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Idomeni, nel nulla - dal confine tra Grecia e Macedonia

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Dinamo Press
14 09 2015

C'è un cartello appeso da poco alla biglietteria della stazione dei bus di Salonicco, dove per dieci euro ti compri la possibilità di provare a oltrepassare un'altra frontiera, un passo avanti in fuga dalla guerra. Pros Eidomeni, per Idomeni, località greca al confine con la Macedonia, nel bel mezzo del nulla [...] : filo spinato, polvere, sporco e tanta, troppa polizia, l'unica incaricata ufficialmente di organizzare gli attraversamenti e gestire la situazione come si trattasse di un qualsiasi problema di ordine pubblico.

Dunque, un'ora scarsa di autobus (a dieci euro) che neppure ti conduce al confine informale tramite cui il governo di Skopje ha deciso di far passare migliaia e migliaia di uomini, donne, bambini (Migranti, rifugiati o expat, cfr. l'interessante riflessione di Andrea Natella).

Oggi ci fermiamo circa 7 km prima di Idomeni, perché la polizia greca, che cambia idea ogni giorno e forse più volte al giorno, ferma gli autobus, consegna un numero a un “responsabile” scelto nel mucchio, in genere qualcuno che capisce l'inglese, e obbliga i gruppi così formati a aspettare anche per ore il proprio turno; finita l'attesa, il gruppo - nel frattempo disperso, riformato a suon di minacce, mescolato o abbandonato perché le conflittualità etniche e nazionali sono spesso motivo di attrito, soprattutto in condizioni di stanchezza e tensione - ottiene il permesso, bimbi in spalla e polvere negli occhi, di incamminarsi fino a Idomeni, sedersi e attendere, di nuovo. Qualcuno non ce la fa? Ci sono bambini con una gamba rotta o persone anziane?

Nessun problema, un folto plotone di tassisti, in rapporti di amicizia quanto meno ambigua con la polizia greca, è pronto a accompagnarti al confine per soli altri dieci euro, che poi che saranno mai, se ne hai pagati migliaia per attraversare il mare su un gommone? Idomeni, dunque. Tira vento, è quasi freddo, la polvere si alza minacciosa e l'orizzonte è zeppo dei resti dell'accampamento di ieri, quando le persone erano all'incirca diecimila, ci dicono. Oggi la situazione pare tranquilla, dopo i lacrimogeni lanciati nella notte tutti sono passati e qui, freschi e riposati, ci sono solo i “nuovi”.

Passati dove? È la prima domanda che sorge spontanea, folle come il tentativo di bloccare questa marea umana. Non c'è niente davanti a noi, se non filo spinato messo lì alla bell'è meglio, a indicare che da una parte il prato è greco e dall'altra macedone. Una frontiera non ufficiale, ci dicono, l'unica da cui possono passare, divisi in altri gruppi ancora, per poi ricominciare a camminare. L'inconsistenza materiale di un concetto e insieme la profonda fisicità dei corpi immobilizzati, dell'impossibilità di movimento, dello scontro con la polizia, un rischio sempre dietro l'angolo, per qualsiasi minimo segno di protesta. Ore infinite e sospese, con la netta sensazione dell'inutilità di tutto questo e con in testa una serie di domande a cui nessuno dà risposta.

«Non va bene qui, ci sono bambini piccoli, è sporco, non sappiamo dove sederci. Perché ci trattano così?», ti sputa in faccia un quindicenne siriano, che parla inglese perfettamente e ha lasciato, solo, la famiglia in Turchia con in testa il sogno della Germania. «Nessuno parla con noi, nessuno ci spiega niente, so solo che non abbiamo un piano B, e arriveremo dove dobbiamo, punto», ammette un padre di famiglia iracheno, che sa già a chi rivolgersi per trovare il modo di attraversare l'Ungheria con tre bambini in un camion, senza essere visto perché «abbiamo visto le immagini, a Budapest ti mettono in prigione, preferisco rischiare in un altro modo». Storie di contatti presi al telefono e di migliaia di euro immessi nel mercato del traffico umano, dubbi e piani confusi: «Com'è la Norvegia, credi che potrò continuare lì il mio dottorato?». Storie di fuga dall'IS e di case crollate, storia di tanta, tanta disperazione e altrettanta speranza, storie che un po' si assomigliano tutte, ma anche no, e quando te le trovi di fronte una in fila all'altra non puoi che augurare a tutti buona fortuna, con in testa però il capitolo di violenza che seguirà, altri confini, altra polizia, altro razzismo, altro sfruttamento.

Idomeni è un luogo di passaggio, dove gli sforzi eccezionali, a tratti insostenibili, ai limiti e oltre l'auto-sfruttamento, dei volontari, gruppi di solidarietà e singoli - compreso il sindaco - riescono a coprire solo minimamente i bisogni reali e dove l'assenza di un piano generale di gestione dell'emergenza stride con le dichiarazioni ufficiali, altisonanti e calcolate, degli ultimi giorni: piani di accoglienza, obbligo di ripartizione e via dicendo. Ottimo, se, almeno in parte, sono state le spontanee mobilitazioni delle popolazioni europee e l'ostinazione dei migranti a forzare queste decisioni.

Ma il terreno è scivoloso, e difficile realizzare fino in fondo come, dove, quando agire per intersecare le lotte di chi, fuggendo verso la libertà di un continente con le mani perennemente insanguinate, si scontra con i suoi muri, con l'ipocrisia delle sue leggi democratiche e delle sue gerarchie interne, con un'inclusione riservata solo a chi è - temporaneamente - utile in termini economici e di calcolo politico. Come incontrare queste popolazioni che si spostano senza sosta e si allontanano verso un orizzonte sempre nuovo, questi uomini e queste donne con cui condividiamo il sogno di un mondo dove muoversi sia sempre una decisione, e possa essere perseguita senza rischi e senza limitazioni?

Non è facile, ma forse ora è davvero il momento di cercare una risposta, pratica e condivisa, perché questa storia sia in parte, e nelle sue fasi più conflittuali, costruttive e di lotta, anche la nostra.

da seguire:

noborders20miglia.noblogs.org/ (verso la tre giorni del presidio NoBorders di Ventimiglia, 11-12-13 settembre)

Eidomeni Coordinating Refugees Help (FB)

Refugee Solidarity Movement Thessaloniki (FB)

Κοινωνικό Κέντρο / Στέκι Μεταναστών (FB)

foto e racconti da Kos e Idomeni (in aggiornamento): www.timon-photography.jimdo.com

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