrà le soprintendenze, d’ora in avanti sottomesse alle prefetture (la demenziale legge Madia) a organismi isteriliti e privati di quella grandiosa funzione culturale acquisita in un processo di formazione e di messa a punto durato più generazioni e che aveva reso l’Italia un modello di riferimento per tutta l’Europa.

Un disegno non nuovo, e nel tempo, fino ai recenti governi Berlusconi, più volte contrastato con successo dalla intellettualità del paese; e che oggi purtroppo sembra trovare nel nostro paese il brodo di cultura che lo manderà a realizzazione.
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