#Venezia72: Il peso della scena e l’importanza dello sguardo

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Il lavoro culturale
07 09 2015

Facendo quattro passi tra le righe della prima settimana della 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.


La questione è più o meno sempre la stessa e di conseguenza non ripetersi, nel raccontarla, risulta impossibile: ogni anno da più di mezzo secolo, una cravatta di terra lunga 11 chilometri stesi verticalmente sulla superficie della laguna di Venezia – verde come una bacinella di acqua e menta troppo poco diluita – si riempie di sale cinematografiche e viene invasa da una popolazione in transito che rincorre le anteprime di film provenienti da ogni angolo della terra. Come una costellazione di installazioni, attraversate da performance collettive estemporanee, le proiezioni che si articolano negli otto cinema che vengono realizzati per l’occasione e che spariscono nel tempo di un istante non appena il festival conclude il suo giro, diventano il perimetro di un mondo che si esaurisce in se stesso senza mai entrare in relazione con il luogo che lo ospita.

C’è qualche cosa di bestiale nel menefreghismo sfrontato o nella totale assenza di curiosità delle persone che attraversano quotidianamente per due settimane una porzione marginale di quei cortissimi undici chilometri di terra tra mare e laguna. Critici, giornalisti, sceneggiatori, scrittori, poeti, registi: intellettuali e artisti che fanno delle loro esistenze un continuo tracciare segni e approfondire significati, a Venezia si accontentano di saltare da una sala all’altra senza farsi alcuna domanda. Non è certo una storia che riguarda solo l’esperienza del Festival del Cinema di Venezia. Si tratta piuttosto di una forma di cecità culturale che ormai abbiamo sviluppato – in alcuni contesti più tangibile per ragioni architettoniche – e che ci rende incapaci di vedere davvero ciò che c’è davanti ai nostri occhi, demandando ogni responsabilità soggettiva a forme di adesione astratta a principi ideali (anche quelli comunque sempre più vacui e rarefatti).


Questo spostamento di piano, questo processo di astrazione che ormai compiamo istintivamente, fa si che finiamo per sentirci assolti nel compimento di atti simbolici come la manifestazione indetta per questo 11 settembre in solidarietà ai migranti, proprio a Venezia, nei luoghi del Festival, e magari non sappiamo nemmeno che al porto, a pochi chilometri di distanza dal punto in cui siamo noi, afgani e curdi minorenni, in fuga o in viaggio dai loro paesi d’origine, muoiono schiacciati dai furgoni in cui si sono nascosti per approdare a una vita migliore.

Così, mentre un gruppo di bellocci in Everest scala una montagna innevata sfidando le intemperie, mentre Jonny Depp firma autografi dal red carpet, prima di entrare nella Sala Grande dove vestirà i panni del gangster in Black Mass, mentre la sera in riva al mare dell’Excelsior si svolge il galà di inaugurazione del Festival, dove il prosciutto sta appeso ai vassoi come una guarnizione e le persone, rigorosamente su invito, si accalcano pasciute ai tavoli imbanditi di cibo perdendo l’eleganza recitata dagli abiti che indossano, c’è una città, che nel Lido trova una sua declinazione prevalentemente estiva, che sta morendo.

Venezia che soffoca: tra la compravendita di immobili inaccessibili ai residenti, disabitati da secoli e ceduti ai migliori offerenti pronti a farne alberghi o centri commerciali, e le centinaia di migliaia di turisti che la riempiono a dismisura rendendola invivibile. Venezia e l’elezione di un nuovo sindaco che segna un punto di profonda regressione culturale, tangibile già dai primi atti amministrativi tutti rivolti alla negazione e alla coazione: dalla rimozione dalle biblioteche scolastiche dell’infanzia dei libri dedicati alle differenze sessuali, di religione, di cultura, di pelle, alla censura di una mostra fotografica del fotografo Gianni Berengo Gardin, dedicata alla documentazione degli effetti disastrosi del transito delle navi da crociera per il bacino della Laguna. E come se non bastasse, come politica di controllo dei flussi turistici, la prospettiva di installare dei tornelli a piazza S. Marco, cuore della città, trasformandola in un padiglione di Disneyland a numero chiuso. La stessa Venezia, emblema farlocco delle grandi opere realizzate dove, pochi giorni fa, un pezzo del Mose, dispositivo realizzato teoricamente per ridurre gli effetti delle acque alte, è esploso creando un irreparabile danno da dieci milioni di euro che ancora non si sa chi pagherà.

Ma per fortuna c’è qualcuno anche alla 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che ci suggerisce un’alternativa possibile alla cecità. Si tratta di Frederick Wiseman che, a quasi novant’anni, senza aver mai sentito il bisogno di esibire il leone d’oro alla carriera conferitogli nell’edizione precedente del medesimo Festival, se ne sta seduto, indossando un silenzioso completo color sabbia, prima ad osservare l’orrendo spettacolo dell’avidità con cui il nostro mondo si abbuffa al banchetto delle proprie miserie sulla spiaggia dell’Excelsior e, solo due giorni dopo, in Sala, raccontandoci con In Jackson Heights, l’infinita quantità di mondi possibili rintracciabili in un francobollo di terra come quello a cui ha dedicato il proprio sguardo per nove settimane di riprese e dieci mesi di montaggio, nel cuore di New York.


Jackson Heights, terra dei latinos, quartiere dove convivono oltre centosessanta lingue e dialetti, frammenti di esistenze, mondi difficilmente immaginabili gli uni incastrati negli altri, che si ricompongono nella cartografia di una contemporaneità contenuta tutta nelle tre ore che si susseguono negli occhi di questo pittore d’immagini. Wiseman ci insegna che possiamo raccontare la simultaneità delle esistenze che abitano il mondo e che il tempo che dobbiamo prenderci per farlo è la forma dell’atto politico che ci troviamo a compiere.

Wiseman ci dice che le cose vanno guardate una alla volta ma anche le une in relazione alle altre perché è proprio in virtù di tale relazione che lo possiamo rispettare e comprendere dando spazio alle differenze che vi sono disseminate per esistere senza pestarsi i piedi. Oggi abbiamo la sensazione che il mondo corra sempre più velocemente. Ma la verità è che siamo noi a correre compulsivamente fermi sullo stesso posto, consumando ogni angolo di quel che vediamo, intenti a spostare troppo velocemente, in modo nevrotico, gli occhi da una cosa all’altra. Dovremmo invece fare respiri più lunghi e appoggiare lo sguardo sul mondo facendoci carico della sua densità e della sua multiformità concedendogli il tempo che gli spetta.

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